<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213</id><updated>2012-02-11T22:18:28.301+01:00</updated><title type='text'>la sinistra per Gualdo</title><subtitle type='html'>il blog della sinistra, per una nuova Gualdo, curato da Gianluca Graciolini.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>5695</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3039553787401497681</id><published>2012-02-10T17:12:00.002+01:00</published><updated>2012-02-11T22:18:28.310+01:00</updated><title type='text'>CONTRO IL DICIOTTISMO DI MONTI, L'ALTERNATIVA CHE SERVE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-XA8OttVP8uw/Tzba9rA_gtI/AAAAAAAARvU/9WnCrkm9QsY/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707990330792444626" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 368px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-XA8OttVP8uw/Tzba9rA_gtI/AAAAAAAARvU/9WnCrkm9QsY/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Claudio Gnesutta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Monti ha preso in mano la situazione e si sta spendendo per convincerci che l’art. 18 è la causa della nostra arretratezza economica; una "campagna" ampiamente sostenuta come attesta il forte supporto di Scalfari e di tutto l’arco del (centro-)destra.&lt;br /&gt;Con l’alibi di essere un tecnico Monti asserisce che l’eliminazione dell’art. 18 è tecnicamente essenziale per rilanciare gli investimenti in Italia, specie quelli esteri, ma è proprio questa giustificazione che dimostra invece quanto "politica" sia la sua scelta nel scegliere questa questione come bandiera della sua politica di rilancio della crescita. E non solo per l’aspetto, politicamente piuttosto grossolano, di chiedere il sacrificio dell’art. 18 in cambio di una pseudo-patrimoniale mettendo sullo stesso piano la richiesta di rispettare un dovere (fiscale) con la rinuncia a un diritto.&lt;br /&gt;In questa scelta vi è tutta la visione politica di questo governo che, al di là del piglio serio (rispetto alla destra cui eravamo abituati), esprime in pieno - e nella sua collegialità, si vedano gli interventi reiterati di Fornero, ma anche di Cancellieri e altri - la sua visione neoliberale (libdem) della società. Sotto l’egida di un "keynesismo" che ha larghi tratti di consonanza con il monetarismo, manifesta le sue radici nella convinzione che è l’impresa il motore del nostro progresso civile, visione che rinsalda l’opinione comune che l’economista è strutturalmente un pensatore di destra per il considerare la società, con i suoi valori e suoi diritti, solo un’appendice del mondo della produzione; il divulgatore del mantra che è l’economia a determinare la forma reale della società (sempreché non neghi l’esistenza stessa della società).&lt;br /&gt;Eppure Monti nelle sue Lezioni europee del 2009 su "L’Europa, il capitalismo di mercato e la crisi economica" sottolineava che la crisi sociale era tanto preoccupante quanto la crisi finanziaria e si preoccupava per la sostenibilità del modello sociale europeo, del quale rivendicava l’obiettivo di garantire solidarietà ed equità nella distribuzione delle "risorse". Anche senza i toni da "welfare caritatevole", rimane tuttavia l’impressione che il timore per la crescente iniquità e disuguaglianza sociale fosse, e sia, dovuta agli effetti che iniquità e disuguaglianza possano avere per il funzionamento del mercato e che gli interventi per contenerle siano solo un costo necessario per il suo corretto funzionamento.&lt;br /&gt;Non tutti gli economisti hanno questa vista destrorsa (sebbene "illuminata"), ci sono anche quelli che guardano le cose in altro modo; l’esempio può essere quello di autori, come Stiglitz, Sen e Fitoussi del Rapporto Sarkozy, che, ponendo al centro dell’analisi economica la "qualità della vita" delle persone, sostengono tra le molte cose interessanti che "L'incertezza circa le condizioni materiali che possono prevalere in futuro ha conseguenze negative per la qualità della vita … La perdita di lavoro può portare a insicurezza economica … La paura di perdere il lavoro può avere conseguenze negative per la qualità della vita dei lavoratori (ad esempio, la malattia fisica e mentale, le tensioni nella vita familiare), nonché per le imprese (ad esempio gli impatti negativi sulla motivazione dei lavoratori e la produttività, ridurre l'identificazione con gli obiettivi aziendali) e la società nel suo complesso" (traduzione mia). Ridimensionare i diritti della parte più debole significa aumentare l’insicurezza sociale, ridimensionare l’inclusione nella vita pubblica, ridurre il cittadino a suddito il ridimensionamento del suo potere di contrattazione. Considerare i diritti acquisiti con lotte civili come risultato di "buonismo" è un’altra scivolata terminologica del nostro premier, che dimostra la scarsa comprensione di una democrazia dove i diritti vengono conquistati e non paternalisticamente concessi.&lt;br /&gt;L’obiettivo politico è quello di rafforzare il ruolo dell’impresa, trascurando le interazioni che un tale processo ha con gli altri processi sociali e quindi il suo effetto finale sull’efficienza del sistema economico. Visto in un’ottica di lungo periodo (sentiero sul quale ci indirizzano i nostri tecnici-politici) il rischio è di immiserire quelle risorse democratiche che dovrebbero essere il cuore del modello sociale europeo che perde però di senso se le parti sociali sono deboli per non essere portatrici di propri diritti. E la prevista monetizzazione del diritto a non essere ingiustamente licenziato esprime la concezione che la società va subordinata all’economia: gli individui non come cittadini, ma semplici produttori.&lt;br /&gt;Nessuno può negare che la realtà che stiamo vivendo non sia di particolare complessità e che il modo con il quale la affrontiamo costituisca un momento discriminate per il nostro futuro; ma proprio per questo non si possono affrontare le difficoltà assumendo in maniera semplicistica come taumaturgico un intervento che, dal punto di vista economico, non appare di per sé rilevante se non per le pericolose implicazioni sociali e politiche.&lt;br /&gt;Non è una conclusione eccessiva: la vicenda dell’art. 18 documenta l’angustia della visione espressa dal governo dei tecnici sul rilancio della crescita. Merita interrogarci su quale sia il modello di crescita presente di fatto nella visione di Monti. A suo avviso l’articolo incriminato è responsabile del blocco degli investimenti in Italia. Tale affermazione trascura però il fatto che di fronte alle difficoltà introdotte dall’euro per fronteggiare la maggiore concorrenza internazionale, la nostra classe imprenditoriale, invece di percorrere la via più complessa e difficile verso produzioni di più elevato tenore tecnologico per competere sulla qualità, ha scelto la strada più facile della compressione dei costi (delocalizzando e precarizzando il lavoro) per competere in termini di prezzo. Nella nostra storia industriale anche recente non mancano esempi del primo tipo, ma è il secondo che ha prevalso e ha dato il tono all’evoluzione della nostra economia. La pressione salariale e normativa del lavoro che, non permettendo lo statu quo, avrebbe dovuto costituire uno stimolo per i veri imprenditori a innovarsi nei metodi e nei prodotti, si è invece tradotta in un assetto produttivo che garantisce alle imprese i profitti (da destinare alla rendita finanziaria e ai consumi opulenti), ma non una solida prospettiva di crescita industriale e di progresso civile.&lt;br /&gt;Non prendere in considerazione le determinanti della nostra accumulazione impedisce la corretta interpretazione di molti aspetti critici della nostra realtà, dalla precarizzazione alla fuga dei cervelli. La stessa disoccupazione, come scarto tra domanda e offerta ai saggi di salario correnti, non è credibilmente spiegata se non in termini di una domanda di lavoro da parte delle imprese che si presenta ristretta e rigida; in tale contesto la maggiore facilità al licenziamento si traduce in salari più bassi, in occupazione sostanzialmente immutata e quindi in ulteriore caduta dei redditi da lavoro (soprattutto a fronte di un più accentuato precariato). Con il contenimento del reddito dei lavoratori, il ridimensionamento delle pensioni, la compressione fiscale dei redditi più bassi, la maggiore insicurezza sul posto di lavoro fa grandi passi il processo di omogeneizzazione al ribasso all’interno di quella "società dei quattro quinti" che si presenta come possibile futuro. La scelta ossessiva di Monti sull’art. 18 si presenta allora come un fattore che favorisce l’ulteriore spostamento del baricentro della nostra industria verso un assetto basato sul contenimento dei costi del lavoro. Se questo è il modello di crescita di cui tanto si parla nel "salva-crescita" del governo è bene cominciare a pensare a come affrontare l’inevitabile contraddizione tra economia e società che si presenta con la partecipazione all’euro: la forza della prima comporterebbe il deterioramento della seconda; alla resistenza della seconda si assocerebbe la debolezza della prima. In entrambi i casi si registrerebbe una crescente fragilità della nostra società e della democrazia, nostra e europea.&lt;br /&gt;L’attuale crisi - è sempre più evidente - non è solo crisi economica ma anche crisi sociale; anzi è una crisi politica poiché è l’espressione dell’incapacità della "politica" di formulare un progetto credibile di come governare l’economia a supporto della crescita sociale e della democrazia. In questo senso nulla è cambiato con il governo Monti e i suoi tecnici. Il dramma è che di fronte alla "serietà" di Monti ci sono solo balbettii, non molto convinti e tanto meno convincenti, sulle possibili alternative in grado di irrobustire la nostra democrazia. Ma non c’è molto tempo per passare dai balbettii a una chiara voce.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3039553787401497681?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3039553787401497681/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/contro-il-diciottismo-di-monti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3039553787401497681'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3039553787401497681'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/contro-il-diciottismo-di-monti.html' title='CONTRO IL DICIOTTISMO DI MONTI, L&apos;ALTERNATIVA CHE SERVE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-XA8OttVP8uw/Tzba9rA_gtI/AAAAAAAARvU/9WnCrkm9QsY/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5586974512145534564</id><published>2012-02-10T17:11:00.006+01:00</published><updated>2012-02-11T22:16:41.603+01:00</updated><title type='text'>PER UNA RICOSTITUENTE EUROPEA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-zo_2e4Hs6M8/TzbafV65MGI/AAAAAAAARvI/shjAmSaDGzI/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707989809733644386" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 266px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-zo_2e4Hs6M8/TzbafV65MGI/AAAAAAAARvI/shjAmSaDGzI/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Ugo Mattei, Lorenzo Marsili e Francesco Raparelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Un nuovo processo costituente dunque sta prendendo forma nello spazio dell'euro e dell'Unione. Una «rivoluzione dall'alto», come ha scritto Balibar, sollecitata dall'iniziativa dei mercati finanziari, che sta riducendo in briciole la democrazia liberale che abbiamo conosciuto a partire dal secondo dopoguerra. In un mondo in cui i rapporti di forza fra Stati e settore privato sono mutati a tutto danno della sovranità non ci si poteva aspettare altrimenti. Il debito pubblico è quanto resta agli spossessati del capitalismo cognitivo, il prodotto congiunto del loro lavoro sfruttato. E’ quindi una legge ferrea dell’ economia politica che questo common venga "recintato", in una nuova fase di accumulo originario.