giovedì 8 marzo 2012

CENTRO COMMERCIALE EX CONSORZIO. ORA IL REFERENDUM: PARTE LA RACCOLTA FIRME

di Gianluca Graciolini


Mercoledì scorso abbiamo formalmente depositato una proposta di Ordine del Giorno per il prossimo Consiglio comunale con cui si chiede la convocazione di un referendum popolare che consenta ai cittadini di Gualdo di pronunciarsi in merito alla realizzazione dell’ennesimo centro commerciale nell’area dell’Ex consorzio. La questione ha un rilievo pubblico inoppugnabile perché il progetto è essenziale al recupero di un’area storicamente degradata della nostra Città e la sua realizzazione è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del territorio.
La nostra opposizione al piano di iniziativa pubblico/privata decisa dalla Giunta Morroni e condivisa da quello che si conferma essere un partito unico della rendita non si esaurisce certo in questa giusta e sacrosanta rivendicazione di partecipazione e di democrazia. Da sabato prossimo partirà in tutta la Città una raccolta di firme per una petizione popolare che chiamiamo a sottoscrivere tutti quei cittadini di Gualdo contrari al progetto di realizzazione del nuovo centro commerciale, in ragione di una indisponibilità di fondo: quella di veder utilizzato un bene comune, gli oltre 3.500 mq di terreno di “loro” proprietà, per garantire la realizzazione di un centro commerciale, nell’esclusivo interesse di pochi beneficiari, a danno dell’economia del territorio e senza alcun ritorno nell’interesse pubblico della collettività.
Riteniamo doveroso che su questa vicenda sia garantito il massimo della partecipazione e della piena trasparenza, per rivedere un progetto che, qualora si dovesse realizzare, darà il colpo di grazia al Centro storico della nostra Città e a tutte quelle attività che ancora si ostinano a svolgere la funzione anche sociale e di servizio tipica del piccolo commercio nei quartieri e nelle frazioni cittadine, per di più a causa del diretto coinvolgimento del Comune. E’ per questo che ci proponiamo di dar voce alle opinioni dei cittadini in maniera tale da rimettere radicalmente in discussione il piano di iniziativa pubblico/privata voluto dalla Giunta, così da riaprire un confronto sulle ipotesi alternative di destinazione e di utilizzo dell’area, almeno per quel che riguarda la parte pubblica e in ogni caso per le prerogative di programmazione urbanistica e di governo del territorio cui un Comune seriamente preoccupato del rilancio economico e sociale e della sostenibilità dello sviluppo non deve mai rinunciare per agire in garanzia dell’interesse generale e farsi custode del bene comune.
Questa è partecipazione. Non la parvenza frettolosamente messa in scena dal Sindaco per venerdì prossimo quando saranno illustrate le presunte magnifiche sorti e progressive del progetto. Non funziona che prima si decide e poi si fa la propaganda. Se in questa vicenda tutti sono convinti di aver operato “con responsabilità e cultura di governo”, “nell’interesse generale della Città”, “per il lavoro, la crescita e lo sviluppo” o che grazie ad un altro centro commerciale Gualdo si renderebbe “pronta per il futuro”, non abbiano nulla da temere da un di più di confronto e di democrazia: consentano la convocazione del referendum e diano l’ultima parola ai gualdesi.
La sinistra per Gualdo lo propone perché i cittadini possano riappropriarsi del loro presente e di un futuro diverso rispetto ad un modello di sviluppo che ci ha irrimediabilmente condotto alla crisi economica e sociale. La raccolta di firme per ottenere il referendum sarà supportata da una campagna capillare di informazione su tutti i dettagli del progetto.

8 MARZO. LA GIORNATA INTERNAZIONALE CHE VOLLE ROSA LUXEMBURG

Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono al 1908, quando le operaie dell'industria tessile Cotton di New York, scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, ma l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Scoppiò un incendio e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme.
Tra loro vi erano molte immigrate, tra cui anche delle italiane, donne che cercavano di affrancarsi dalla miseria con il lavoro.
In ricordo di questa tragedia, Rosa Luxemburg propose questa data come una giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.
Non una festa, dunque, ma un giorno per riflettere sulla condizione femminile e per organizzare lotte per migliorare le condizioni di vita della donna: in questo modo la data dell'8 marzo assunse col tempo un'importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di partenza per il proprio riscatto.
Nel corso degli anni si è però perduto il vero significato di questa ricorrenza, e, mentre la maggioranza delle donne occidentali, approfitta di questa giornata per uscire da sola con le amiche per concedersi una serata diversa, magari all'insegna della "trasgressione", i commercianti ne approfittano per sfruttarne le potenzialità commerciali.Così molte donne che rifiutano l'immagine della donna proposta dalla società odierna, per anni hanno smesso di riconoscersi in questa giornata.
Ma le condizioni che ne fecero una giornata di lotta, non sono state rimosse e ancora la donna è troppo spesso spesso ultima tra gli ultimi.Credo che sia necessario riappriopiarsi di questa giornata, di farla ridiventare un momento di riflessione e di confronto, non per superate lotte tra sessi, ma per rinnovare le alleanze tra tutti coloro che rifiutano la sopraffazione e la violenza e credono nella pace e nella solidarietà umana.
Rosa Luxemburg fu una rivoluzionaria comunista polacca di origine ebraica, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc, la più giovane di cinque fratelli. Aderì ancora liceale a Proletariat, formazione clandestina di orientamento rivoluzionario socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio. Nel 1898 ottenne la cittadinanza tedesca, grazie al matrimonio di comodo con l’operaio Gustav Lübeck.
Trasferitasi a Berlino aderì al Partito socialdemocratico, prendendo posizione, assieme a Karl Kautsky, contro il revisionismo teorico di E. Bernstein e rappresentando, con Karl Liebknecht, l’ala sinistra del partito. A Bernstein – contro Bernstein – è dedicato lo scritto
Riforma sociale o rivoluzione? del 1899: mentre la Luxemburg appoggiava l’attività riformista (come mezzo della lotta di classe) lo scopo delle riforme era per lei quello di condurre verso una completa rivoluzione. Dal suo punto di vista l’incessante attività riformista non avrebbe fatto che appoggiare la borghesia dominante.
Dopo aver ricevuto il suo dottorato nel 1898, la Luxemburg ebbe modo di incontrare e conoscere molti socialdemocratici russi (prima che il R.S.D.L.P. si spaccasse); e tra questi anche i leader del partito: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod. Non molto tempo più tardi ella espresse forti differenze teoriche con il partito russo, innanzitutto sulla questione dell’autodeterminazione polacca. La Luxemburg era convinta infatti che l’autodeterminazione potesse solo indebolire il movimento socialista internazionale, aiutando la borghesia a rafforzare il suo ruolo di classe dominante sulle nuove nazioni indipendenti. Su quest’argomento ella si distaccò tanto dal partito russo che da quello polacco, i quali erano d’accordo nel considerare legittimi i sentimenti di autodeterminazione delle minoranze nazionali all’interno dell’impero russo. In opposizione a questi partiti la Luxemburg partecipò alla costruzione del Partito socialdemocratico polacco.
In questo periodo la Luxemburg incontrò Leo Jogiches, colui che sarà suo compagno per tutto il resto della sua vita e col quale condividerà un’intensa relazione tanto personale quanto politica.
Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta Ludowa (Giornale del popolo). Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l'anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Non appena, nel 1905, scoppiò in Russia una rivoluzione che presto si espanse alla Polonia russa e a tutti gli angoli dell’impero zarista, la Luxemburg espresse il suo più pieno appoggio al partito bolscevico contro menscevichi e socialrivoluzionari e rivolse le sue attenzioni ed i suoi sforzi nell’appoggio al partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (SDKPiL); pur non riuscendo a lasciare la Germania fino al dicembre 1905 svolse ugualmente il suo ruolo di principale analista politico del SDKPiL, scrivendo per esso un vasto numero di opuscoli; fu inoltre molto occupata dal problema di fornire un’educazione marxista di base alle migliaia di nuovi attivisti del partito, che nel giro di meno di un anno passarono da poche centinaia ad oltre 30.000. Non appena giunta a Varsavia, nel 1906, venne però arrestata.
Sempre nel 1906 scrisse Sciopero di massa, partito politico e sindacato, in cui esaltava l’importanza dello sciopero generale, in alternativa alla visione leninista di un partito di rivoluzionari di professione rigidamente strutturato, ed attaccava con violenza il conservatorismo della burocrazia istituzionalizzata dei sindacati. A causa di questa sua visione dello sciopero di massa come il più importante strumento rivoluzionario nelle mani del proletariato, scaturì un duro conflitto nella socialdemocrazia tedesca, soprattutto con August Bebel e Karl Kautsky. Per la sua appassionata ed implacabile azione agitatoria, la Luxemburg si guadagnò il soprannome di "Rosa la sanguinaria".
Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, pubblicando una delle sue opere fondamentali, L’accumulazione del capitale (1913), lavoro volto a spiegare l’inesorabile movimento del capitalismo verso la sua fase imperialistica.
Trovandosi sempre più a sinistra in seno ad una socialdemocrazia tedesca, che andava sempre più accentuando il suo carattere opportunistico, finì per polemizzare, sul tema della riforma elettorale allora in discussione, col vecchio amico di un tempo, quel Karl Kautsky che era ancora erroneamente considerato all’interno dell’Internazionale il rappresentante della più pura ortodossia marxista, quel Karl Kautsky con cui neanche Lenin aveva ancora rotto i ponti (cosa che avvenne nel 1914, dopo che Kautsky ebbe dato il suo appoggio all’imperialismo tedesco).
Sui rapporti tra la Luxemburg e Kautsky, Trotsky (ne "La mia vita") enfatizza come questi fossero ormai incrinati da tempo: "poco dopo la rivoluzione del 1905, apparirono i primi segni di crescente freddezza tra i due. Kautsky simpatizzava calorosamente con la rivoluzione russa, ed era capace di interpretarla piuttosto bene da lontano. Ma egli era per natura ostile all'ipotesi di un trasferimento dei metodi rivoluzionari in suolo tedesco. Quando andai a casa sua prima della dimostrazione del parco di Treptow, trovai Rosa impegnata in una lite accesa con lui. Per quanto loro continuassero a darsi del 'tu' e parlassero come intimi amici, nelle repliche di Rosa si poteva sentire una soppressa indignazione, e nelle risposte di Kautsky si avvertiva un profondo imbarazzo interiore, mascherato da battute piuttosto incerte. Andammo alla manifestazione insieme con Rosa, Kautsky e sua moglie, Hilferding, il vecchio Gustav Eckstein, ed io. Durante il tragitto non mancarono scontri taglienti tra i due. Kautsky voleva rimanere uno spettatore, mentre Rosa era ansiosa di unirsi alla manifestazione. L'antagonismo tra i due è scoppiato definitivamente nel 1910, sulla questione della battaglia per il suffragio in Prussia. Kautsky sviluppò a quel tempo la strategia del 'logorare il nemico' (Ermattungsstrategie) come opposta a quella di 'abbattere il nemico' (Niederwerfungsstrategie). Si trattava di un caso di due irriconciliabili tendenze".
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Luxemburg si oppose ardentemente alle posizione social-scioviniste assunte dalla socialdemocrazia tedesca, che appoggiò apertamente l’aggressione tedesca e le sue annessioni. Insieme a Karl Liebknecht (l’unico parlamentare socialdemocratico che aveva spezzato la fedeltà al partito rifiutando di votare a favore della concessione dei crediti di guerra), abbandonò il partito socialdemocratico ed partecipò alla formazione del Gruppo Internazionale (che presto muterà nome in Lega Spartaco) allo scopo di contrastare il socialismo nazional-sciovinista e di incitare i soldati tedeschi a rivoltare i loro fucili contro il loro governo per abbatterlo.
A causa di questa loro agitazione rivoluzionaria, la Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e imprigionati. In carcere la Luxemburg scrisse quella disamina del movimento socialista, nota come Junius Pamphlet (1916), che suscitò le critiche di Lenin, discorde sul ruolo del partito guida. Il Junius Pamphlet divenne il fondamento teorico della Lega di Spartaco.
Sempre dal carcere la Luxemburg scrisse il suo famoso libro "La Rivoluzione Russa", nel quale critica il potere dittatoriale del partito bolscevico. In questo testo la Luxemburg spiega il suo punto di vista a proposito della teoria della dittatura proletaria: "Sì alla dittatura! Ma questa dittatura consiste in un modo di applicare la democrazia, non nella sua eliminazione, in un energico e risoluto attacco ai ben-consolidati diritti e relazioni sociali della società borghese, senza i quali la trasformazione socialista non può essere realizzata. Ma questa dittatura dev’essere opera della classe, e non di una piccola minoranza che agisce in nome della classe – cioè, essa deve procedere passo dopo passo per mezzo dell’attiva partecipazione delle masse; essa dev’essere sotto la loro diretta influenza, completamente soggetta al controllo dell’attività pubblica; essa deve scaturire dalla crescente consapevolezza politica della massa del popolo".
In ogni caso, pur attaccando l’eccessivo dominio del partito bolscevico sul governo sovietico, la Luxemburg riconobbe il fatto che, sotto le pressioni della violenta guerra civile in corso in Russia, tale atteggiamento dei bolscevichi risultava necessario: "Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin ed ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale imperversa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze, raccomandando così il medesimo atteggiamento al proletariato internazionale come modello di tattica socialista".
La Luxemburg successivamente si oppose allo sforzo compiuto dal governo sovietico per raggiungere la pace a tutti i costi, sforzo ‘terminato’ con la firma del Trattato di Brest-Litovsk con la Germania.
Nel novembre 1918 il governo tedesco ridiede, con riluttanza, libertà alla Luxemburg; al che ella poté riprendere immediatamente la sua attività rivoluzionaria, formando con Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck il Partito comunista tedesco e ponendosi alla direzione del Die Rote Fahne.
Con Liebknecht e Pieck venne catturata e condotta presso l’hotel Adlon di Berlino. I primi due vennero scortati in stato di incoscienza fuori dall’edificio dai soldati tedeschi. Mentre i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht venivano silenziosamente trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.
Rosa fu una grande e brillante teorica del socialismo, Lenin stesso, nonostante i numerosi scontri teorici avvenuti in precedenza tra i due, la definì "un’aquila", sostenendo che "i suoi scritti […] serviranno da utili manuali nella formazione delle future generazioni di comunisti di tutto il mondo" (Lenin,
Note di un pubblicista).Anche Trotsky non manca di lodare il carattere, la coerenza e l'intelligenza politica della Luxemburg, così, per esempio, sempre ne La mia vita scrive di lei: "Era una donna piccola, fragile, e all'apparenza pure malaticcia, ma con un volto nobile e occhi bellissimi che irradiavano intelligenza; affascinava l'assoluto coraggio della sua mente e del suo carattere. Il suo stile, che era insieme preciso, intenso e spietato, sarà sempre lo specchio del suo spirito eroico. La sua era una natura complessa e multiforme, ricca di sfumature sottili. La Rivoluzione e le sue passioni, uomini ed arte, natura, uccelli e floricoltura, tutte queste cose avrebbe potuto suonare le innumerevoli corde della sua anima. 'Vorrei avere qualcuno', scrisse un giorno a Luise Kautsky, 'che mi credesse quando dico che è solo per mezzo di incomprensioni ch'io mi trovo nel bel mezzo di questo vortice della storia umana, laddove in realtà io sono nata per guardare oltre le oche, nei campi'. I miei rapporti con Rosa non erano segnati da nessun tipo di amicizia personale; i nostri incontri erano troppo brevi e troppo infrequenti. Io la ammiravo da lontano. Eppure, probabilmente non la apprezzavo ancora abbastanza all'epoca"… ma, “all'epoca”, era ancora il 1907.

DONNE CONTRO LA CRISI

di Paola Simonetti

Donne come fattore anticrisi. Se a dirlo è un gruppo bancario internazionale come Goldman Sachs, forse c’è da crederci. Una sua recente ricerca ha dimostrato che il prodotto interno lordo mondiale salirebbe del 13 per cento se le signore fossero posizionate esattamente come gli uomini nel mondo del lavoro. Non solo. “Ci sarebbe più reddito disponibile e capacità di spesa nelle famiglie, ma si attiverebbe un moltiplicatore di benessere impareggiabile, anche nella vecchia Europa”. Così la pensa Eleanor Tabi Haller-Jorden, general manager Europa della società leader per la consulenza mondiale su questioni di genere, Catalyst. “La crisi ha reso più urgente la sfida di valorizzare i talenti: la ‘tempesta perfetta’ in atto sui mercati finanziari internazionali ed europei in particolare – ha aggiunto la Haller-Jorden in un recente convegno sulla managerialità femminile – è il momento ideale per l’avanzata femminile ai vertici della politica e dell’economia”. Su questo fronte i meccanismi sociali e politico-economici italiani continuano a essere sordi, ma le donne la loro economia se la stanno già costruendo, anche a costo di fatiche incalcolabili. Vogliono farcela, nonostante siano solo il 47 per cento a lavorare, percepiscano stipendi inferiori del 22 per cento e, nel 63 per cento dei casi, non riescano a entrare nei Consigli d’amministrazione di società quotate; cifre queste che pongono l’Italia al 95° posto nel mondo per ciò che concerne la partecipazione economica della donna. L’universo femminile ha le maniche rimboccate già da un po’: Manageritalia, la Federazione nazionale dirigenti e quadri del terziario privato, ha rivelato che il 18,2 per cento fra le quarantenni e il 16 fra le 41- 45enni riesce ad affermarsi senza scorciatoie, favoritismi o regalie. Forse una magra consolazione, che però comincia a dettare il passo. Non a caso le donne che lavorano sono per il 12,7 per cento laureate contro l’11 per cento dei signori uomini. Le società che le vedono ai vertici riscontrano in loro una maggior propensione all’ascolto, capacità di motivare i propri collaboratori con riconoscimenti e gratificazioni, doti di negoziazione, creatività e flessibilità.
Certamente a non mancare alle donne sono anche la caparbietà e una gran dose di fegato. Lo sanno bene tutte coloro che, in un momento di difficoltà personale, hanno saputo reinventarsi in mestieri fino a ieri a dir poco inaccessibili. Alcuni recenti dati dell'Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Registro Imprese, hanno rivelato che in Italia ci sono 1.800 camioniste, 400 elettriciste, 1.100 tappezziere, 2.300 fabbre, 700 meccaniche d’auto, 140 idrauliche, 300 falegnami e oltre 300 calzolaie. Si tratta di inconsueta autoimprenditorialità, che nasce dal bivio di fronte al quale si sono trovate molte di loro: prendere in mano la situazione o arrendersi. Una donna come Flora Pacioni, titolare di un’officina di autoriparazioni di
Roma, gestita insieme alla figlia, di arrendersi non aveva nessuna voglia quando, 12 anni fa, alla morte del marito, ha dovuto imparare in fretta il mestiere. Con un diploma scientifico alle spalle si è rimessa a studiare, ha preso il titolo all’Ipsia e frequentato tutti i corsi per poter gestire un’autofficina. Scalfire il pregiudizio non è stato facile, spiega, ma ora dirige sette uomini. Analoga è la storia di Anna Rizzo, imprenditrice di un’azienda di Fontenuova, vicino alla Capitale, che produce componenti di termoidraulica e rubinetteria. A dare una svolta alla sua vita professionale è stata la scomparsa del padre, nel 2000. La signora Anna si è trovata con i fratelli a gestire l’azienda e nel 2004 ho dovuto scegliere se continuare da sola o chiudere. Ha scelto di proseguire. La diffidenza maschile non è mancata, il suo operato è stato continuamente sotto esame. Poi però la forza di carattere e le capacità hanno sconfitto ogni difficoltà. Anche di tipo economico. Anna infatti, nonostante la crisi, è fiera di raccontare che nessuno dei suoi 14 dipendenti è stato licenziato o messo in cassa integrazione. “Fare impresa – spiega la signora Rizzo, che è anche rappresentante Cna nel comitato per l’imprenditoria femminile della Camera di commercio – non è né maschile né femminile, ma è molto impegnativo. Bisogna crederci e affrontare i momenti difficili guardandoli in faccia con sincerità. Quel che conta sono l’impostazione e l’organizzazione del lavoro”.