&lt;br /&gt;Sarebbe ingenuo pensare che questo processo sia lineare. Nonostante gli sforzi di Draghi e Monti non è detto che la moneta unica ce la faccia: l'unificazione delle politiche fiscali è tardiva e i limiti ai quali Draghi deve sottoporre l'immissione di liquidità a sostegno degli Stati in crisi sono troppi. La Bce non è una banca centrale, non può stampare moneta, ed è stato proprio questo limite paradossale, imposto dalla Germania, a stimolare l'iniziativa degli hedge funds. Non è casuale che oggi siano proprio quest'ultimi ? pensiamo a Soros - a richiedere a gran voce l'istituzione degli eurobonds. La socializzazione del debito garantirebbe stabilità all'euro, ma anche liquidità in abbondanza per i mercati. La Germania non ci sta e guarda verso est. Altrettanto, non è casuale che proprio al seguito del vertice di Bruxelles la Merkel si sia mossa verso Pechino in compagnia di una ventina di imprese tedesche. Già 200 lavorano nel Guangdong, e il 30% degli scambi commerciali tra l'Europa e la Cina riguardano la Germania. Intanto in Francia è partita la corsa per le presidenziali e Hollande, il candidato socialista, promette, in caso di vittoria, di far saltare il Trattato.&lt;br /&gt;Si tratta insomma di un processo costituente rissoso e incerto, quello avviato dal Fiscal compact. I risultati sul terreno economico sono ancora molto fiacchi, la Grecia e il Portogallo continuano a rischiare il default, altrettanto l'Irlanda. Mentre Spagna e Italia, devastate dalle politiche del rigore di Rajoy (e prima di lui di Zapatero) e Monti, procedono verso la recessione. Dal punto di vista politico, invece, i risultati sono evidenti: i cittadini europei non contano più nulla, già contavano molto poco prima, ora il tasso di democrazia nell'Eurozona si riduce al minimo. La direzione del capitalismo del vecchio continente sembra più che mai quella cinese: compressione smisurata dei salari, peggioramento delle condizioni di vita, azzeramento della "sostanza" democratica, in un quadro in cui anche i diritti negativi cominciano ad essere a rischio.&lt;br /&gt;Possiamo arrenderci a questo destino? Noi pensiamo di no, e pensiamo che siano tanti, in Europa, a pensarla in questo modo. Per questo ci stiamo mobilitando, assieme a tante e tanti, oltre 40 associazioni in tutta Europa, per «invertire la rotta». Dal 10 al 12 febbraio, per tre giorni al Teatro Valle occupato di Roma, si aprirà un confronto a tutto campo sull'Europa che vogliamo*. L'idea è quella di dare vita ad un nuovo spazio pubblico transnazionale, una "costituente dal basso" che sappia federare istanze politiche e conflitti, componendo linguaggi e pratiche tra loro differenti, ma tenuti insieme dal filo di una comune spinta europeista, ostile all'Europa che c'è e al disastro che ci attende, ma capace di delineare un’alternativa chiara e soprattutto di portarla avanti a livello transnazionale.&lt;br /&gt;Il metodo è induttivo. Si parte da due questioni programmatiche decisive: i beni comuni il primo giorno, il reddito garantito il secondo, sullo sfondo la connessione fra i due temi iniziando proprio il giorno in cui la FIOM porta nuovamente in piazza il tema del "lavoro bene comune". In entrambi i casi si tratta di questioni che, se conquistate sul terreno normativo, sarebbero in grado di rovesciare il delirio monetarista di Francoforte e di ridefinire la costituzione materiale europea. Ma si tratta soprattutto di grandi rivoluzioni culturali capaci di trasformare il senso comune e dunque lo spazio politico in cui viviamo. Dire reddito significa ripensare la distribuzione sociale della ricchezza: in un contesto produttivo dove la precarietà diventa regola e la vita viene messa continuamente al lavoro, la conquista politica di una base reddituale sicura e incondizionata significa uscire dall'incubo del ricatto ripensando al rapporto fra lavoro e tempo libero per lo svago e la cittadinanza attiva, in una dialettica che può essere interamente ripensata in chiave di beni comuni. La sfida dei beni comuni - come abbiamo imparato in Italia con il referendum del 12-13 giugno - è la sfida della democrazia contro il saccheggio, l'autoritarismo e lo sfruttamento sociale ed ambientale: è il mondo della qualità è della bellezza che si contrappone a quello dell’accumulo e dell’abbrutimento produttivo. Di qui l’importanza del Teatro Valle Occupato, luogo simbolo da questo punto di vista. Né pubblico né privato, il comune allude ad una sfera sociale e politica dove il potere si diffonde e con esso la partecipazione nella gestione "imprudente" ma creativa e di qualità delle risorse e dei servizi.&lt;br /&gt;Come sappiamo cittadinanza ed inclusione (le cifre della giuridicità benecomunista) non cadono dal cielo ma devono essere strappati da un'iniziativa politica ampia e radicale. Per questo immaginiamo la costruzione di due grandi campagne europee, in grado di coinvolgere movimenti e associazioni, amministratori locali (non a caso la proposta di una Carta europea dei beni comuni è stata lanciata dal Comune di Napoli) e forze sindacali. In questo senso, l'utilizzazione dello strumento dell'Ice (Iniziativa dei cittadini europei), prevista dall’ art. 11 dell’ odioso trattato di Lisbona, deve essere usata in modo contro-egemonico, divenendo uno stimolo a connettere soggetti eterogenei, a far crescere l'attenzione e l’emozione pubblica, ad arricchire lo sfondo all'interno del quale far emergere in primo piano le lotte concrete. Dobbiamo sommergere la Commissione (ed indirettamente il Consiglio) con decine di milioni di firme che chiedano l’apertura di un processo costituente politico vero. I temi che affronteremo al Valle devono diventare i temi di un grande dibattito politico, indispensabile ingrediente della costituente di un demos europeo.&lt;br /&gt;La prima stesura della Carta Europea dei Beni Comuni, redatta nell’ ambito di una due giorni torinese di dicembre che ha visto coinvolti molti giuristi internazionali oltre ad esponenti dei movimenti è già online, in molte lingue. L'appuntamento del Valle occupato sarà un passaggio cruciale per rendere ulteriormente vivo questo documento "costituente" nell’ambito di un grande sforzo partecipato di produzione di giuridicità dal basso, proprio come è stato per lo Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune.&lt;br /&gt;Seppure si tratta di partire dalla singolarità delle vertenze, non possiamo non pensare ad un luogo di composizione delle lotte e del discorso. L'indebolimento del percorso dei fori sociali non deve farci demordere. Nel mezzo dell'emergenza e della crisi, sta crescendo una nuova "coscienza europea"; siamo sicuri che l'appuntamento del Valle occupato sarà solo l'inizio, e che questa coscienza debba riuscire a darsi una soggettività politica capace di agire efficacemente, collegando i piani del locale e del transnazionale e di farsi vero contro-potere. Non sarà facile né breve, ma per dirla con uno slogan dei movimenti studenteschi, «la gente come noi non molla mai» o, con il movimento NO TAV, "a sarà dura".&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5586974512145534564?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5586974512145534564/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/per-una-ricostituente-europea.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5586974512145534564'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5586974512145534564'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/per-una-ricostituente-europea.html' title='PER UNA RICOSTITUENTE EUROPEA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-zo_2e4Hs6M8/TzbafV65MGI/AAAAAAAARvI/shjAmSaDGzI/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-1963054829284820689</id><published>2012-02-10T17:11:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T22:11:58.966+01:00</updated><title type='text'>I SETTE CONTRATTI CHE SFRUTTANO I GIOVANI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-SvNBxAjrGME/TzbZRIzlUwI/AAAAAAAARu8/TriBJs1I0J0/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707988466183525122" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 239px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-SvNBxAjrGME/TzbZRIzlUwI/AAAAAAAARu8/TriBJs1I0J0/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffff33;"&gt;di Roberto Petrini&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lavorano come possono, o piuttosto si arrangiano. Sono finti soci di negozi, falsi detentori di partite Iva, lavoratori a progetto per un progetto che non c'è. In realtà sono tutti lavoratori subordinati, fanno parte di una struttura organizzata e producono come gli altri. A queste categorie di giovani, che cercano di sbarcare il lunario e di portare a casa un compenso a fine mese, mancano invece le garanzie degli altri, i contributi e le assicurazioni per incidenti e malattie.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;E' il mondo del nuovo precariato che è nato sotto i nostri occhi e che spesso è difficile scorgere e catalogare. Ci sono professioni intellettuali, come gli assegnisti di ricerca; attività di formazione come gli stage (si fanno anche nei negozi di abbigliamento) che nascondono spesso mero sfruttamento. Si affacciano alla porta del precariato anche i praticanti professionisti che lavorano gratis con l'obiettivo di entrare in un ordine professionale, ma non scorgono il futuro. Oppure quelli del voucher, un sistema nato per favorire i lavoretti degli studenti, e che rischia di essere l'ultimo gradino del precariato: il datore di lavoro compra i buoni dal tabaccaio e poi ci paga ragazzi sotto i 25 anni che possono lavorare anche il sabato e la domenica. Una radiografia dell'Italia, composta grazie ai dati della Cgil politiche giovanili e della Uil politiche territoriali, che mette i giovani italiani sotto una luce diversa rispetto a quella che si è accesa negli ultimi giorni.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Molto meno «mammoni» di quanto si creda, meno «sfigati» di quanto si pensi: per loro la monotonia di un posto stabile è una chimera che agguanterebbero volentieri. Senza sensi di colpa. Anche per non cambiare lavoro ogni tre mesi. Per costruire una storia previdenziale adeguata e per poter stipulare un mutuo. Ecco i sette casi-tipo del precariato giovanile degli Anni Duemila.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;1) Falso Progettista - Lo dice la parola stessa: «a progetto». Ma spesso quello che manca è proprio il progetto. In realtà la formula, definita dalla legge «collaborazione continuativa a progetto» in sigla «co.co.pro», nasconde un lavoro subordinato. Il giovane che l'accetta ha un impegno con tutti i vincoli del dipendente, dalla subordinazione all'orario, ma senza le garanzie: senza liquidazione, ferie e permessi di maternità. In Italia i collaboratori sono circa 900 mila, ma di questi 536 mila sono monocommittenti, ovvero hanno un unico datore di lavoro, spesso nel terziario avanzato, nell'informatica, o nelle cooperative di assistenza. Dunque con molta probabilità ci troviamo di fronte ad un lavoro subordinato. Quanto guadagna? In media secondo i dati della Cgil, 8.023 euro l'anno. Quanto lavora? In media sette mesi su dodici.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;2) Pseudopartita Iva - Ha la partita Iva, ma niente a che vedere con quel "popolo delle partite Iva" composto da commercianti e liberi professionisti. Lui invece si mette al telefono dalla mattina alla sera per proporre polizze, enciclopedie o abbonamenti ad una clientela stanca ed irritata. Ma può anche essere un lavoratore edile, un archeologo o un restauratore. E' stato costretto ad aprire una partita Iva per avere un lavoro e dunque è tenuto a sostenere le spese di contabilità e del commercialista. In Italia le partite Iva individuali, quelle con cui si presta un'opera, sono circa 237 mila, molte di queste sono in monocommittenza, cioè con un unico datore di lavoro. E' il segnale che ci si trova di fronte ad un lavoro subordinato mascherato. E tutte le garanzie previste, dalla dettagliata descrizione dell'opera prestata ai tempi di consegna, sono solo una simulazione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;3) Stagista o praticante - Giovane e con la speranza di avere un futuro professionale di alto livello. Ma spesso è solo uno sfruttato. Gli stagisti come lui in Italia sono 300 mila, ma dietro questa realtà non ci sono grandi holding della finanza o dell'industria, ma spesso semplici catene commerciali che utilizzano gli stage nei periodi di punta come i saldi o le festività natalizie. Lo stage non prevede paga, contributi o assicurazione: se l'azienda è generosa al massimo si prendono dai 300 ai 400 euro al mese. Sorte simile per il praticante professionista: due o tre anni gratis dall'avvocato o dal commercialista per poter accedere all'esame professionale. In Italia sono 400 mila: la manovra d'estate aveva previsto per questa categoria un «equo compenso» ma il decreto liberalizzazioni, su pressione delle lobby, l'ha cancellato. Vita dura e futuro incerto.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;4) Socio simulato - La parola è grossa: «socio». Fa pensare ad assemblee di azionisti e a felpati consigli di amministrazione. In realtà al giovane in cerca di lavoro viene proposto dall'impresa un contratto di «associazione in partecipazione». Tutto regolare, perché il contratto è stabilito dalla legge e prevede un apporto di lavoro contro una partecipazione agli utili. Secondo i dati della Uil politiche territoriali in Italia sono 52.459. Veri soci? In realtà spesso si tratta di commesse, una o due, che vengono messe a gestire un negozio in francising di grande catene. Piccoli punti vendita con nessuna autonomia. Così dietro la «vetrina» del socio c'è un lavoratore dipendente che riscuote gli utili, se ci sono, e guadagna (erogati come anticipo sugli utili) meno di 1.000 euro al mese. In compenso ha il diritto di vedere i bilanci.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;5) Voucherista - Rischia di essere il gradino più basso della scala dei lavoratori precari. In Italia dal 2008 al 2011 sono stati venduti 28 milioni di voucher , si calcola che abbiano alimentato circa 5.000 posizioni del cosiddetto lavoro accessorio. Il datore di lavoro compra un voucher o buono lavoro anche dal tabaccaio, il costo comprende anche la copertura previdenziale e assicurativa. Se il compenso non supera i 5.000 euro annui può utilizzarlo per pagare alcune categorie di lavoratori che possono incassarlo alle poste. In prima linea proprio gli studenti sotto i 25 anni, che possono lavorare anche il sabato o la domenica. Le attività? Giardinaggio, turismo e servizi, collaborazioni domestiche, insegnamento privato, consegna porta a porta. Strumento nato per favorire i lavoretti degli studenti rischia di diventare una nuova forma di lavoro. Non tra i migliori.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;6) Assegnista - La strada, a prima vista, sembrerebbe quella di una carriera di alto livello, nella ricerca o nello sviluppo del capitale umano. Per accedevi bisogna essere laureati o dottori di ricerca, con buoni voti ed un ottimo curriculum. Si trova posto in una università, in molti enti pubblici, all'Asi o all'Enea. Ma dalla libera ricerca al lavoro subordinato il passo è breve. L'attività dovrebbe essere continuativa, condizionata ad un progetto di studio, svolgersi in piena autonomia e senza orario di lavoro. Ma spesso accade che gli assegnisti vengano inseriti nella didattica o nella organizzazione produttiva. Così questi 40 mila (tanti sono in Italia) lavorano per i quattro anni previsti dal contratto, possono contare di essere rinnovati per altri quattro. Ma il futuro è assai incerto e non bastano a renderlo più roseo i 16 mila euro lordi annui che guadagnano.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;7) "Panchinaro" - Aspetta che arrivi sul cellulare l'sms dell'agenzia di lavoro interinale. Sta in panchina. Se è fortunato sarà ingaggiato per tre o sei mesi, prenderà contributi e coperture previdenziali (sempre troppo poche per precostituirsi un futuro) e poi tornerà a casa ad attendere che vibri nuovamente il cellulare come fanno i suoi 449 mila colleghi che in Italia condividono la sua stessa condizione. Sta un po' meglio il suo collega assunto a tempo indeterminato dall'agenzia di lavoro interinale: lo stipendio è garantito, anche i contributi e le assicurazioni. Ma il suo è uno stato di nomade: tornitore, saldatore, carpentiere, esperto informatico. Nessuna azienda dove radicarsi, e dove vivere la monotonia del posto fisso. Un modello che non ha neanche un grande successo: in Italia i lavoratori a chiamata sono circa 100 mila.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-1963054829284820689?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/1963054829284820689/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/i-sette-contratti-che-sfruttano-i.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1963054829284820689'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1963054829284820689'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/i-sette-contratti-che-sfruttano-i.html' title='I SETTE CONTRATTI CHE SFRUTTANO I GIOVANI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-SvNBxAjrGME/TzbZRIzlUwI/AAAAAAAARu8/TriBJs1I0J0/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5735081578539524568</id><published>2012-02-10T17:10:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T22:09:58.795+01:00</updated><title type='text'>PROVE DI REQUIEM PER LA ZONA EURO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-nhM85RiGQLQ/TzbYyUEqMsI/AAAAAAAARuw/J7ap7h5ZQ9w/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707987936631993026" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 301px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-nhM85RiGQLQ/TzbYyUEqMsI/AAAAAAAARuw/J7ap7h5ZQ9w/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffff33;"&gt;&lt;strong&gt;di Emiliano Brancaccio&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Fino a qualche tempo fa, eravamo relativamente pochi a ritenere probabile una deflagrazione dell’attuale zona euro. Nell’aprile 2010 scrivevamo che la Grecia non era affatto un caso isolato ma costituiva un campanello di allarme per l’intera Europa. Nel giugno 2010, duecentocinquanta economisti sostenevano che le politiche di austerity e di deflazione, caricate in larga misura sulle spalle dei paesi debitori verso l’estero, avrebbero solo aggravato la crisi e avrebbero reso prima o poi inevitabile lo sganciamento di alcuni di essi dalla moneta unica. All’epoca eravamo piuttosto isolati. Negli ultimi tempi, invece, il numero di osservatori pessimisti sui destini della attuale unione monetaria è cresciuto esponenzialmente. Meglio tardi che mai.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Del resto, le evidenze sono ormai chiare a chiunque intenda esaminarle con un minimo di realismo. Pensiamo ad esempio ai tassi d’interesse. Qualcuno si consola del fatto che i famigerati "spread" - cioè le differenze fra i tassi d’interesse dei paesi debitori verso l’estero e i tassi d’interesse prevalenti nella Germania creditrice - sarebbero sotto controllo. Ma il motivo per cui essi al momento non aumentano risiede in misura prevalente nella "anestesia" che la Banca centrale europea ha praticato sui mercati. Se la Bce interromperà gli acquisti di titoli, la speculazione riprenderà con ancor più vigore di prima. E gli spread torneranno a salire.Per giunta, a segnalare lo scollamento sempre più ampio tra i paesi dell’eurozona, non ci sono soltanto gli spread tra i tassi d’interesse. C’è per esempio anche quello che potremmo definire "lo spread della disoccupazione". In Germania i tassi di disoccupazione aumentano poco e in alcune fasi addirittura declinano, mentre in Italia e negli altri paesi del Sud Europa la disoccupazione effettiva cresce vistosamente. Ci sono poi anche gli "spread" che segnalano divergenze tra i dati dei vari paesi europei inerenti alle sofferenze bancarie, alla mortalità delle imprese, ai valori di borsa delle banche, che preludono a potenziali acquisizioni estere dei capitali più deboli ad opera dei più forti.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Un altro "spread" altamente indicativo è poi quello tra i costi del lavoro per unità di prodotto. La figura seguente descrive l’andamento effettivo dei costi monetari unitari fino al 2009, e poi una loro possibile proiezione lineare fino al 2025.Se si considera la proiezione lineare come una pur rozza approssimazione dei potenziali andamenti futuri dei costi, la conclusione è che potremmo trovarci ben presto di fronte a una forbice incompatibile con la sopravvivenza stessa della moneta unica. La dimensione dei divari, oltretutto, è tale da rendere risibile qualsiasi tentativo di correggerli a colpi di deflazione salariale nei paesi debitori. Considerato che la stessa Germania in surplus ha praticato la deflazione relativa dei salari, la corsa al ribasso delle retribuzioni necessaria all’aggiustamento sarebbe di tale portata da provocare una depressione generalizzata e senza via d’uscita.Il Presidente Monti ha dichiarato che "non siamo nel mezzo, ma verso la soluzione della crisi". Se ci fosse il vecchio Premier, non avremmo dubbi a classificarla sotto la voce "barzellette".&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5735081578539524568?