DONNE E LAVORO. UN RAPPORTO DIFFICILE

di Chiara Cristilli
Partiamo dal tasso di natalità. In Italia è pari a 1,41 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Anche l’occupazione femminile riporta dati scoraggianti: solo il 46,2 per cento delle donne residenti nel nostro paese lavora, contro il 67,6 per cento degli uomini, e lo fa a condizioni che spesso non permettono la realizzazione del progetto di vita desiderato. Rinunciare alla carriera non facilita le nascite. Tutt’altro: il rapporto tra l’insufficiente o cattiva qualità dell’occupazione e il calo della maternità è direttamente proporzionale. Per esporre un quadro generale della condizione femminile nel mercato del lavoro in Italia, si può cominciare da questi dati, che da soli basterebbero a esprimere il ripiegamento nelle retrovie di un paese sempre più arido e incapace di futuro. “La mancanza reale di prospettive rende le donne più insicure, timorose di perdere quel poco che sono riuscite a ottenere in campo lavorativo – commenta Giovanna Altieri, direttrice dell’Istituto di ricerche politiche e sociali (Ires) della Cgil, presso cui svolge attività di studio sulle politiche per l’occupazione e sul mercato del lavoro –.
Per questo preferiscono non rischiare, rinunciando a quei cambiamenti che potrebbero compromettere ulteriormente la loro situazione”. Gli effetti della crisi economica in atto hanno ulteriormente pregiudicato l’instabilità lavorativa delle donne. Le tendenze degli ultimi 4 anni descrivono il crollo dell’occupazione, sia femminile che maschile, unito all’aumento della disoccupazione e dell’inattività. Ad essere penalizzate sono soprattutto le donne. Secondo i dati Istat, nell’ultimo trimestre del 2011 il tasso di disoccupazione femminile è infatti aumentato rispetto all’anno precedente, raggiungendo 9,9 punti percentuali. Il numero di donne disoccupate è aumentato del 5,2 per cento su base annua. Il tasso di disoccupazione maschile si attesta, invece, al 7,6 per cento. La crescita del numero di lavoratrici, avvenuta tra il 1996 al 2008, ha dunque subito un progressivo declino, con andamenti drammatici soprattutto nel Sud Italia. Qui le donne impiegate in un’attività sono soltanto il 30,8 per cento, contro il 55,6 per cento del Nord Ovest e il 56,9 per cento del Nord Est. Tale arresto complessivo si è abbattuto come una scure su tutti i rapporti contrattuali, dal tempo determinato a quello indeterminato. Crescono, invece, il lavoro a chiamata e intermittente, sintomo di una precarizzazione del legame tra dipendente e impresa.
La condizione di inattività, propria di chi non partecipa al mercato del lavoro, riguarda il 37,8 per cento della popolazione italiana, rispetto a una media europea pari a circa il 9 per cento in meno. La percentuale di donne inattive è del 48,9, con punte che raggiungono il 63,7 per cento a Sud, conto il 40,7 per cento del Centro Nord. Gli uomini che soffrono tale condizione sono il 26,8 per cento. “In un contesto in cui nemmeno il lavoro degli uomini è più al riparo – commenta ancora Altieri –, bisognerebbe capire che creare migliori opportunità occupazionali costituirebbe un valore economico e sociale per l’intera collettività. Oggi la possibilità di mantenere costanti i livelli di consumo si lega alla facoltà delle famiglie di poter contare su due stipendi. I rischi che corrono i nuclei monoreddito in cui, nella quasi totalità dei casi sono le donne a non lavorare, possono portare a tagli sulla spesa anche molto rilevanti”. Nel 37,2 per cento delle coppie in cui la donna ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni, resiste una suddivisione dei compiti di tipo tradizionale, in cui l’uomo lavora fuori casa, e la donna si dedica alle faccende domestiche. Altrove, in Svezia ad esempio, solo il 10 per cento delle famiglie adotta questo tipo di ripartizione delle mansioni. Il 69,5 per cento delle coppie italiane, in ogni caso, preferirebbe un modello in cui entrambi lavorano fuori casa.
Sulla questione incide negativamente la mancanza di politiche di welfare che sollevino le donne dal compito di cura e assistenza in ambito familiare, consentendo loro di poter dedicare tempo ed energie a una professione. “Offrire servizi idonei – osserva Altieri – comporterebbe come effetto immediato la riduzione delle incombenze che abitualmente sono di competenza femminile. Senza contare che ciò creerebbe occasioni di lavoro di cui proprio le donne potrebbero avvantaggiarsi”. Per le donne italiane la conciliazione tra vita privata e lavorativa si ottiene a costo di rinunce e di un notevole affanno quotidiano. Il 17,7 per cento delle donne, senza distinzione tra Centro Nord e Meridione, ritiene che i modi e i tempi dell’organizzazione del lavoro costituiscano un limite al loro inserimento occupazionale.
Oltre al problema della carenza di posti di
lavoro che coinvolge la popolazione italiana nel suo complesso, le donne indicano come ulteriori ostacoli la mancanza di servizi e di sostegni economici alle famiglie. A livello normativo, la legge n. 53 dell’8 marzo 2000 promuove l’istituzione di congedi parentali che coinvolgano di più i padri, appoggia la flessibilità degli orari di lavoro, esorta gli enti locali ad attuare politiche attive che rendano più semplice, per le donne, conciliare i tempi da dedicare al lavoro, alla famiglia e alla formazione professionale. Nella realtà, però, la mancanza di interventi pubblici, unita a un’impostazione culturale che vede i maschi italiani ancora poco collaborativi in ambito domestico, sovraccarica le donne di responsabilità, sia dentro sia fuori casa.
L’Istat calcola che il 77,1 per cento del tempo dedicato alle occupazioni domestiche e familiari è affidato alle donne. La percentuale scende appena al 73,8 per cento nel caso in cui si tratti di una lavoratrice impegnata fuori casa. “Tutto il lavoro più impegnativo di cura familiare e domestica grava su di noi – sostiene Altieri –. Questo rende molto più difficile non solo l’inserimento nel mercato del lavoro, ma anche la possibilità di far carriera. È ancora molto radicato lo stereotipo di genere, secondo il quale se sei donna, e dunque potenzialmente madre, sei meno adatta a ruoli di responsabilità”. Sono ancora numerose le donne che dipendono economicamente dagli uomini. In parte perché disoccupate o inattive, in parte perché vengono pagate poco o meno dei colleghi maschi. Soprattutto in alcuni settori, a parità di mansione, le donne percepiscono una retribuzione inferiore a quella degli uomini. Nel campo delle attività immobiliari, dell’informatica e dei servizi alle imprese, lo stipendio di una lavoratrice può arrivare a pesare il 30,3 per cento in meno. Nell’industria manifatturiera e nelle attività di intermediazione monetaria, la differenza va dal 18 al 20 per cento.
Tale discriminazione è presente, sebbene in misura più contenuta, anche nel settore pubblico. In questo ambito, le dipendenti possono ricevere una busta paga più misera del 6,7 per cento. La disparità di trattamento economico è maggiormente diffusa nelle fasce meno scolarizzate della popolazione femminile. Questo incide negativamente anche sulla qualità del lavoro. Al Sud, per esempio, il tasso di instabilità occupazionale è del 33,8 per cento per le donne che si sono fermate alla licenza media (al Nord questo valore raggiunge il 12,1 per cento), contro il 15 per cento degli uomini con pari livello di istruzione. La percentuale tende a dimezzarsi quando le donne completano il ciclo di studi superiori. Dunque non sono soltanto la disoccupazione e la condizione di inattività a impedire l’indipendenza delle donne, ma anche un pregiudizio che le discrimina in quanto lavoratrici. “Si tratta di uno scenario mai abbandonato nel nostro paese – sottolinea Altieri –. Rispetto agli uomini le donne sono più coinvolte in forme di lavoro a scarsa tutela e con remunerazioni povere.
Cresce la quota di italiane con contratti part time. Ma ciò, lungi dal favorire una migliore conciliazione tra vita privata e lavorativa, rappresenta invece uno dei tanti squilibri sorti per effetto della recessione”. Nella maggior parte dei casi si tratta di un tempo parziale involontario, che non offre garanzie di stabilità e di rispetto dei diritti. Se si lavora mezza giornata è perché non si è riuscite a trovare un impiego a tempo pieno. Nel Centro Nord si calcola che la volontarietà del part time riguardi circa il 50 per cento delle donne, mentre al Sud questo valore è di 20 punti inferiore. Per quanto riguarda le condizioni delle giovani generazioni, il tasso di occupazione femminile è del 35,4 per cento, contro il 48,6 per cento di quello maschile. Solo per le laureate il rapporto con i colleghi tende a pareggiarsi. Nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni rispetto a una situazione generale di mancanza di olavoro, non esistono forti disparità dipendenti dal sesso. “Maschi e femmine sono ugualmente svantaggiati – osserva Altieri –. Anzi: nelle fasce più scolarizzate, le ragazze sono in genere favorite in quanto dimostrano di avere una migliore preparazione. I problemi sorgono dopo, in occasione della maternità”. Quando poi riescono a trovare lavoro, le giovani donne ottengono contratti a tempo determinato nel 34,8 per cento dei casi. I giovani nel 27,4 per cento. La differenza è ancora più significativa se il rapporto di lavoro è a tempo parziale, una condizione che riguarda il 31,2 per cento delle donne contro il 10,4 per cento degli uomini. Il 64 per cento delle giovani, però, esprime il carattere decisamente non volontario di questo vincolo orario. E allora come fare per risolvere questo gap? “Se non vi è una ripresa della domanda – risponde Altieri –, non sarà possibile avere un mercato inclusivo. È necessario creare lavoro di qualità. Bisogna costruire percorsi di continuità occupazionale per le donne, attraverso politiche attive e un potenziamento del welfare. C’è una grande operazione culturale da affrontare, che riguarda l’educazione all’uguaglianza di genere, fin dai primi anni di età dei bambini. È un tema da trattare a scuola, ma anche all’interno della famiglia, perché siamo tutti individualmente coinvolti”.

LA CRISI GONFIA LA CASSA INTEGRAZIONE

di Roberto Tesi

La crisi morde l’economia (non solo italiana, come ha confermato ieri Eurostat) e le imprese cercano di ridimensionare la capacità produttiva. Questo significa che la crisi si abbatte pesantemente sul lavoro e sui lavoratori. E così, dopo alcuni mesi di pausa, ieri l’Inps ha comunicato che in febbraio la Cassa integrazione guadagni ha ripreso a correre. I dati sono spietati: nel mese le aziende italiane hanno chiesto l’autorizzazione per 82 milioni di ore di Cig con un aumento del 49,1% rispetto ai 55 milioni di gennaio (dato più basso dall’agosto 2009) e del 16,8% rispetto a febbraio 2011. A volare è stata soprattutto la cassa in deroga con un incremento del 134% su gennaio. «Il dato di febbraio 2012 – scrive in una nota l’Inps – fa registrare una inversione di tendenza rispetto all’ultimo quadrimestre, in cui il numero di ore autorizzate è costantemente diminuito, sia in termini assoluti, sia in confronto agli stessi mesi dell’anno precedente».

Di più: la crescita delle ore richieste di Cig è stata accompagnata anche da un aumento delle domande di disoccupazione: a gennaio sono state 126.569, con un incremento del 13,48% rispetto al gennaio 2011, quando le domande erano state 111.536. Complessivamente nei primi due mesi dell’anno sono state autorizzate alle aziende 136,9 milioni di ore di cassa integrazione a fronte dei 130,2 milioni del 2011 (+5,1%). Nel dettaglio, gli interventi ordinari (Cigo) a febbraio sono aumentati del 23,9% rispetto a gennaio (da 20,3 a 25,1 milioni di ore) e del 31,4% rispetto a febbraio 2011 (erano state autorizzati 19,1 milioni di ore). La cassa integrazione ordinaria chiesta dalle imprese industriali è aumentata del 56% rispetto ad un anno fa, mentre quella relativa al settore edile registra una diminuzione tendenziale del 21,5%. Gli interventi straordinari (Cigs) ammontano a 25,8 milioni di ore con un aumento del 20,4% rispetto a gennaio e una diminuzione rispetto al febbraio 2011 del 10,9%.

La variazione negativa su base tendenziale è da attribuire al settore industriale, che registra un caduta del 19,1% rispetto alle ore autorizzate a febbraio 2011. Volano invece gli interventi in deroga (Cigd): a febbraio le ore autorizzate per questo tipo di ammortizzatore sono state 31,1 milioni a fronte di 22,1 milioni di febbraio 2011 (+40,4%) e dei 13,3 milioni di gennaio 2012 (+133%). Secondo Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, «il sistema produttivo è bloccato, non c’è crescita e sviluppo, e il lavoro ne paga direttamente le conseguenze. I dati sulla Cig sono lo specchio della pervasività e della profondità della crisi: senza la tenuta del sistema di cassa i disoccupati sarebbero adesso circa 3 milioni». Per Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl «la pesante impennata della Cig» dimostra che «serve certezza di risorse per gli ammortizzatori». Per Santini, «in presenza di un mercato del lavoro che mostra i segni della recessione è necessario intervenire con forza a favore dell’occupazione, chiudendo in maniera positiva la trattativa tra governo e parti sociali».

9 MARZO DELLA FIOM. LANDINI REPLICA AL PD

"Abbiamo invitato e gli abbiamo chiesto di poter parlare alla nostra manifestazione il presidente della Comunita' montana della Val Susa, che e' iscritto al Pd ed e' stato sindaco di Susa". A parlare e' Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, nella conferenza di presentazione della manifestazione dei metalmeccanici, indetta per venerdi' a Roma...
Il Pd, vista la presenza di movimenti 'no Tav', ha scelto di non partecipare. Il riferimento di Landini e' al presidente Sandro Plano, che appunto sara' a Roma per la manifestazione e che, continua Landini, "e' stato eletto da altri sindaci come presidente della comunita' Montana. Quindi e' una figura istituzionale, che mi ha invitato in qualita' di segretario alla manifestazione di sabato del popolo della Val di Susa e cui mi hanno chiesto di fare intervento. Facciamo parlare anche uno del movimento dell'acqua- dice ancora il numero 1 di Fiom- Non riesco a capire... Ma se si vuole usare in modo non corretto la nostra manifestazione, non lo permettiamo: nel far parlare i 'no Tav', non cambia di significato: c'e' una violazione dei diritti della Fiat, e' stato cancellato il contratto nazionale lavoro". La Fiom, continua Landini, "non e' d'accordo con le grandi opere, e non lo e' da ieri ma da un po' di anni".
"Il documento votato dalla Fiom al congresso del 2010, impegnava il sindacato a sostenere movimenti contro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua, contro la Tav e contro il ponte sullo Stretto di Messina. Siccome tanti esponenti sono venuti con noi in piazza il 16 di ottobre, non e' che noi abbiamo cambiato idea, l'abbiamo sempre detto e sempre fatto. Siamo stati anche tra i promotori del referendum contro il nucleare e la privatizzazione dell'acqua". Landini ha poi detto di "rispettare le decisioni" degli altri ma che "si assumeranno le proprie responsabilita'". La Fiom di fatto ha proclamato lo sciopero "partendo dalla necessita' di difendere i diritti delle persone che rappresentiamo e di riconquistare un contratto. Pensiamo che questo sia un tema che ha un significato generale". Landini, infine, trova "singolare che si consideri pericoloso estremista il presidente della Comunita' montana della Val di Susa: e' una figura istituzionale".

LA BANCAROTTA DEL CAPITALE E LA NUOVA SOCIETA'

di Dino Greco
E' tempo ottimamente speso quello che si volesse dedicare alla lettura dell'ultimo lavoro di Paolo Ciofi (La bancarotta del capitale e la nuova società, Editori Riuniti university press, pp.182, 15 euro): un "saggio popolare" che mantiene la freschezza...
polemica e incalzante del pamphlet e contemporaneamente – cosa alquanto rara – maneggia con invidiabili lucidità e chiarezza nodi teorici di grande complessità.
La chiave di lettura ci è offerta dall'autore stesso che ha voluto sottotitolare il suo testo con quella che è già un'eloquente dichiarazione di intenti: "Nel laboratorio di Marx per uscire dalla crisi". Perché è proprio alla straordinaria strumentazione del grande rivoluzionario di Treviri che Ciofi attinge per ricostruire una plausibile interpretazione delle dinamiche che regolano il funzionamento del mondo in cui viviamo e per svelare le ragioni sistemiche della crisi che sta precipitando l'intero pianeta in un vicolo cieco. Una crisi che non scaturisce da un'accidentale patologia, da un vizio degenerativo, da un tumore maligno impiantatosi clandestinamente in un corpo sano. Insomma, Ciofi ci ricorda (e dimostra) che la superfetazione finanziaria che sta distruggendo le forze produttive e abolendo la democrazia in favore di un'oligarchia di "proprietari universali" non è figlia di se stessa, ma affonda le radici nell'economia reale, vale a dire nei rapporti capitalistici di produzione. In altre parole, la crisi appartiene alla fisiologia della formazione economico-sociale che permea di sé il mondo moderno e di cui è fondamentale ri-scoprire l'anatomia, lo scheletro portante, il codice genetico occultato dentro l'involucro ideologico.
Se l'analisi conduce al cuore del problema, se si compie questo miracolo dell'intelligenza critica, allora la nebbia si dirada, "tutti i misteri vengono in chiaro" e diventa possibile non soltanto riconquistare la comprensione di ciò che altrimenti resta incomprensibile, ma anche imparare come si possa seriamente usare la politica per cambiare le cose in profondità.
Ciofi afferra dunque il toro per le corna e – tornando a Marx – rammenta che "il capitale non è una semplice "cosa", un accumulo inerte di merci sotto forma di mezzi finanziari, di macchine e di materie prime, bensì un rapporto sociale". E, precisamente, un rapporto fondato sull'asservimento del lavoro altrui da parte di uomini che posseggono in esclusiva i mezzi di produzione. E' in questo "presupposto tacito" - penetrato come un mantra nel senso comune, quasi fosse una legge di natura - che risiede il genoma del capitale, l'uovo del serpente da estirpare. Da qui, insiste Ciofi, si deve immancabilmente procedere, "perché il pensiero neo-liberista prescinde totalmente dalla realtà dello sfruttamento e, dunque, dalle radici più profonde della disuguaglianza. Il plusvalore è lavoro non pagato. Pertanto il capitalista è tale non in quanto "datore" di lavoro, ma al contrario in quanto "estortore" del lavoro immesso dal salariato nel processo produttivo". Ora che la bolla finanziaria – frutto delle escogitazioni fraudolente con le quali i moderni cerusici del capitale hanno cercato di rimettere in moto il meccanismo inceppato e mascherare l'impoverimento e la proletarizzazione di gran parte degli esseri umani - è deflagrata, ripercuotendosi sull'economia reale e distruggendo lo stesso capitale finanziario, ecco che banchieri e proprietari universali si risarciscono attraverso una colossale espropriazione sociale e assistiamo al "miracolo dei ricchi salvati dai poveri".
Il re, dunque, è nudo. E tuttavia - continua Ciofi - i terapeuti che si accalcano al letto del malato continuano a cucinare le loro salvifiche ricette nel perimetro del pensiero liberista. Questo vale per le tesi di orientamento liberaldemocratico, che si illudono di risolvere tutto quanto attraverso qualche anticorpo capace di mettere a freno "l'avidità dei banchieri". Ma vale anche per le tesi di ispirazione liberalsocialista che individuando il male in una squilibrata distribuzione dei redditi pensano di venire a capo della difficoltà provocando un miracoloso "riorientamento etico del capitale". Nell'un caso e nell'altro non si riesce a comprendere che la "squilibrata distribuzione dei redditi" ha la sua origine strutturale nello "squilibrio" esistente nella distribuzione della proprietà dei mezzi di produzione. Sicché continuando a non capire dove sta il problema si procede pestando acqua nel mortaio e si attribuisce alla febbre l'origine della malattia. E, vieppiù, riprecipita nell'arcano il tema di dove risieda l'origine della disuguaglianza, in crescita esponenziale in un mondo nel quale la scienza e la tecnica - nelle mani di esseri umani riuniti in libere e democratiche istituzioni – potrebbero debellare la fame, la sete, le malattie ed assicurare a tutti e a tutte un'esistenza libera e dignitosa, in una sana relazione di scambio organico con la natura e con l'ambiente.
Ciofi ci rappresenta, in un raggelante affresco, come la globalizzazione sotto l'egida del capitale si sia risolta in un inaudito processo di privatizzazione universale, in una nuova, gigantesca accumulazione mediante esproprio, di lavoro e di natura, dove tutto acquista la forma di merce e dove la sola domanda interessante è quella solvibile, quella pagante. Accade così che le periodiche crisi di sovrapproduzione possano tranquillamente coesistere con milioni di morti per denutrizione.
Ciofi non lesina – e fa bene – le cifre che illustrano questa colossale predazione, questo mastodontico accumulo di ingiustizia, ma tiene soprattutto a dimostrare come il processo di privatizzazione investa anche la politica, anch'essa privilegio di élites proprietarie, dove il politico si trasforma in manager con la funzione di mantenere in equilibrio l'ordine esistente: un capitalismo ormai refrattario alla democrazia e che ha messo sotto controllo i suoi ipotetici controllori, "mandando in fumo l'utopia liberalriformista della civilizzazione del capitale".
Ciofi si occupa poi estesamente del caso italiano, mettendo a fuoco "il fallimento della cultura d'impresa come cultura politica di governo" assurta da oltre un ventennio a stella polare di chi ha retto il timone del paese: l'attacco al lavoro e a tutto ciò che è pubblico; lo smantellamento del welfare e dei servizi pubblici locali, la svalutazione del lavoro intellettuale ("la manifestazione più clamorosa di un enorme spreco, quello dell'intelligenza, testimonianza indelebile della stupidità di un'intera classe dirigente"); l'aporia di una crescita che si farebbe colpendo salari, investimenti e ricerca; il nanismo industriale di un apparato produttivo disarticolato in una molteplicità autistica di sottosistemi; la latitanza di una classe imprenditoriale che lucra profitti sul lavoro, non reinveste e "patrimonializza" la ricchezza estorta al lavoro in forme totalmente improduttive.
L'analisi di Ciofi scandaglia tutto e documenta tutto con inesorabile precisione (dalla favola del denaro che figlia denaro in un processo di autoprocreazione, alla panzana che profetizzava l'estinzione del lavoro e, a fortiori, delle classi) per giungere alla conclusione che "i rapporti di proprietà capitalistici sono diventati una camicia di forza di cui occorre liberarsi per assicurare la sopravvivenza, il progresso e l'incivilimento del mondo" e che "per padroneggiare i frutti del proprio lavoro l'uomo deve disporre dei mezzi con i quali li produce" e, dunque, che "l'embrione di una società comunista sta nel rivendicare il controllo sociale dei beni comuni" sottraendoli alla voracità distruttiva del capitale, perché solo così democrazia ed uguaglianza possono saldarsi in un binomio inscindibile.
Il tema da svolgere è allora, per Ciofi, quello di come costruire il processo reale del cambiamento, con quali strumenti, con quali obiettivi e con quali forze portare avanti un'impresa "rivoluzionaria" capace di guardare oltre i confini della pura redistribuzione della ricchezza per aggredire il nodo del modo di produzione e intervenire nei rapporti di proprietà.
Il paradosso consiste nel fatto che alla crisi più profonda da cui il capitalismo sia stato attraversato nel corso della sua storia corrisponde, almeno in Occidente e massimamente in Italia, la frantumazione politica, culturale e organizzativa della sinistra, che fra una rimozione ed un'abiura ha mandato al macero un grande patrimonio di elaborazione ed un prezioso accumulo di esperienza politica, facendosi orba di un progetto e di una strategia all'altezza della sfida che è data. Il capolavoro del capitale – osserva Ciofi – la più grande opera di mistificazione di cui esso si è reso protagonista, quindi "la più alta forma della lotta di classe che esso ha scatenato è consistita proprio nel negare l'esistenza delle classi e dell'avversario di classe: spossessarlo della sua identità, della sua memoria, della sua organizzazione".
Si pone allora, o meglio, si ripropone – per l'autore – il tema di una sinistra che riacquisti la capacità di ricostruire nel lavoro (in tutto il mondo del lavoro) il proprio insediamento sociale e di ridefinire la propria strategia intorno ad un asse centrale: l'intervento della politica dentro i rapporti di produzione, per porre dei limiti alla proprietà privata, nel cuore del potere che orienta la produzione sociale e decide cosa si produce e per chi. E' la questione dell'autogoverno dei produttori associati, mai risolta nell'esperienza del socialismo realizzato e nell'intera storia dell'umanità.
Ebbene, Ciofi ritiene che la Costituzione repubblicana indichi (nei 14 articoli che compongono il suo titolo III, dedicato ai rapporti economico-sociali) una strada originale, un progetto riformatore in progress, non solo mai attuato, ma neppure compiutamente esplorato nelle sue intuizioni più feconde, ove esso "trasmette una visione indiscutibilmente pluralistica della proprietà dei mezzi di produzione e di comunicazione", stabilendo il primato dell'interesse sociale su quello privato, sino ad affermare che l'impresa privata "può essere espropriata per motivi di interesse generale". Nella possibilità di organizzare un nuovo tipo di impresa, indirizzandola al soddisfacimento dei bisogni collettivi "nell'equilibrio con l'ambiente naturale e nel rispetto della salute e dei diritti dei produttori", Ciofi intravede la possibilità di assegnare al valore d'uso la preminenza sul valore di scambio. Non, dunque, una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, ma un controllo sociale sui fini e sui destini della produzione, che abbandonata nei tentacoli del capitale genera disoccupazione, emarginazione, sfruttamento e distruzione cieca ed irreversibile dell'ambiente naturale. La sentenza è lapidaria: "Nella lunga transizione della Repubblica, le sinistre avevano nelle mani il progetto per cambiare l'Italia. Ma non l'hanno usato" preferendo, almeno in parte cospicua, "trovare riparo sotto l'ombrello della cultura d'impresa" e così favorendo una controffensiva della destra che ha diametralmente piallato, sino ai disastrosi esiti attuali, le organizzazioni del movimento operaio e la loro autonomia: "al culmine dell'esaltazione della proprietà privata – commenta Ciofi – la privatizzazione della politica segue il suo corso: non più spazio pubblico a disposizione dell'agire collettivo di grandi masse, ma bene di mercato commerciale e commerciabile per chi dispone della ricchezza".
Proprio da qui, invece, Ciofi ritiene sia necessario ripartire: dalla ricostruzione del partito politico di classe, oggi in larga parte convertitosi in strumento di potere a sostegno del leader. Se la critica di Ciofi non lascia scampo al Pd ("una forza moderata e centrista"), non è certo indulgente con la "sinistra alternativista", oscillante verso schematizzazioni di vario tipo che hanno conseguito il non esaltante esito di spezzare il nesso tra il sociale e il politico, col risultato che "l'annunciata scelta di classe non ha portato con sé il consenso e la rappresentanza di classe".
Occorre dunque un soggetto politico che esplicitamente metta a tema l'obiettivo che la proprietà sia piegata ai principi di "utilità generale" e "funzione sociale": "Se manca un soggetto politico che si proponga tali finalità, il disegno di un modello alternativo resta solo un castello in aria". Perché ciò possa avvenire serve anche una riforma democratica del partito, che Ciofi delinea così: "Al posto di signorsì in transito c'è bisogno di teste pensanti al servizio di una causa di liberazione, perché si tratta di organizzare una nuova lotta di liberazione. Senza gruppi dirigenti che siano sottoposti al giudizio e al controllo della base, il partito è un partito del leader, vale a dire un non-partito personale, che torna allo stato liquido di movimento e ha bisogno di una figura carismatica che lo padroneggi, o perché ne è letteralmente il padrone, o perché ne assume la leadership attraverso operazioni mediatico-plebiscitarie".