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5735081578539524568/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/prove-di-requiem-per-la-zona-euro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5735081578539524568'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5735081578539524568'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/prove-di-requiem-per-la-zona-euro.html' title='PROVE DI REQUIEM PER LA ZONA EURO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-nhM85RiGQLQ/TzbYyUEqMsI/AAAAAAAARuw/J7ap7h5ZQ9w/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2666479568169319040</id><published>2012-02-10T17:09:00.002+01:00</published><updated>2012-02-11T22:04:28.418+01:00</updated><title type='text'>UNA DOMANDA A MONTI. SULLE BANCHE...</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-heCLa-fcrb0/TzbXoke9iQI/AAAAAAAARuk/eozdW6AeM4o/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707986669726959874" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 339px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-heCLa-fcrb0/TzbXoke9iQI/AAAAAAAARuk/eozdW6AeM4o/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Alfonso Gianni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;A volte spiace non essere più parlamentare. Non solo per lo stipendio - direbbero i più smaliziati - oggetto dei desideri e delle reprimende di molti, ma perché non è possibile avvalersi dello strumento del sindacato parlamentare, ovvero le interrogazioni e le interpellanze. Uno strumento spesso usato del tutto a sproposito - par farsi vedere e sentire - ma che se bene indirizzato può essere utile per una puntuta critica politica.&lt;br /&gt;In particolare mi piacerebbe chiedere al premier Mario Monti se, tra un’esternazione a l’altra sull’articolo 18, trova il tempo di rendere noto al paese quale è l’esatta quantità dei titoli derivati in possesso del nostro Tesoro. Mentre da noi tutto o quasi tace, altrove ce se ne occupa attivamente. L’autorevole International Financing Review, sabato scorso, ha pubblicato un interessante articoletto che ha suscitato solo l’attenzione dei giornalisti specialisti in materia finanziaria, tra questi Niccolò Cavalli.&lt;br /&gt;L’IFR ricorda che il Tesoro italiano ha usato massicciamente i derivati in particolare tra il 1998 e il 2008. Si tratta in particolare dei cross currency swap e degli interest rate swap, utilizzati largamente dagli enti pubblici. Di per sé la cosa non suscita stupore. Del resto i derivati hanno invaso negli anni zero il mercato finanziario internazionale. Come ho già detto in altre occasioni - ma giova ricordarlo ancora - il valore nozionale dei titoli over the counter, ovvero quelli trattati fuori Borsa - o, come dice Luciano Gallino, quasi fossero merendine sotto i banchi di scuola - aveva raggiunto nell’estate del 2008 una cifra pari a 12 volte il Pil mondiale. Va altresì notato che dopo la flessione del biennio 2009-2010, il loro volume in circolazione è tornato allegramente ad aumentare, per posizionarsi probabilmente poco al di sotto dei valori del 2008.&lt;br /&gt;Ovvero pare che nulla di questa terribile crisi sia servito da insegnamento. Come il neoliberismo ha ripreso saldamente in mano lo scettro del comando (Colin Crouch infatti dedica il suo ultimo libro a spiegare "perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo"), così la finanza allegra è tornata a danzare su una bolla di proporzioni gigantesche, pronta a scoppiare da un momento all’altro.Gli analisti internazionali sostengono che l’Italia è in possesso di derivati per un valore complessivo di 30 miliardi di euro: il che significherebbe che l’Italia è il più grande utilizzatore sovrano di questi strumenti finanziari. Fino al 2006 le cose non sono andate male. Il nostro paese ci ha guadagnato, ma dopo il 2006 la tendenza si è invertita. Il che mette a serio rischio la reale sostenibilità del nostro debito, al di là dei recenti ottimismi generati dalla discesa dello spread.&lt;br /&gt;Il caso che IFR solleva meriterebbe una risposta puntuale. Infatti secondo questa rivista solitamente bene informata, la Morgan Stanley avrebbe recentemente ridotto la sua esposizione in swap nei confronti dell’Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. I casi sono a questo punto due. Se l’interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato ad altre banche non vi sarebbe stato esborso da parte del nostro paese. Ma se così non fosse, e negli ambienti finanziari questa è l’ipotesi più accreditata, per l’Italia l’operazione avrebbe avuto un costo non inferiore ai 2 miliardi di euro, cifra, di questi tempi, di tutto rispetto.&lt;br /&gt;Ma il caso della Morgan Stanley è solo uno fra tanti altri possibili. Infatti l’Autorità bancaria europea (la famosa Eba nell’acronimo inglese) sostiene che l’Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap nei confronti delle banche dell’eurozona, ovvero al netto di quelle statunitensi, svizzere e inglesi. Se si considerassero anche queste ultime l’esposizione italiana sul fronte dei derivati sarebbe ben maggiore. Se tutti facessero come la Morgan Stanley che cosa succederebbe? Quanti miliardi di euro dovrebbe sborsare il nostro paese?&lt;br /&gt;Ecco una domanda cui Mario Monti dovrebbe rispondere, perché dalla sua risposta dipende l’esatta conoscenza del rischio cui è appeso il nostro paese.&lt;br /&gt;C’è qualche parlamentare in carica disponibile a porgli un simile quesito, magari in un question time, così si potrebbe sentire e vedere la risposta in diretta Tv?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2666479568169319040?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2666479568169319040/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/una-domanda-monti-sulle-banche.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2666479568169319040'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2666479568169319040'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/una-domanda-monti-sulle-banche.html' title='UNA DOMANDA A MONTI. SULLE BANCHE...'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-heCLa-fcrb0/TzbXoke9iQI/AAAAAAAARuk/eozdW6AeM4o/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-9209671316607516119</id><published>2012-02-10T17:08:00.008+01:00</published><updated>2012-02-11T22:00:33.350+01:00</updated><title type='text'>L'ITALIA DI PD, PDL E TERZO POLO SENZA PIANO B.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-iVhx056D884/TzbW1TsBR0I/AAAAAAAARuY/6F4enEkprnw/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707985789045000002" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 321px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-iVhx056D884/TzbW1TsBR0I/AAAAAAAARuY/6F4enEkprnw/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Lanfranco Caminiti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Da due anni ormai si parla di un imminente default della Grecia. Dovrebbe essere chiaro che quello che la Grecia sta vivendo adesso è esattamente la sua forma della bancarotta in atto. Per evitare quella, la bancarotta, ci si è adoprati nei fatti per provocare questa, la bancarotta. La recessione, dall’avvio delle misure richieste dall’Ue e dal Fmi, si è mangiata il 6 percento del Pil greco: nelle teorie dell’Ocse, le liberalizzazioni (il mercato del lavoro, va da sé) valgono l’8 percento di un Pil, nei fatti invece. Solo che è invalsa una sorta di "sindrome Lehman Brothers", il cui fallimento, forse evitabile (Bill Clinton, benché affetto da compulsione sessuale, che non era un fesso si batté inutilmente per il salvataggio), è stato il punto di avvio dell’effetto domino catastrofico che va ormai sotto il nome di "crisi finanziaria americana del 2007". Se accadesse con la Grecia, questa la sindrome temuta, se la bancarotta fosse conclamata, l’effetto domino su Portogallo, Italia, Spagna (più o meno nell’ordine) sarebbe immediato, e avremmo la crisi dell’euro. Nessuno sa se sia vero. L’unica cosa vera è che gli investitori internazionali da tempo hanno abbandonato la Grecia, e sono rimasti solo pochi speculatori. L’altra cosa vera è l’accanimento terapeutico (dell’Unione europea) su un corpo moribondo che non reagisce a una cura completamente sbagliata. L’arroganza accademica, cervellotica dei tecnocrati di Bruxelles, equivale quella di un ostinato dottore pazzo. Se il malato morirà, sarà colpa sua.&lt;br /&gt;La domanda a questo punto non è se la Grecia andrà in bancarotta, ma quale è la sua forma di bancarotta: forse questa forma di coma profondo, di sussistenza in vita attaccata alle macchine. Così come la domanda a questo punto non è se l’euro scomparirà, ma quale sarà la forma che assumerà l’euro.&lt;br /&gt;L’intervento della Bce sta calmierando la tempesta sugli spread, e la stessa tempesta non è per nulla scomparsa ma si è acquattata. Intanto, la fiducia internazionale sull’Europa e sulla capacità di ripartire come comunità europea è bassissima. Non è bassa magari sui singoli paesi, di sicuro non lo è per la Germania, ma pur concedendo effettivi riconoscimenti a percorsi positivi, come per Monti e l’Italia, sul lungo termine - cinque, dieci anni - nessuno se la sente di scommettere. Sarà pure che dovremmo imparare a vivere senza i giudizi delle agenzie di rating, ma molti fondi istituzionali di investimento sono vincolati a questi giudizi, che significa poi l’impossibilità, ovvero l’illegalità, di comprare titoli e obbligazioni di paesi sotto una certa soglia di giudizio, anche se remunerativi (diverso, certo, è per hedge fund e fondi speculativi privati). La partita di giro che si è inventata la Bce per aggirare la clausola del non-salvataggio (cioè dare i soldi alle banche perché sostengano l’acquisto dei titoli di ogni Stato) produce ulteriore valorizzazione - che non sfocia nemmeno in inflazione, compressa com’è, qualche effetto di stagflazione comincia però a vedersi - ma non liquidità. È una trottola che inganna otticamente sulla sua capacità di creare circolazione a giro, restando invece immobile, inchiodata sul posto.&lt;br /&gt;La Grecia, insomma, è già in recessione e bancarotta. Ogni intervento ancora richiesto dalla troika di vigilanza per l’erogazione di ulteriori tranche di credito (la riduzione del 20 perento degli stipendi pubblici e del 15 di quelli privati, l’eliminazione del salario minimo, tagli e licenziamenti) non fa che avvilupparla di più in una spirale recessiva senza uscita. È assolutamente inimmaginabile che la Grecia possa, a esempio, implementare le esportazioni - che dovrebbe essere uno dei risultati più attesi e importanti delle misure draconiane - considerando che il loro peso sul Pil è irrisorio, perché irrisoria è la loro rilevanza internazionale come merci. Altrettanto improbabile è che investimenti esteri, allettati da condizioni di mercato del lavoro che dovrebbero diventare competitive col Burkina Faso, possano in tempi brevi produrre merci esportabili a prezzi ridotti.&lt;br /&gt;Le misure che ancora la Ue richiede all’Italia vanno nel senso della Grecia. E del Burkina Faso.