IL DIBATTITO NEL PD

di Gianluca Schiavon
Il dibattito in corso sulla cultura del Partito democratico in epoca di commissariamento delle democrazie rappresentative europee appare finalmente un'opportunità per il primo partito del centrosinistra italiano. Molto più utile di improbabili rese dei conti sulle primarie per la scelta di questo e quel candidato sindaco. Si tratta di definire l'ubi consistam di una forza eccentrica nel panorama europeo, fuori dalla famiglia del partito socialista in un paese gravemente attanagliato dalla recessione e gravissimamente funestato da un'assenza nella redistribuzione delle ricchezze. Il Pd trova un rilancio del suo ruolo per il futuro oltre il dominio ipnotico dei tecnici, in un certo senso, contro la sua scelta di sostenere il governo.
Contro Monti non solo per le concrete politiche che il governo sta realizzando ma, soprattutto, per l'orizzonte che questa compagine governativa esprime. Se il Pd vuole essere l'incontro di due culture: quella cattolica democratica e quella socialdemocratica non può schierarsi senza riflettere a favore della globalizzazione liberista. Il Pd nasce infatti per "governare i processi" della globalizzazione non per subirli e nasce sulla suggestione affascinante, ma illusoria, che possa trovare una sintesi il capitale e il suo antagonista, il lavoro. Suggestione che allude ad un equilibrio nuovo tra economia reale ed economia finanziaria, tra monopoli privati e equa distribuzione delle risorse. Se stiamo ai fatti in Europa le forze socialdemocratiche dall'opposizione nei paesi più ricchi e, fatalmente, dal governo nei paesi più fragili non sono riuscite a vincere la scommessa.
Oggi queste forze cominciano a interrogarsi se una politica centrata tutta sul pareggio di bilancio sia un ostacolo allo sviluppo europeo. Hollande e Aubry (figlia del padre dell'Ue Delors) hanno messo in discussione in Francia la regola aurea del pareggio di bilancio nel ruolo rispettivamente di candidato presidente della repubblica e segretario del Partito socialista. Molto più coerentemente lo ha fatto Jean Luc Melanchon, candidato del Front de gauche all'Eliseo, o Oskar Lafontaine presidente della Linke in Germania.
La dialettica tra le due sinistre in Europa potrà essere foriera di una nuova ricetta per uscire dalla crisi mondiale e europea o vedrà le forze socialiste cancellate dall'alternativa tra governi di destra o governi privi di legittimazione democratica, cioè cancellate da due alternative iper-liberiste. Il Pd si colloca in questo dibattito e, paradossalmente, potrebbe essere favorito dal non essere una forza socialdemocratica. Proprio la cultura cattolico progressista, di stampo montiniano, che ha fatto la storia dello sviluppo in varie parti del mondo potrebbe essere il volano di un nuovo modo di essere centrosinistra.
Il Pd potrebbe quindi essere una forza inedita della sinistra moderata interclassista europea sviluppando la sua radice cattolica. Basterebbe rileggere le parole di Paolo VI scritte nella pasqua 1967 nell'enciclica Populorum progressio. Ricordare la sua nettezza nel contrastare il liberalismo come regola degli scambi sociali e la concorrenza come legge suprema dell'economia. Ricordare parole come: non «bisogna correre il rischio di accrescere ulteriormente la ricchezza dei ricchi e la potenza dei forti, ribadendo la miseria dei poveri e rendendo più pesante la servitù degli oppressi. Spetta ai poteri pubblici scegliere, o anche imporre, gli obiettivi da perseguire, i traguardi da raggiungere, i mezzi onde pervenirvi; tocca ad essi stimolare tutte le forze organizzate in questa azione comune». Il Pd se lo volesse potrebbe scommettere così sull'essere un corpo intermedio organizzato su un progetto di società accogliente provando a ridare senso alla politica, in tempo di antipolitica e valorizzando il suo essere una forza popolare. Lo potrebbe fare studiando lo sviluppo economico di un paese – il Brasile – passato dalla miseria a un relativo benessere grazie a un partito a vocazione maggioritaria fuori dall'ortodossia socialdemocratica e molto influenzato dal cristianesimo di base, qual è il Pd.
Per fare ciò dovrebbe riporre le avventure politiche liberal-liberiste portate avanti da qualche suo sindaco o ex dirigente e dovrebbe prendere sul serio il punto di vista di Stefano Fassina, nella parte in cui conforma il progetto sulla dignità del lavoro. In Fassina non compaiono né il lessico né le categorie marxiane, c'è l'attenzione alla dottrina sociale cattolica dalla Gaudium et spes conciliare, fino alle recenti prese di posizione della chiesa di Ratzinger.
La sfida lanciata è ambiziosa e sembra contro fattuale: accordare la democrazia e la rappresentanza con l'economia capitalistica spurgata dalla sua deriva antisociale. Potrebbe cominciare in Italia da tre proposte: bocciare la riforma dell'articolo 81 della Costituzione volta a costituzionalizzare il pareggio di bilancio, o almeno aprendo un dibattito che porti a un referendum confermativo, rigettare il progetto di "spostamento dell'asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette" ed estendere le garanzie del reddito a chi è costretto a valorizzare il capitale altrui senza avere nessuna certezza per il proprio futuro.
Proposte semplici, parziali risarcimenti del vulnus di una modifica costituzionale approvata nella disattenzione generale e di quella che Fassina chiama la «asimmetria di potere tra chi domanda e offre lavoro».

CI VUOLE LA MANO PUBBLICA

di Galapagos

Dopo quattro mesi di tregua - un inno alla speranza - in febbraio le richieste di ore di cassa integrazione sono riesplose: 82 milioni, il 49,1% più di gennaio con un aumento del 16,1% rispetto allo stesso mese del 2011. Parte di queste ore richieste, si spera, non saranno utilizzate. Ma il segnale è lo stesso drammatico: le imprese mettono le mani avanti, hanno paura del prossimo futuro e per questo chiedono ore da utilizzare per affrontare una fase che preannuncia una nuova recessione che non si sa quando terminerà.Gli organismi internazionali manifestano fiducia: la ripresa - dicono - è attesa fra pochi mesi a partire dal terzo trimestre. Ma non spiegano perché l'economia globale dovrebbe ricominciare a correre visto che sta rallentando perfino in Cina, Brasile e India. In Europa la crisi fiscale degli stati sta provocando recessione (perfino nei felici Paesi bassi) come conseguenza delle manovre correttive imposte a quasi tutti gli stati dalla Ue e dalla Bce.

Il risultato è che - a partire dalla ricca Germania - il Pil ha smesso di crescere e la domanda globale sta cadendo mettendo nei guai stati che di guai ne hanno già tanti. Tra i paesi ricchi e industrializzati solo gli Usa sembrano usciti dall'inferno grazie a una politica economica e monetaria espansiva messa in atto senza l'incubo dell'inflazione. Gli Usa per l'Europa sono importanti, ma il Vecchio continente deve trovare al suo interno il propellente per far ripartire l'economia altrimenti la crisi si trascinerà per anni e anni. E forse decenni. Allora è chiaro che serve una svolta. Camusso ha lanciato una proposta apparentemente ragionevole: una imposta patrimoniale per finanziare la Cassa integrazione e più in generale gli ammortizzatori sociali. Purtroppo è una proposta conservativa che mira unicamente a dare un reddito - peraltro infimo - a chi rischia di perdere il lavoro. Il problema è un altro: serve creare nuovo lavoro. Ieri Landini nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione nazionale della Fiom di venerdì a Roma lo ha detto chiaramente. Ma la sua voce rimane inascoltata.

I privati in questa fase - come dopo la crisi esplosa nel 1929 - il lavoro non sono in grado di crearlo: non hanno capitali, hanno poche idee e ancora meno innovazione. Questo significa che deve essere la mano pubblica a sostituirsi a loro. Con l'innovazione, ma anche investendo nel sociale con un modello di sviluppo diverso fatto di meno merci e più servizi. Rilanciando l'edilizia di recupero, non sottraendo territori per costruire nuove case visto che sono centinaia di migliaia quelle nuove e sfitte perché chi non ha casa non ha neppure reddito per acquistarla. In questa ottica una imposta patrimoniale è utile, ma sono se finalizzata a creare nuovo lavoro sostitutivo di quello che viene distrutto. Ma non basta: assieme alla patrimoniale sarebbe utile mobilitare parte dell'inutile reliquia, cioè le riserve di oro. Anche non vendendole, ma mettendole in garanzia di un prestito obbligazionario finalizzato a far ripartire lo sviluppo.

IL GIORNO DEL GRANDE SWAP. EUROPA COL FIATO SOSPESO

di Anna Maria Merlo

Il governo greco - e con lui l'Unione europea - incrocia le dita e mostra di credere a un'uscita positiva. Per un portavoce del governo di Atene, «tutto andrà bene, le informazioni che abbiamo sono positive». Secondo il commissario agli affari economici e monetari, Olli Rehn, «l'operazione dovrebbe svolgersi senza incidenti». Oggi alle ore 21 arriva la temuta scadenza: le banche private, che hanno un'esposizione di 206 miliardi di crediti verso la Grecia, devono dire se accettano o meno l'operazione di scambio tra i vecchi titoli, svalutati, contro le nuove obbligazioni. La scadenza vale per l'88% dei 206 miliardi, cioè per le obbligazioni di diritto greco. Per il rimanente, c'è tempo fino all'11 marzo.

Ma il tempo stringe: il 20 marzo la Grecia deve restituire 14,5 miliardi di euro e senza accordo con i privati, che apre l'attuazione del secondo piano di aiuti pubblici, non avrà i soldi. Per le banche private, significa accettare di perdere il 53,5% del totale prestato, un hair cut che, alla fine, diventerà del 73%, a causa della scadenza più lunga dei nuovi titoli e dei tassi di interesse più bassi. L'operazione, secondo Olli Rehn, «resta interessante economicamente per il settore privato», che, senza accordo, perderebbe tutto. Le Borse ieri hanno tirato un po' il fiato, ma martedì' la sfiducia in un esito positivo era talmente grande che c'è stato un crollo generalizzato. La suspense durerà fino all'ultimo. Ieri, c'era la certezza di uno scambio fino al 58% del debito. Trenta banche, assicurazioni e fondi hanno accettato, tra essi Allianz, Commerzbank, Crédit Agricol, Axa, Bnp, Socgen, Deutsche Bank, Groupama, Hsbc, Ing, Royal Bank of Scotland e gli italiani Intesa San Paolo, Unicredit e Generali.

Le sei principali banche greche sono pronte allo scambio, ma da Atene è arrivato un segnale valutato come preoccupante dallo stesso governo: due casse pensionistiche, quella dei giornalisti e quella dei poliziotti, hanno rifiutato di partecipare (per un totale di 2 miliardi di euro). Molti aspettano l'ultimo momento, per valutare come agire. L'accordo con le banche private è indispensabile per dare il via libera all'attuazione del secondo piano di aiuti di 130 miliardi di euro varato dalla troika. Ue, Fmi, Bce sperano che tra le banche private ci sia un tasso di adesione «volontario» all'accordo intorno al 90-95 per cento. Molto più probabilmente, il tasso di partecipazione sarà più basso, sostengono gli analisti, tra il 75 per il cento e il 90. Se questo sarà lo scenario domani sera, la Grecia sarà obbligata a trattare di nuovo con la troika, perché a quel punto il piano di 130 miliardi non sarà più sufficiente. La Grecia potrebbe essere costretta a ricorrere alle Clausole d'azione collettiva (Cac), un dispositivo che il parlamento di Atene ha approvato qualche settimana fa. Significa rendere coercitiva l'adesione al piano per le banche e le assicurazioni private, con l'obiettivo di raggiungere il 95 per cento di adesioni. Ma il ricorso alle Cac verrà considerato dai mercati come un «avvenimento di credito», cioè farà scattare il pagamento dei Cds (Credit default swaps), l'assicurazione contro il fallimento dello stato.

In altri termini, per la Grecia sarà il fallimento, anche se pilotato. L'episodio rappresenterà un precedente estremamente pericoloso per tutta la zona euro, riaprendo il baratro del contagio agli altri paesi troppo indebitati, che nelle ultime settimane sembrava essersi allontanato un po'. Se il tasso di adesione al piano di scambio delle banche private sarà intorno al 90%, il governo greco potrebbe cercare di evitare di applicare il metodo coercitivo delle Cac, ma a quel punto i partner dell'eurozona saranno costretti ad aumentare il montante del secondo piano di aiuti. Tutti sperano che venga evitato lo scenario nero: un tasso di adesione al di sotto del 75%, che impedirebbe di portare a termine il piano di salvataggio di Atene. Allora la Grecia farebbe default in modo disordinato, causando un terremoto più grave di quello generato dal crollo della Lehman Brothers nel 2008. La Grecia rimarrebbe sola con i suoi 350 miliardi di debito, che già le sono costati l'imposizione del memorandum che sta dinamitando il diritto del lavoro e la coesione sociale.

LA FIGURA BARBINA DEL COMPAGNO FASSINA

di Matteo Pucciarelli
Non solo il Pd in quanto tale non aderirà allo sciopero del 9 marzo della Fiom, cosa di per sé grave per un partito che avrebbe l’ambizione di rappresentare il mondo della sinistra e del lavoro. La novità è che anche l’ala laburista del Pd, dopo il gran baccano dei giorni scorsi, piega la testa e resta a casa invece di scendere in piazza. Sulla pavidità dei vari Fassina, Orfini e via discorrendo ci sarebbe poco da commentare. Ognuno risponde alle proprie sensibilità e alla propria coerenza. C’è invece da evidenziare le motivazioni della scelta, che fanno rimpiangere le amabili e candide bugie di un Amintore Fanfani qualsiasi: «La manifestazione si è caricata anche di altri contenuti, in particolare la Tav, oggi al centro dell’agenda politica e causa di inaccettabili episodi di violenza. Data la posizione del Pd sulla Tav e considerata la possibile presenza dei movimenti NoTav alla manifestazione del 9 marzo, ho ritenuto incoerente la partecipazione, nonostante la condivisione di alcuni dei problemi indicati dalla piattaforma dello sciopero generale», dice Fassina. Insomma, una supercazzola, una scusa inventata di sana pianta. Era molto meglio stare zitti e inventarsi un attacco di dissenteria giovedì notte.
Alla fine della fiera, la sostanza è che i valori della manifestazione di venerdì (leggere l’appello di Landini per saperne di più) possono venir derubricati in un battito di ciglio in ragione di deprimenti opportunità di partito. Roba da Pcus anni ‘50. Almeno lo si dicesse chiaramente, senza star qui a raccontarci fesserie, caro “compagno” Fassina. Il quale, come tutto il suo partito, non ha ancora realizzato che non è la Fiom ed il mondo del lavoro ad avere bisogno del Pd. È, piuttosto, il contrario.