&lt;br /&gt;Nonostante le misure, e i complimenti e le pacche sulle spalle, la fiducia verso l’Italia è a minimi storici (non ci attaccano, ma non ci aiutano). Da Schettino all’8 settembre di fronte al generale Inverno, non è che l’immagine di lungo periodo dell’Italia vada molto meglio. Prima eravamo una barzelletta, ora siamo una locuzione proverbiale di «come non si deve fare, come non si deve essere». Monti o non Monti: lo stesso mandato a termine di Monti gioca comunque a sfavore, e non bastano il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione a "garanzia" di una italianità solvente e di parola.&lt;br /&gt;Siamo governati dallo straniero, proprio come è scappato di dire per commissariare la Grecia, il cui sentimento verso i sudditi di questa vicina provincia va dal sottile e malcelato allo spesso e manifesto disprezzo, e che continuerà a ritenere ogni intervento buono ma non ancora sufficiente.&lt;br /&gt;L’Europa, stretta così, va a destra, va già a destra, andrà ancora di più a destra (a me vengono i brividi, pensando al peso della destra istituzionale e di quella estrema nel governo greco e alle misure da varare di taglio sui militari).&lt;br /&gt;Qualcuno, lì a Palazzo, sta cominciando a pensare che forse le ricette europee sulla Grecia e l’Italia non siano proprio le più adeguate - uso un eufemismo, per non dire che sembrano partorite da un dottor Mabuse - e che forse finiranno con lo stremarci ulteriormente, con il lasciarci - mi si passi l’espressione poco accademica - cornuti e mazziati?&lt;br /&gt;Tutti gli indicatori internazionali - quelli sui quali si formano i giudizi e le azioni degli investitori internazionali - ci danno già in avvitamento.&lt;br /&gt;Qualcuno ha un piano B? Così, giusto per.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-9209671316607516119?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/9209671316607516119/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/litalia-di-pd-pdl-e-terzo-polo-senza.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/9209671316607516119'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/9209671316607516119'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/litalia-di-pd-pdl-e-terzo-polo-senza.html' title='L&apos;ITALIA DI PD, PDL E TERZO POLO SENZA PIANO B.'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-iVhx056D884/TzbW1TsBR0I/AAAAAAAARuY/6F4enEkprnw/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5517192284270680822</id><published>2012-02-10T17:08:00.007+01:00</published><updated>2012-02-11T21:53:31.103+01:00</updated><title type='text'>LAVORO E BENI COMUNI. E' DA QUI CHE SI RIPARTE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-Y6H57Dsdke8/TzbU31tGTpI/AAAAAAAARuM/-SHSiApkswo/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707983633512812178" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 366px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-Y6H57Dsdke8/TzbU31tGTpI/AAAAAAAARuM/-SHSiApkswo/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Massimo Rossi&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il popolo dei beni comuni esiste. Se qualcuno ne avesse dubitato, il successo del Forum promosso da quel laboratorio di buona politica che è l'amministrazione pubblica della città di Napoli ha dissipato ogni perplessità. È questo un popolo che non si rassegna all'ideologia dominante che propone come unica società possibile quella del liberismo in crisi e della quale il governo Monti è l'ultima perniciosa manifestazione, forse la più subdola ma anche la più spietata degli ultimi anni. È un popolo consapevole che le strade da imboccare per trasformare le relazioni tra gli esseri umani (cooperazione solidale anziché competizione) e tra essi e la natura (fruizione armonica anziché rapina) passano obbligatoriamente per un'assunzione collettiva di responsabilità, e non per vecchi modelli deleganti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Napoli ha confermato che sono tanti i soggetti disposti ad investire parte del proprio tempo di vita, braccia e testa, per costruire un modello di economia, e prima ancora di esistenza, realmente alternativo. Pronti a partecipare concretamente a dar corpo ad un progetto alternativo di società e di economia che nei beni comuni trovi il proprio baricentro.Partecipare è la parola chiave. Una partecipazione che da singola e parziale, vuole diventare organica e reticolare. Tutti collegati orizzontalmente e ciascuno attivo sul proprio territorio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma c'è un rischio, che per non essere ipocriti deve essere messo subito a fuoco. Va assolutamente evitato che, come già è avvenuto nel passato, queste energie vengano mortificate, magari finalizzandole a supportare scommesse elettorali di leader, gruppi, partiti vecchi e nuovi, o mettendole a reddito sul mercato della politica mediatica; quella delle alchimie e delle larghe coalizioni, magari aperte ai famosi "moderati".&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Mi chiedo, ad esempio, se anche la suggestiva ipotesi di una lista civica nazionale per il 2013, aleggiante sulle cronache del dopo-Forum, non rappresenti una torsione politicista dello spirito emerso a Napoli. Senza alcuna volontà polemica, da ex sindaco espresso da una lista civica, trovo peraltro un po' bizzarro che una proposta di aggregazione di tal genere debba nascere dall'alto, magari spinta da leader giustamente riconosciuti ma finora identificabili con delle forze politiche.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Qualcuno dirà: ecco che la Federazione della Sinistra teme di perdere voti e spazi d'azione. Al contrario, io credo che sia proprio interesse delle forze politiche organizzate mettere da parte gli egoismi dal fiato corto e scommettere invece sull'autonomia del movimento oggi in campo. La forza del popolo dei beni comuni è qualcosa che viene prima e che va oltre le scadenze elettorali.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Se è vero come è vero che c'è un bisogno indiscutibile ed urgente di costruire soggettività politica e rappresentanza, la premessa indispensabile per la sua utilità è la formazione di un popolo capace di immaginare e praticare dal basso il cambiamento. Solo attraverso queste pratiche è pensabile peraltro di innovare le forme obsolete della rappresentanza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per questo il Forum del 28 non può e non deve considerarsi chiuso. La piattaforma in 17 punti presentata sabato scorso su il manifesto ed emersa dal fervore di quei tavoli tematici non deve restare una petizione di principi sacrosanti né rimanere una lista di richieste rivolte a qualche attore, che per meriti e qualità, è chiamato a disporsi sopra il palcoscenico. È la platea, stavolta, che deve interpretarla, invadendo il palcoscenico.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Quella piattaforma deve essere la base per comporre centinaia e centinaia di forum permanenti in ogni angolo d'Italia. Forum aperti e inclusivi, senza discriminazioni o pregiudizi reciprochi, dove viga l'assoluta parità tra persone con o senza tessere in tasca.Forum da intrecciare con straordinari laboratori come il Comune di Napoli ed altri Municipi disposti a lavorare verso il medesimo orizzonte; fornendo così ad essi un forte e indispensabile sostegno, e ricevendo in cambio "prototipi di alternative praticabili", sperimentazioni concrete di "altra economia", pratiche di governo dei beni comuni, nuove formule di welfare, modelli partecipati di gestione delle risorse primarie, dell'energia, della mobilità, del paesaggio, della produzione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;D'altro canto sarebbe assolutamente riduttivo limitarsi a delegare quella piattaforma alla pur preziosa azione dei Comuni, magari continuando a considerare i movimenti come soggetti con cui "mantenere il confronto" e non invece come attori protagonisti con cui condividere "istituzionalmente" e pariteticamente i processi decisionali. Lancio allora un'ultima provocazione. Invece di una lista civica nazionale o cose del genere, costruiamo sulla base della piattaforma di Napoli e a partire da una rete capillare di forum locali, un grande movimento dei beni comuni e del lavoro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Sì, anche del lavoro. Non perché il lavoro non sia contemplato nella piattaforma (forse un po' incidentalmente) o perché non sia anch'esso un bene comune che vorremmo demercificare. Ma perché in un mondo capitalistico imperniato sul paradigma della crescita illimitata, il tema enorme del "cosa, come e quanto produrre" diventa base fondativa, per qualsiasi azione di tutela dei beni comuni dalla distruzione e dalla privatizzazione. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Senza addentrarci in dibattiti infiniti, credo che sia ormai palese a tutti noi che, se da un lato un mero laburismo parasindacale è un limite al nostro agire, dall'altro non è più possibile derubricare dall'intervento sui commons l'elemento centrale del conflitto tra le classi, la cui attualità ce la ricordano proprio i principali avversari dei beni comuni, siano essi al vertice di gruppi finanziari, di grandi aziende o di governi nazionali e territoriali. Tanto più di fronte all'attacco del governo Monti alla stabilità del contratto di lavoro e all'articolo 18, il popolo dei beni comuni non può mostrarsi impreparato e deve impegnarsi in una controffensiva che abbia come cardine la richiesta di abrogare tutti i contratti precari e di istituire, come correttamente chiede la piattaforma, un reddito di cittadinanza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Non perdiamo tempo, allora. Mettiamo in rete la piattaforma del Forum di Napoli ed apriamo una grande sottoscrizione in cui chi firma si impegna nel contempo a mettersi al lavoro dentro un grande cantiere sociale diffuso dell'alternativa, insieme a quanti altri lo faranno, a partire dagli stessi luoghi. Costruiamo dal basso una vera e propria Costituente dei beni comuni e del lavoro. Questa potrebbe essere forse l'ultima occasione o, più ottimisticamente, l'occasione buona!&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5517192284270680822?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5517192284270680822/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lavoro-e-beni-comuni-e-da-qui-che-si.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5517192284270680822'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5517192284270680822'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lavoro-e-beni-comuni-e-da-qui-che-si.html' title='LAVORO E BENI COMUNI. E&apos; DA QUI CHE SI RIPARTE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-Y6H57Dsdke8/TzbU31tGTpI/AAAAAAAARuM/-SHSiApkswo/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3246804447509541042</id><published>2012-02-10T17:07:00.003+01:00</published><updated>2012-02-11T17:18:58.172+01:00</updated><title type='text'>IL GRANDE INGANNO DEL BIPOLARISMO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-0Yb05kaxA2c/TzaUiJ4pWgI/AAAAAAAARuA/AQljHultdas/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707912892228655618" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 310px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-0Yb05kaxA2c/TzaUiJ4pWgI/AAAAAAAARuA/AQljHultdas/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffff33;"&gt;di Alfio Mastropaolo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La stabilità governativa non è effetto solo di equilibri elettorali e parlamentari, ma di equilibri sociali più ampi. Di cosa si accusava la cosiddetta Prima Repubblica? D'inefficienza e corruzione. Il sistema dei partiti era troppo frammentato, ciò ingenerava troppa competizione, che destabilizzava l'esecutivo e paralizzava l'azione di governo, suscitando pure fenomeni gravissimi di corruzione politica. Di qui il transito alla seconda repubblica, via riforma elettorale. Essa avrebbe sanato tutti questi vizi, rimesso sotto controllo pubblici bilanci e debito pubblico, rilanciato il sistema produttivo, moralizzata la vita pubblica e chi più ne ha più ne metta.