IL LAVORO E L'ARBITRIO

di Nadia Urbinati

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori pone un limite alla libertà di licenziamento nelle aziende private con più di quindici dipendenti, il limite della «giusta causa». Non toglie la libertà al padrone di licenziare, ma la regola affinché essa non sia puro arbitrio, cioè una decisione discrezionale in forza di un’asimmetria di potere. Questo articolo rispecchia quindi il principio fondamentale della democrazia, che è la libertà dal dominio, cioè dall’essere soggetti alla decisione altrui, senz’altra ragione che la volontà di chi decide. Si dirà: ma nella sfera economica vale la libertà di disporre ciascuno della sua proprietà. E invece così non è in una democrazia costituzionale, nella quale la legge fondamentale riconosce certo il diritto di proprietà, ma riconosce anche che essa non è un fatto esclusivamente privato, anarchico, anche perché nessuna proprietà esisterebbe senza il potere dello Stato, al quale tutti contribuiscono, anche coloro che vivono di salario. Dunque, l’arbitrio, non la volontà responsabile (cioè ragionata a pubblicamente motivata), è ciò che l’articolo 18 limita. Toglierlo può voler dire dare alle scelte individuali un significato che è di arbitrio, o quantomeno di non responsabilità rispetto alla società. È allora un ossimoro che il governo, da un lato chieda, giustamente, la responsabilità di ciascuno nel condividere i costi (anche alti) del vivere sociale, e dall’altro, con la messa in discussione di questo articolo, dia poi il messaggio a chi ha più potere economico di usarlo con più discrezione, con meno limiti imposti dalla legge.

Del resto, le stesse proposte di revisione dell’articolo 18 che sono state avanzate contengono tutte delle clausole che limitano, anche se solo temporaneamente, la libertà di licenziamento. Perché? Se si pongono limiti, benché più ridotti, è perché si suppone (chi è per la revisione suppone) che senza limiti la logica del profitto e dell’interesse – la regola del mercato senza interferenze da parte della legge – possa voler dire perdita del posto di lavoro. Nemmeno chi propone la revisione è convinto che seguire la pura regola del mercato sia sicuro, perché sa che la disparità di potere tra datore di lavoro e lavoratore non può essere ignorata quando si parla di «seguire le regole del mercato». E, allora, perché rivedere l’articolo 18? Evidentemente perché si vuol togliere un po’ di garanzia. Perché un po’ soltanto? In questo «po’» è contenuto il significato del valore del diritto che si vuol cancellare. Perché un po’ meno di diritto significa nessun diritto; significa discrezionalità: lo stesso limite temporale che i sostenitori propongono per attutire il colpo (o conquistare il consenso della sinistra in parlamento) è arbitrario: perché tre anni e non tre e mezzo? O nulla.

L'EDUCAZIONE AL TEMPO DELLA CRISI

di Laura Balbo
In una scuola elementare di Milano agli alunni della V è stato chiesto di scrivere un tema immaginandosi come giornalisti (con due alternative: come giornalisti sportivi, o invece affrontando questioni di attualità politica). Quasi tutti hanno scelto la prima opzione; tre hanno deciso per la seconda. Il titolo per il “pezzo” che dovevano scrivere: “La storia della crisi italiana”. Traggo alcune righe da uno dei “contributi” che ho avuto modo di leggere:
“Dall’estate scorsa non si parla d’altro: la crisi è arrivata. Colpa di chi, non si sa. Forse colpa dell’Italia stessa e dei suoi governi non troppo “affidabili”. Colpa, forse, dei debiti…Per provare a risolvere il problema il presidente Napolitano ha indicato e suggerito Mario Monti (precedentemente professore di economia) come primo ministro di un “governo tecnico”. Decisione saggia? Sui primi cento giorni di governo c’è molto da dire…La situazione migliorerà? Potrà dircelo solo il tempo”.
E poi l’attenzione su “lavoro e disoccupazione”:
“Avere un buon posto di lavoro è difficile, soprattutto per chi non ha fatto l’università, ma anche chi ha fatto tutto il percorso di studi fatica a trovarlo. E’ un sistema davvero brutto perché più della metà dei giovani è disoccupata, e se qualcosa non cambia anche molti adulti lo saranno, tra poco. Ci sarebbero molte cose da dire, aspettiamo di conoscere quali saranno le nuove proposte del governo”.
Imbattermi in questa iniziativa è stata una sorpresa. Assolutamente eccezionale che nei percorsi scolatici si portino gli alunni a farsi domande di questo tipo (e non soltanto in una classe delle elementari, anche nei licei, negli istituti tecnici e professionali; e nelle aule universitarie): luoghi dove ci si prepara, si impara - così dovrebbe essere - a entrare nel mondo. I contesti, le situazioni, in cui in qualche modo si dovrebbe insegnare a guardarsi intorno, nel mondo. La questione è complessa, ovviamente. Il punto è che non se ne parla. Illuminante il titolo di un articolo di un professore e scrittore, Christian Raimo, pubblicato nel dicembre 2011 su Repubblica (l’ho conservato): “Ma a qualcuno interessa educare noi insegnanti”? Basterebbe già questo, ma c’è poi un’altra frase, pesantissima: “C’ è un deficit spaventoso su cosa voglia dire insegnare e apprendere oggi….”. Nell’articolo si mettono anche in luce esperienze positive, che certo ci sono. Ma appunto si insiste che sono “casi”, e sempre frutto di iniziative individuali. E ancora (perché qui mi sento coinvolta direttamente): “E’ possibile che la maggior parte dei docenti sia totalmente digiuna di scienze cognitive e di scienze sociali in generale?”.
Penso alle decine di migliaia di giovani universitari che studiano nel mondo delle scienze sociali: i corsi hanno impostazioni le più svariate, moltissimi i temi. Certo ci saranno situazioni, e docenti, che in questa fase hanno messo almeno per una volta da parte i programmi ufficiali e aperto una conversazione/discussione con i loro studenti sulla “crisi”, e su quel che sta succedendo attorno a loro (e che riguarda loro più direttamente, ovvio). Ma è comunque qualcosa di inconsueto, è una scelta “anticonformista”. Partendo dall’ “educare noi insegnanti”, facciamocele domande di questo tipo: dunque al centro il cosa, e come, “insegnare”. In particolare per quegli “insegnamenti” (faccio fatica a usare questa parola) che dovrebbero aiutare a “leggere il sociale”.
E un secondo commento sul “caso” della scuola di Milano.
Naturalmente se un’allieva della scuola primaria riesce a scrivere su questi temi con testi così attenti e informati, significa che vive esperienze in qualche misura “speciali”: situazioni in cui in casa si leggono i quotidiani o si guardano, in televisione, programmi che si occupano di politica, genitori con i quali di queste cose si parla senza semplificare, e disponibili a coinvolgere i figli su temi complessi. In grado di cogliere con interesse uno stimolo “scolastico” davvero inatteso, come questo: ricordiamoci che nel percorso delle scuole elementari ci si occupa di vicende della storia passata, i greci e i romani e gli etruschi, certo non di problemi a noi vicini.
Dunque arriviamo al dato - scontato, ma che ogni tanto dovrebbe essere rimesso al centro dell’attenzione - delle differenze di “classe sociale” (così si diceva una volta, e la si considerava una questione cruciale: in sociologia, ma non solo!). E dei meccanismi delle disuguaglianze, della selezione (aggiungo: anche cosa significa “meritocrazia”, parola problematica emersa in dibattiti recenti). La scuola nei nostri sistemi democratici: un tema certo non nuovo. Attuale, e pesante.
Università Bicocca, Milano. A partire da gennaio 2012 una serie di incontri con il titolo “Per rimetterci in piedi”. Si affrontano questioni della fase politica attuale, si presentano “proposte”. Anche, in qualche caso, corsi tenuti nei diverse ambiti degli insegnamenti universitari in Scienze Politiche. Ancora, i titoli di due pubblicazioni recenti, edizioni dell’Asino: “Come siamo cambiati” (a cura di Giulio Marcon), e “Dove stiamo andando” (di Andrea Toma). Nel 2012 ne avremo molte, di occasioni di questo tipo. Fino ad ora titoli di interventi e dibattiti sono stati prevalentemente caratterizzati da pessimismo, letture negative del futuro. Un sollievo, che si cominci a cambiare: le parole, il modo di guardare gli anni davanti a noi, e appunto anche “noi”. Non siamo tutti uguali (né noi italiani, né gli “umani”). E sembra sensato guardare alle diverse componenti della gente in mezzo a cui viviamo questa fase storica (siamo sette miliardi, non dimentichiamolo).