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;A fare i conti, dopo vent'anni, quale di questi risultati è stato conseguito? I pubblici bilanci sono al collasso, il debito è cresciuto a ritmi ignoti in precedenza, il Mezzogiorno è allo stremo, le amministrazioni pubbliche boccheggiano, il livello della moralità pubblica mai è stato così infimo. I soli risultati all'attivo sono la continuità - non la stabilità - dei governi e l'ingresso nell'euro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lasciamo perdere l'euro, fingendo che se non ci fosse staremmo molto peggio. E' possibile, benché non certo. Ma la continuità governativa è stata un bluff. Strattonata da ogni parte l'azione di governo, vi è motivo di ritenere che i sopracitati disastri sono il prezzo pagato per la stabilità governativa. Oltre ai ricatti palesi, tocca ricordarlo, come quelli della Lega, ci sono infatti i ricatti occulti.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La stabilità governativa non è effetto solo di equilibri elettorali e parlamentari, ma di equilibri sociali ben più ampi. Le ribellioni rumorose di produttori di latte e tassisti, e quelle silenziose di notai e farmacisti, provano come i governi siamo ricattabili anche fuori dal parlamento. Già, perché in democrazia anche il governo più solido deve prima o poi affrontare la prova delle urne e in una società pluralistica - anzi iperpluralistica come quelle postmoderne - il sostegno elettorale si paga e si paga molto caro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;In verità, all'attivo del bipolarismo c'è pure lo smantellamento del welfare. Perché metterlo all'attivo? Perché era la posta più succulenta di molti fautori delle riforme istituzionali. Rendere la democrazia italiana "normale" significava normalizzarne le forme - sotto vesti bipolari - e adeguarla agli standard di governo delle democrazie occidentali: ossia applicare le ricette neoliberali e dare in testa allo Stato interventista. E questo è successo davvero. Tra svendite del patrimonio pubblico, terribili tagli a pensioni, sanità, istruzione, ecc e precarizzazione esasperata del lavoro, l'Italia è diventata un paese per ricchi. C'è anzi riuscita così bene che si è creata una forbice delle disuguaglianze unica tra i paesi occidentali. Questi, detti in breve, i brillanti risultati del bipolarismo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;C'è da domandarsi se il bipolarismo avrebbe potuto dare anche altri frutti. La domanda è difficile. Regole e istituzioni danno frutti diversi secondo i contesti e i tempi in cui sono applicate. Non esistono risposte generalmente valide. A guardarci però un poco intorno, di questi tempi, in maniera più o meno elegante, tutte le democrazie bipolari danno frutti simili. Per tanto tempo ci è stata additata a modello la Spagna. Che oggi sta malissimo. La Francia è in condizioni non dissimili dalle nostre e pure la Gran Bretagna se la passa molto male. Si salva la Germania, cui l'euro ha permesso di scaricare sui paesi vicini molte sue difficoltà. Ma se i paesi vicini non si risollevano dalla crisi, prima o poi toccherà pure ai tedeschi.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Viviamo tempi difficili in un mondo difficile. I regimi democratici occidentali sono tutti stretti in una micidiale tenaglia. Da un lato la concorrenza globale, dall'altro le urgenze elettorali, che assediano ogni classe politica. Il bipolarismo non è un rimedio, dato che anzi aggrava il vincolo elettorale. Chi perde le elezioni, perde tutto. Né è un rimedio il commissariamento, cui è stata sottoposta la Grecia e, dopotutto, anche l'Italia. I greci si stanno ribellando e rifiutano di trangugiare l'amarissima medicina che si vuol loro imporre. E infatti il governo cerca di ottenere il consenso di tutte le forze politiche, che però pensano al loro futuro elettorale. Dovranno tornare i colonnelli?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Nel mondo in cui viviamo, di alternative ne resta pertanto una sola: quella di suscitare una vasta ondata di consenso. Ma per riuscirci il risanamento - in Grecia e altrove - andrebbe molto graduato e socialmente distribuito, ovvero inteso in tutt'altro modo. E a questo fine né commissariamento né bipolarismo possono funzionare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Eppure, incuranti dei danni che stiamo pagando, i nostri maggiori partiti insistono, dandoci dentro con la riforma elettorale e con quella delle istituzioni. Promettono di farci scegliere i nostri rappresentanti. Sarà l'ennesima presa in giro. Quando sarebbe l'occasione per dichiarare fallito il bipolarismo e decidersi a tornare indietro. Non ai tempi di Altissimo e Longo. Quel multipolarismo è largamente migliorabile. Si può evitare la frammentazione estrema, dettata unicamente da artificiose dispute della politica. Ma un multipartitismo controllato, in grado di promuovere un paziente e faticoso lavoro di sutura e persuasione tra forze politiche eterogenee e forze sociali non meno eterogenee è il solo rimedio ragionevole. Di qui si ricomincia, o saremo punto e daccapo. Anzi, andremo peggio. Errare è umano, perseverare è diabolico.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3246804447509541042?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3246804447509541042/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-grande-inganno-del-bipolarismo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3246804447509541042'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3246804447509541042'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-grande-inganno-del-bipolarismo.html' title='IL GRANDE INGANNO DEL BIPOLARISMO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-0Yb05kaxA2c/TzaUiJ4pWgI/AAAAAAAARuA/AQljHultdas/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5584823175728974124</id><published>2012-02-10T17:06:00.003+01:00</published><updated>2012-02-11T17:15:07.616+01:00</updated><title type='text'>VISTI I DATI, ABBIAMO BISOGNO DI ALTRA PRECARIETA'?</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-W47VJBBtQx8/TzaTuhYB-wI/AAAAAAAARt0/9qnQb_y3vlE/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707912005181111042" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-W47VJBBtQx8/TzaTuhYB-wI/AAAAAAAARt0/9qnQb_y3vlE/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Guglielmo Forges Davanzati&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Stando alle ultime rilevazioni Eurostat, l’Italia è il primo fra i Paesi europei per numerosità di lavoratori scoraggiati, ovvero di individui che hanno smesso di cercare occupazione: circa il 3.5% della forza-lavoro si trova in questa condizione e, nella gran parte dei casi, si tratta di individui nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 30 anni. Il fenomeno è imputabile a due circostanze: in primo luogo, alla bassa probabilità di trovare impiego (o un impiego coerente con le qualifiche acquisite), così che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta la platea di lavoratori scoraggiati; in secondo luogo, è imputabile alla possibilità di garantirsi un reddito di sussistenza senza lavorare, possibilità che si determina nel caso in cui i consumi sono garantiti dai risparmi delle famiglie d’origine, o da redditi derivanti da occupazioni irregolari. Si tratta di un fenomeno preoccupante per due ordini di ragioni.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;1) L’esistenza di un’ampia platea di lavoratori scoraggiati può segnalare il fatto che è ampia l’occupazione nell’economia sommersa, ovvero che chi smette di cercare lavoro nell’economia regolare lo fa perché ottiene reddito da attività illecite. Si può ritenere che si tratta, in questo caso, di individui con basso reddito e con basso livello di istruzione. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;2) I lavoratori scoraggiati traggono risorse per i propri consumi prevalentemente dai risparmi delle loro famiglie. Il che genera progressiva compressione dei risparmi e, nella misura in cui, l’accumulazione di risparmi è una precondizione per il finanziamento degli investimenti, ciò determina riduzione degli investimenti, della domanda aggregata e dell’occupazione. In più, poiché ad alta disoccupazione è associata bassa propensione a cercare occupazione, da ciò segue un ulteriore aumento della quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza-lavoro. Si può osservare che questa dinamica acuisce il problema dell’assenza di mobilità sociale in Italia, in quanto rende possibile l’inattività a giovani la cui sussistenza è garantita dalla ricchezza accumulata dalle famiglie d’origine o a lavoratori reclutati nell’economia sommersa. In tal senso, un elevato tasso di disoccupazione, associato a inattività volontaria, contribuisce a perpetuare le differenze di status, in un Paese - l’Italia - che, stando alle ultime rilevazioni OCSE, è, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il Paese con la minore mobilità sociale fra i Paesi principali industrializzati. A ciò si può aggiungere che la ricerca del lavoro si intensifica se è elevata la probabilità di ottenere un impiego coerente con le competenze acquisite e, dunque, considerato soddisfacente. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;A fronte di questo scenario, il Governo sta lavorando per l’ennesima "riforma" del mercato del lavoro, in nome della "modernizzazione" delle relazioni industriali con la clausola del no-tabù. Come ha chiarito il Presidente Monti, infatti, le riforme del mercato del lavoro devono essere fatte senza alcuna preclusione di sorta, assumendo che ogni diritto possa essere negoziabile.In merito a quanto il Governo si appresta a fare, la sola certezza della quale al momento si dispone è che si muoverà in tempi rapidi seguendo le ‘raccomandazioni’ della BCE. La maggiore "flessibilità" alla quale si fa riferimento passa innanzitutto attraverso l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La ratio che è a fondamento di questa proposta risiede nell’idea che le imprese assumerebbero solo sapendo di poter facilmente licenziare. A ciò si aggiunge che, in una fase recessiva, si rende ancora più rilevante questo intervento per scongiurare il rischio di fallimento di imprese, a ragione dei vincoli che la legislazione vigente pone alla libertà di licenziamento. Fin dal 2008, l’OCSE ha certificato che le politiche di precarizzazione del lavoro riducono la quota dei salari sul PIL, e che, nella gran parte dei Paesi industrializzati, non hanno determinato incrementi dell’occupazione. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;L&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;e politiche di precarizzazione del lavoro, inoltre, incentivano le imprese a competere mediante compressione dei costi di produzione (salari e costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori in primis), disincentivando le innovazioni. Ciò a ragione del fatto che, potendo ridurre i prezzi mediante riduzioni del costo del lavoro, le imprese non hanno interesse a introdurre miglioramenti organizzativi e/o innovazioni di processo e di prodotto, soprattutto laddove l’introduzione di innovazioni richieda spese ingenti ed elevato indebitamento nei confronti del sistema bancario. A ciò si può aggiungere che sebbene la maggiore credibilità del licenziamento derivante dalla somministrazione di contratti flessibili possa ‘disciplinare’ i lavoratori, accrescendone il rendimento, questo effetto può essere controbilanciato dalla minore motivazione che un lavoratore ha nel caso in cui percepisca come probabile il non rinnovo del contratto. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Si tratta di eventualità frequenti in contesti di alta disoccupazione e di facile sostituibilità dei lavoratori. Quest’ultima imputabile al fatto che le nostre imprese, nella gran parte dei casi, non esprimono domanda di lavoro qualificato e, dunque, possono attingere a una platea ampia di disoccupati, disponibili ad accettare salari bassi e peggioramento delle condizioni di lavoro. E’ rilevante osservare che le politiche di precarizzazione esercitano effetti negativi anche sull’attività di ricerca del lavoro, sia perché contribuiscono a ridurre salari e occupazione, sia perché orientano la domanda di lavoro verso occupazioni di bassa qualità, proprio a ragione del fatto che scoraggiano modalità di competizione basate sull’introduzione di innovazioni e, dunque, sul miglioramento della qualità della domanda di lavoro. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;In tal senso, ulteriori accelerazioni delle politiche di precarizzazione del lavoro sono inutili e, sotto molti aspetti, controproducenti. Sono inutili dal momento che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione e, riducendo i salari, comprimono i consumi e la domanda interna, riducendo i mercati di sbocco - e dunque i profitti - per le (tante) imprese italiane che non operano sui mercati internazionali. Sono controproducenti poiché - rendendo le condizioni di impiego poco gratificanti - incentivano gli inoccupati a star fermi nella loro condizione di ‘scoraggiati’ (o di lavoratori a nero). In più, poiché la dinamica della produttività del lavoro dipende in massima misura dall’avanzamento tecnico, le politiche di precarizzazione del lavoro - disincentivandolo - hanno l’ulteriore effetto negativo di comprimere il tasso di crescita. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;P.S. L’infelice dichiarazione del Presidente Monti, sulla "monotonia" del posto fisso, si inquadra nella fase 2 dell’agire comunicativo di questo Esecutivo: anche i tecnici parlano. E, presa quella dichiarazione alla lettera, parlano con poca cognizione di causa (se non provocatoriamente). Innanzitutto la monotonia non è una categoria economica, il prof. Monti è un economista, è un liberale, e, per un liberale, la non-monotonia non può essere imposta ope legis. In secondo luogo, e soprattutto, chi percepisce il proprio impiego (a tempo indeterminato) monotono, può licenziarsi e cercarne un altro per lui più gratificante. Dopo tutto, per un liberale il fatto che ognuno sia il miglior giudice di sé stesso è un’acquisizione non discutibile.&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5584823175728974124?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5584823175728974124/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/visti-i-dati-abbiamo-bisogno-di-altra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5584823175728974124'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5584823175728974124'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/visti-i-dati-abbiamo-bisogno-di-altra.html' title='VISTI I DATI, ABBIAMO BISOGNO DI ALTRA PRECARIETA&apos;?'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-W47VJBBtQx8/TzaTuhYB-wI/AAAAAAAARt0/9qnQb_y3vlE/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6937531487398521995</id><published>2012-02-10T17:05:00.010+01:00</published><updated>2012-02-11T17:12:21.481+01:00</updated><title type='text'>PERCHE' IL GELO DI QUESTI GIORNI NON SMENTISCE IL RISCALDAMENTO GLOBALE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-YVJfEjc831o/TzaTRypAknI/AAAAAAAARto/SM3TBXd2-lA/s1600/3"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707911511599518322" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 224px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-YVJfEjc831o/TzaTRypAknI/AAAAAAAARto/SM3TBXd2-lA/s400/3" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Giulio Meneghello&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;"Ma non doveva esserci il global warming?". Con le temperature scese abbondantemente sotto lo zero e tutto lo stivale imbiancato, capita non di rado di sentire questa domanda ironica, per strada ma anche sui media. L'ondata di gelo, è la tesi spicciola sottointesa, contraddirebbe la teoria secondo la quale il pianeta si sta riscaldando. Magari fosse così. Il riscaldamento globale purtroppo non si ferma per due settimane di clima siberiano in Europa e nemmeno con un anno leggermente più freddo del precedente. E' importante imparare a leggere e interpretare i dati climatici. Andiamo allora a spuciare tra gli scritti di chi ne sa di più.&lt;br /&gt;"In presenza di una variazione della distribuzione delle temperature che ne innalzi sia la media sia la varianza, la probabilità di eventi estremi caldi aumenta notevolmente, mentre quella di eventi estremi freddi diminuisce di poco, lasciando quindi ancora spazio al verificarsi di irruzioni fredde", spiega un articolo scritto a più mani da diversi climatologi italiani su Climalteranti.it. E continua ricordando che comunque fino a pochi giorni fa le medie delle temperature invernali (dicembre 2011- gennaio 2012 e autunno 2011) delle temperature su Nord e centro Italia erano caratterizzate da un’anomalia positiva notevole che ha riguardato gran parte dell’Europa continentale con valori di oltre 3° C rispetto alla media del trentennio 1981-2010 e quasi 2 °C sulle Alpi italiane. Probabilmente, quest’ondata di gelo si limiterà a smorzare un po’ questa anomalia, valutano gli esperti.&lt;br /&gt;Infine, ricordano, non va dimenticato che è oggetto di dibattito scientifico quanto le anomalie bariche che provocano questi episodi di freddo intenso siano legate alla fusione dei ghiacci artici provocata proprio dal riscaldamento globale che, per semplificare, causerebbe correnti marine in grado di rallentare e fermare la corrente del golfo, che garantisce all'Europa il clima relativamente mite cui siamo abituati. "In conclusione, si può affermare con sicurezza che il freddo e la neve di questi giorni non sono in alcun modo in contraddizione con il riscaldamento globale in corso", concludono.&lt;br /&gt;Un discorso più ampio sul come leggere i dati cliamtici lo fa invece Peter Gleick, direttore del Pacific Institute, in un intervento su Forbes. Il clima, spiega, ha piccole variazioni naturali da un anno all'altro, dovute a fenomeni come le configurazioni meteorologiche (El Niño/La Niña), attività vulcaniche, condizioni degli oceani e il pulsare naturale dei nostri sistemi planetari. Una volta filtrate queste cause però, il riscaldamento globale antropogenico in corso appare assolutamente chiaro. Un concetto che viene illustrato con una serie di grafici (su dati NASA GISS) che mostrano come sia facile interpretare i dati in maniera distorta. Ad esempio nel grafico sotto si vede come il 2011 è stato leggermente più freddo del 2009, più caldo del 2008 e più freddo del 2007: la tendenza al riscaldamento sembrerebbe inesistente.&lt;br /&gt;Queste variazioni anno su anno però sono trascurabili ai fini di un'analisi sull'andamento del clima. Anche estendendo l'osservazione all'ultima decade il quadro resta troppo ristretto: la tendenza al riscaldamento si vede ma è appena accennata.&lt;br /&gt;Un po' meglio si capisce l'andamento guardando ai dati degli ultimi 15 anni:&lt;br /&gt;Ma anche qui si sta considerando un periodo di tempo troppo limitato. Guardando agli ultimi 130 anni la tendenza appare assai più evidente.&lt;br /&gt;Un grafico che si può anche ridisegnare considerando decade per decade, in modo da filtrare le anomalie dei singoli anni.&lt;br /&gt;Qui la tendenza al riscaldamento degli ultimi 40 anni appare in tutta la sua drammaticità. Cosa ancora più preoccupante, anche il grafico più esteso sulle temperature della superficie terrestre mostra solo una frazione minima di quanto sta accadendo. Lo squilibrio energetico del pianeta infatti non si misura solo dalla variazioni della temperatura misurabile in superficie: una quantità enorme di calore infatti va a sciogliere i ghiacci e a scaldare gli oceani. Un processo che continua anche quando il riscaldamento della superficie terrestre rallenta, lo si vede bene da quest'ultimo grafico (tratto da questo studio di Church et al., 2011).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6937531487398521995?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6937531487398521995/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/perche-il-gelo-di-questi-giorni-non.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6937531487398521995'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6937531487398521995'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/perche-il-gelo-di-questi-giorni-non.html' title='PERCHE&apos; IL GELO DI QUESTI GIORNI NON SMENTISCE IL RISCALDAMENTO GLOBALE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-YVJfEjc831o/TzaTRypAknI/AAAAAAAARto/SM3TBXd2-lA/s72-c/3' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3758883207301724703</id><published>2012-02-10T17:05:00.008+01:00</published><updated>2012-02-11T17:09:40.430+01:00</updated><title type='text'>AGRICOLTURA: LA SVENDITA DEI TERRENI PUBBLICI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-Ul9HojQADYM/TzaSqHBPeKI/AAAAAAAARtc/sJWhuX-8g9w/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707910829875099810" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 268px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-Ul9HojQADYM/TzaSqHBPeKI/AAAAAAAARtc/sJWhuX-8g9w/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Antonio Onorati&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In Italia il processo di concentrazione delle terre ha ripreso vigore negli ultimi 10 anni: l’1% delle aziende controlla il 30% delle terre agricole. Alla fine della seconda guerra mondiale le aziende agricole con una taglia di oltre 100 ettari, pur essendo lo 0,22 di tutte le aziende, controllavano un quarto di tutta la terra agricola del paese. Oggi circa 22.000 aziende si spartiscono oltre 6,5milioni di ettari di superficie agricola, e negli ultimi 10 anni c’è un crollo del numero delle aziende con una taglia sotto i 20 ettari. L’agricoltura familiare, quella con una taglia inferiore ai 20 ettari che è il cuore dell’agricoltura italiana, viene decimata. Il cosiddetto settore primario non appare mai quando il governo parla di "ripresa", "sviluppo", "occupazione", come se quei 250-300 miliardi che vale la produzione agricola e le attività connesse, quel milione di occupati fossero invisibili ed un peso per il paese.