L'ITALIA SONO ANCH'IO: GRANDE SUCCESSO DELLA CAMPAGNA

di Grazia Naletto
Il 6 marzo 200 mila firme sono state consegnate alla Camera dei Deputati da parte dei promotori della campagna “L’Italia sono anch’io”, mentre siamo in piena recessione, la disoccupazione è al 9,2% (ma quella giovanile è pari al 31,2%), la scure dei tagli “tecnici” si abbatte sul welfare e sui diritti dei lavoratori, la distanza tra ricchi e poveri aumenta sempre più senza che coloro che risiedono in Parlamento sentano il bisogno di chiedersi chi rappresentano veramente. Si tratta dei “soliti antirazzisti, viziati da eccessi di autoreferenzialità e di buonismo” che vivono in un mondo a parte, incapaci di allungare lo sguardo sul contesto economico e sociale e sulla crisi della democrazia che li circonda? La nostra risposta è no, di seguito tentiamo di spiegare il perché.
Il grande successo della raccolta di firme (di gran lunga superiori alle 50.000 richieste) su due proposte di legge di iniziativa popolare per una riforma della legge sulla cittadinanza (non solo con riferimento ai nati in Italia e ai minori) e per l’introduzione del diritto di voto amministrativo per i cittadini stranieri regolarmente residenti, merita attenzione.
Va innanzitutto messa in evidenza la straordinaria mobilitazione capillare che la campagna ha saputo stimolare coinvolgendo, ben oltre i soggetti promotori, associazioni territoriali, comuni piccoli e grandi, ma anche singoli individui. L’ampiezza del comitato promotore è stata sicuramente di aiuto, ma la sensazione è che abbia più che altro funzionato da centro propulsore, da punto di riferimento per centinaia di persone che in tutto il paese e in piena autonomia, hanno deciso di impegnare parte del proprio tempo nella raccolta di firme, nel tempo libero, ma anche sul proprio posto di lavoro. Questa adesione diffusa non era assolutamente scontata per più motivi.
A differenza di quanto è avvenuto su altri temi (l’acqua, il nucleare, il sistema elettorale) al centro delle proposte di legge della campagna vi è la rivendicazione dei diritti di cittadinanza e di voto dei cittadini stranieri non comunitari: coloro che erano abilitati a firmare (i cittadini italiani) e molti di coloro che hanno raccolto le firme non costituiscono i destinatari diretti delle proposte di legge, qualora queste venissero eventualmente approvate.
In secondo luogo il lancio della campagna ha seguito un decennio di martellamento politico e mediatico che ha scelto i migranti e i cittadini stranieri residenti come uno dei capri espiatori privilegiati del malessere sociale diffuso. Basti ricordare il clima politico e culturale che ha reso possibile l’approvazione della legge Bossi-Fini (2002), l’annuncio, mai divenuto realtà, della riforma del T.U. 286/98 sotto l’ultimo Governo Prodi, la proliferazione assolutamente trasversale alle forze politiche delle ordinanze sindacali creative in materia di ordine pubblico, poi di welfare, fino ad arrivare all’approvazione delle norme che hanno composto il cosiddetto pacchetto sicurezza (2008-2009) dell’ultimo Governo Berlusconi. Sia pure con linguaggi e accenti anche molto diversificati, il dibattito pubblico riferito ai migranti almeno dal 2002 in poi è stato caratterizzato da uno slittamento dell’ordine del discorso dalla sfera dei diritti (sia pure con non poche cadute, egemone sino agli anni 2000-2001) a quella della loro progressiva erosione. Da un lato il fantasma dell’“insicurezza percepita” (la presunta relazione di causalità tra la crescita della popolazione straniera e l’aumento della criminalità che troppi rappresentanti politici e operatori mediatici hanno proposto in particolare nel biennio 2007-2009), dall’altro quello dell’insostenibilità economica e sociale dell’immigrazione (“il peso” che i cittadini stranieri eserciterebbero sulla nostra finanza pubblica e sul sistema di protezione sociale) hanno fatto da sfondo a discorsi, retoriche e pratiche istituzionali sicuritarie e esplicitamente discriminatorie.
“L’Italia sono anch’io” ha lanciato un messaggio completamente diverso: vi sono ormai quasi 5 milioni di cittadini stranieri stabilmente residenti nel nostro paese che sono parte integrante della società italiana. E’ il tempo di “vederli” e di “riconoscerli” favorendo il loro inserimento sociale non solo, ma anche grazie alla facilitazione dell’acquisizione della cittadinanza e al riconoscimento del diritto di voto. La sostituzione del binomio migranti/diritti a quelli ripetutamente riproposti in questi anni (migranti/criminali, migranti/insicurezza) è il messaggio chiave della campagna e questo “mutamento di prospettiva” è forse uno dei suoi principali contributi, indipendentemente dall’esito che le proposte di legge avranno in Parlamento. Un mutamento di prospettiva che ha contaminato rappresentanti politici e amministratori, intellettuali e giornalisti: i temi delle proposte di legge di iniziativa popolare sono stati oggetto di dichiarazioni di eminenti cariche dello stato, di decine di articoli su quotidiani e siti web, di trasmissioni radio e tv come mai era accaduto prima. La campagna ha persino spinto alcuni tra gli intellettuali più conservatori e intolleranti a riprendere la parola, evidentemente intimoriti dalla possibilità che il Parlamento possa prendere finalmente in considerazione la possibilità di discutere le proposte e di trasformarle in leggi dello stato.
Ma, come dicevamo all’inizio, il significato della campagna travalica i contenuti specifici delle proposte di legge di cui si è fatta promotrice. Come già era avvenuto per la raccolta di firme e poi per il voto sul referendum sull’acqua pubblica, anche in questo caso è emerso che quando una proposta è chiara e convincente e rispecchia il vissuto quotidiano di gran parte della popolazione, è capace di incontrare ampio consenso e di mobilitare energie nuove anche su temi considerati “di frontiera”. L’Italia è meticcia e molti cittadini italiani non solo sono disposti a riconoscerlo, ma sollecitano scelte istituzionali conseguenti attivandosi insieme ai moltissimi giovani figli di cittadini immigrati ma nati e/o cresciuti in Italia (e dunque cittadini di fatto) sempre più presenti nei movimenti sociali, nelle associazioni e anche nei partiti. Senza pari opportunità la democrazia è monca e la coesione sociale impossibile: per chi si è mobilitato in questi mesi questo è chiaro, così non è purtroppo per molti di coloro che sono seduti in Parlamento. La campagna ha anche lanciato un altro segnale, sicuramente più modesto ma altrettanto significativo: esiste un’esigenza diffusa di partecipazione che cerca su temi e obiettivi specifici modalità di espressione e di organizzazione. La scelta di tornare in piazza, per strada, implica impegno costante, fatica e, soprattutto, la disponibilità e la pazienza di parlare, per convincerle, con migliaia di persone. Nell’era di Facebook e di Twitter e delle azioni eclatanti può darsi che qualcuno consideri questa una formula superata. Ma per riempire il vuoto che separa i rappresentanti dai rappresentati i contatti virtuali da soli non sono sufficienti. Occorre tornare a parlare con le persone in carne e ossa, tessere relazioni, individuare obiettivi comuni e su questi mobilitarsi, avere delle idee, condividerle ed essere disponibili a discuterle con chi ha opinioni diverse. “L’Italia sono anch’io”, al di là dei suoi contenuti specifici, ce l’ha ricordato. Se il Parlamento non tenesse conto delle firme che il 6 marzo verranno depositate alla Camera, allargherebbe ulteriormente la distanza che lo separa da una parte non irrilevante della società italiana.

PAREGGIO DI BILANCIO: KEYNES PROIBITO PER LEGGE

da keynesblog.wordpress.com
La Camera ha approvato ieri, in seconda lettura, il disegno di legge che introduce il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. La nuova normativa prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. Fa un passo avanti decisivo, quindi, la costruzione di quella “Europa tedesca” voluta dal nuovo patto fiscale, promosso dalla cancelliera Merkel, sulla base di una errata analisi della crisi europea, tutta concentrata sull’ipotesi che essa sia dovuta alla “prodigalità” dei paesi periferici (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Abbiamo invece visto che tale ipotesi è contraddetta dai fatti, come si ostinano a sottolineare molti economisti.Il testo tuttavia presenta alcuni alleggerimenti al fine di tenere conto del ciclo economico. Come si può leggere sul sito della Camera:In particolare, le novelle all’art. 81 della Costituzione, che detta regole sulla finanza pubblica e sulla formazione del bilancio, sanciscono il principio del “pareggio di bilancio”, in base al quale lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle diverse fasi – avverse o favorevoli – del ciclo economico.
Si prevede tuttavia una eventuale deroga alla regola generale del pareggio, stabilendo che possa consentirsi il ricorso all’indebitamento solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali, che possono consistere in gravi recessioni economiche; crisi finanziarie e gravi calamità naturali. Per circoscrivere e rendere effettivamente straordinario il ricorso a tale deroga, si dispone che il ricorso all’indebitamento connesso ad eventi eccezionali sia autorizzato con deliberazioni conformi delle due Camere sulla base di una procedura aggravata, che prevede un voto a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.Una previsione, quella della procedura aggravata, che restringe la portata stessa della deroga, rendendola residuale e improbabile, almeno fino al conclamarsi di una situazione di gravità paragonabile ad una vera e conclamata depressione.
Viene comunque a cadere la possibilità di un fine tuning del ciclo economico attraverso la spesa pubblica che gli economisti keynesiani americani hanno spesso sollecitato nel dopoguerra. Si deve inoltre tenere conto che l’Italia, in quanto membro dell’Eurozona, non ha più alcuna possibilità di intervento sulla politica monetaria, quindi sul tasso di interesse e sul controllo della base monetaria, altro strumento principe del fine tuning. La modifica va poi letta nel contesto europeo del “fiscal compact”, che obbligherà il nostro paese al rientro dal debito fino a raggiungere la ratio del 60% sul Pil e l’impossibilità di produrre deficit oltre lo 0,5%. Ciò che il premier britannico David Cameron, pur sostenitore dell’austerity, ha definito “proibire Keynes per legge”Nulla viene inoltre detto rispetto all’obiettivo finale dell’intervento pubblico teorizzato nella macroeconomia keynesiana, ovvero la piena occupazione.
Anche gli Stati Uniti, nel 2010, si sono trovati di fronte ad una proposta simile, avanzata dai Repubblicani. La proposta avveniva in un quadro in cui l’Amministrazione Obama procedeva a stimoli economici che hanno portato allo sfondamento del “tetto” del debito pubblico, che ha raggiunto il 100% sul Pil, il più alto debito pubblico della storia del Paese dalla seconda guerra mondiale.Nonostante questo quadro la proposta è stata rigettata dall’Amministrazione progressista ed è stata oggetto di un duro e circostanziato dibattito. Tra gli altri, quattro premi Nobel, affiancanti da altri economisti di prestigio, scrissero un appello contro il pareggio di bilancio nel quale si affermava: Una modifica [costituzionale] che introduce il pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi di fronte alla recessione. In una recessione economica le entrate fiscali cadono mentre alcune uscite, come ad esempio l’indennità di disoccupazione, aumentano … Mantenere il bilancio in pareggio ogni anno aggraverebbe le recessioni. [...]Induce inoltre a manovre contabili dubbie (come la vendita di terreni pubblici e altre attività, contando i proventi come entrate a riduzione del disavanzo), e altri trucchi di bilancio. Le controversie sul significato di pareggio di bilancio probabilmente finirebbero nei tribunali, con una politica economica che finirebbe sotto il controllo della magistratura. [...]Anche durante le espansioni, un vincolo di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché l’aumento dei rendimenti derivanti da investimenti, anche quelli interamente pagati con entrate aggiuntive, sarebbe considerati incostituzionali, se non compensati da altre riduzioni di spesa.
L’appello, firmato tra gli altri dai Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin, Robert Solow mette in evidenza gli effetti perversi del vincolo del pareggio di bilancio, sia in un periodo di recessione che di espansione. Come il caso italiano, anche quello americano prevedeva alcune scappatoie, ma i Nobel sottolineavano che le procedure rafforzate “sono ricette per la paralisi.”Come si è già detto, di vincolo di bilancio non si è più parlato negli USA per l’opposizione ferma del Presidente Obama, del Partito Democratico e di larga parte degli economisti. L’Europa invece ha ormai imboccato una strada opposta, legandosi progressivamente le mani proprio nel momento in cui è necessaria una politica economica coraggiosa ed espansiva.E lo ha fatto con un vincolo costituzionale imposto ai paesi membri che avrà conseguenze sull’azione di qualsiasi governo futuro.