&lt;br /&gt;La nuova versione del pacchetto agroalimentare approvata dal governo Monti è migliorata rispetto a quella del dicembre scorso del governo Berlusconi ma non affronta i nodi cruciali della crisi dell’agricoltura italiana. Infatti non ci sono misure contro la concentrazione e a favore delle piccole aziende, che per poter resistere e sopravvivere alla crisi devono poter allargare la superficie coltivabile. Non serve vendere la terra per far cassa oggi, bisogna facilitare l'accesso alle risorse rendendole disponibile a "equo canone" creando così, attraverso l’affitto agrario, un flusso di risorse per la finanza pubblica. L’accesso alla terra attraverso il mercato fondiario non solo non favorisce l’ingresso dei giovani in agricoltura ma - considerando che di fatto quasi tutta la terra agricola è vicina ad insediamenti urbani - finisce per favorire la speculazione edilizia e il radicamento nell’economia legale di capitali di origine illegale o, comunque, non d’origine agricola.&lt;br /&gt;Finora con le politiche agricole italiane e con la politica agricola comunitaria (PAC) europea è stata favorita l’agricoltura industriale di grande taglia, intensiva in capitali e scarsa utilizzatrice di manodopera; le piccole aziende familiari che hanno resistito - nonostante tutto - invece sono intensive in lavoro. E’ bene che i consumatori sappiano che, a differenza di qualunque altro settore produttivo, in agricoltura la qualità dei prodotti è direttamente legata alla qualità e alla quantità del lavoro umano impiegato e solo le piccole aziende agricole hanno la capacità di proteggere e mantenere alta la qualità delle produzioni, di operare una riconversione ecologicamente durevole dei sistemi agricoli del nostro paese, togliendoli dalla dipendenza del trasporto su gomma e quindi restituendo solidità ad un sistema distributivo reso fragile dalla concentrazione delle produzioni in ristretti ambiti territoriali. In mani sempre più ristrette. La concentrazione delle terre e del diritto a produrre è il risultato di politiche e non di una ineluttabile decadenza del settore agricolo. L’Italia, una delle 2 grandi agricolture europee, è oggi ostaggio delle proteste dei camionisti grazie alla innaturale concentrazione solo in alcune regioni delle produzioni agricole come latte, carne, frutta e verdura. E non è casuale se le mafie si impossessano del controllo del mercato dei prodotti ortofrutticoli, grazie, appunto, a questa fragilità e dipendenza da un mercato basato quasi esclusivamente sulle esigenze della GDO e quindi sul trasporto su lunghe distanze.&lt;br /&gt;Per riprendere la via dello sviluppo e dell’occupazione, come i presidente del Consiglio continua a ripetere, si dovrebbe ripartire dalle aziende agricole medie, piccole e piccolissime - che sono un milione e costituiscono il cuore produttivo del cibo in Italia - sono loro che potrebbero reagire più rapidamente alla crisi con misure strutturali e legislative che non comportano maggiore spesa per lo Stato. Ad esempio, favorire l'affitto agrario a un equo canone, metti la priorità ai giovani e alle donne, solo a agricoltura familiare di piccola taglia, al di sotto di 30 ettari.&lt;br /&gt;Garantire un accesso facilitato all’uso della terra per i contadini e proteggerne prioritariamente l’uso che questi ne fanno. Di questo abbiamo bisogno anche per dare un contributo alle crisi che attanagliano il paese, quella economica, quella finanziaria e quella ecologica. Un po’ di neve e torniamo indietro di un secolo. Le aziende contadine che sono scomparse non possono rinascere e la sofferenza di quei fallimenti non sarà compensata, ma almeno si può immaginare di consolidare le piccole aziende che sopravvivono e di crearne delle nuove per fermare il processo di desertificazione agraria che ai più sembra ormai inarrestabile. Per questo una piccola significativa prova di coraggio del governo Monti, segnale di sensibilità sarebbe il cambiamento del Articolo 66. (Dismissione di terreni demaniali agricoli e a vocazione agricola) del "pacchetto sviluppo" e scrivere, al posto di "alienare..", da concedere in locazione ai sensi della legge 203 del 1982 e successive modifiche a cura dell’Agenzia del demanio mediante procedura negoziata senza pubblicazione del bando per gli immobili a canone annuo inferiore a 20 mila euro e mediante bando pubblico per quelli di canone annuo superiore, riservati a coltivatori diretti, con priorità a giovani singoli o associati ed ad iniziative di rilevanza sociale (agricoltura sociale)". In fondo non una rivoluzione ma solo l’applicazione del dettame costituzionale. In particolare per quanto riguarda l’uso agricolo della terra, l’Articolo 44 dice: "Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà …". Un buon programma di governo, presidente Monti. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3758883207301724703?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3758883207301724703/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/agricoltura-la-svendita-dei-terreni.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3758883207301724703'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3758883207301724703'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/agricoltura-la-svendita-dei-terreni.html' title='AGRICOLTURA: LA SVENDITA DEI TERRENI PUBBLICI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-Ul9HojQADYM/TzaSqHBPeKI/AAAAAAAARtc/sJWhuX-8g9w/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-7122010481242496386</id><published>2012-02-10T17:05:00.007+01:00</published><updated>2012-02-11T17:06:35.822+01:00</updated><title type='text'>RINNOVABILI. COME SI CREEREBBE LAVORO CON LA CONVERSIONE ECOLOGICA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-oF1wbPmhFpo/TzaR7A2xpHI/AAAAAAAARtQ/Ew_qEK6fqFY/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707910020766737522" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 301px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-oF1wbPmhFpo/TzaR7A2xpHI/AAAAAAAARtQ/Ew_qEK6fqFY/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L’occupazione in Europa potrebbe aumentare del 320 per cento. Come? Bisognerebbe investire in trasporti sostenibili (specialmente ferrovie), edilizia a basso consumo, nella conservazione e gestione dei terreni e nelle fonti rinnovabili. E’ la conclusione di un rapporto presentato ieri da sei organizzazioni ambientaliste, WWF, BirdLife Europe, CEE Bankwatch Network, European Environmental Bureau, Friends of the Earth Europe and Transport and the Environment. Il breve documento (Investing for the Future: more jobs out of a greener EU budget, vedi allegato) confronta quanta occupazione potrebbe essere creata se una parte del budget europeo venisse spostato dalla Politica Agricola Comune (PAC) e dalla Politica per la Coesione, verso questi settori della green economy.&lt;br /&gt;L’analisi delle associazioni spiega che un investimento annuale di 14,74 miliardi di euro nei settori elencati, pari a solo il 14% del budget UE totale per il periodo 2014-2020, sarebbe in grado di sostenere più di mezzo milione di posti di lavoro. Al confronto, 140 miliardi di euro, cioè l’investimento annuale nella PAC e nella Politica di Coesione (il 78% del bilancio totale del periodo 2007-2013), si stima potranno creare o sostenere solo poco più di un milione di addetti.&lt;br /&gt;Dai dati diffusi si evince che spostare gli investimenti dall’attuale modello di budget ai settori della green economy aumenterebbe l’occupazione per ciascun euro investito di un fattore 3 (320%). Se il confronto si fa con i fondi della PAC questo fattore diventa quasi 5.&lt;br /&gt;In particolare, si legge nel documento, per un investimento di un miliardo di euro di budget dell’Unione Europea è possibile creare oltre 52mila occupati nelle rinnovabili e quasi 26mila nell’efficienza energetica delle costruzioni. Mentre con una decurtazione di un miliardo di euro alla PAC si produrrebbe una perdita di 3-6mila posti di lavoro, e nell’ambito della Politica di Coesione di circa 16.800.&lt;br /&gt;Si tratta di fatto di un vero e proprio appello alla Commissione Europea per portarla a comunicare effettivamente quanti posti di lavoro potrebbero essere creati al 2020 con il budget disponibile. Dietro questa analisi c’è una critica, neanche troppo velata, alle istituzioni europee, sulla carenza di tali informazioni, cioè quelle riguardanti gli impatti occupazionali dei budget investiti. Risultati genericamente promessi dalla stessa Commissione, ma da essenziali per gli Stati membri e per i cittadini europei che questo denaro lo versano con le loro tasse.&lt;br /&gt;Ad oggi infatti l’Unione Europea non ha mai pubblicato dati degli effetti sull’occupazione delle sue politiche, nonostante gli investimenti per il periodo 2007-2014 siano stimati in circa 1.000 miliardi di euro.&lt;br /&gt;Questo rapporto dovrebbe fornire ai decisori politici un ventaglio di opzioni orientate appunto ad una maggiore e più efficiente creazione di lavoro e a più lungo termine.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-7122010481242496386?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/7122010481242496386/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/rinnovabili-come-si-creerebbe-lavoro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/7122010481242496386'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/7122010481242496386'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/rinnovabili-come-si-creerebbe-lavoro.html' title='RINNOVABILI. COME SI CREEREBBE LAVORO CON LA CONVERSIONE ECOLOGICA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-oF1wbPmhFpo/TzaR7A2xpHI/AAAAAAAARtQ/Ew_qEK6fqFY/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5033508596048662141</id><published>2012-02-10T17:04:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T17:04:27.392+01:00</updated><title type='text'>BUONISTA COI FORTI, CATTIVISTA COI DEBOLI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-gUNM2pQOnKc/TzaRDVLEgdI/AAAAAAAARtE/QSzTWA4i40M/s1600/1.jpg"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707909064147894738" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 323px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-gUNM2pQOnKc/TzaRDVLEgdI/AAAAAAAARtE/QSzTWA4i40M/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Anna Maria Rivera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;È come ai tempi del Cavaliere: ogni giorno ha la sua pena, ogni giorno ci riserva qualche aforisma governativo disperante. Solo lo stile è cambiato: delle grezze facezie berlusconiane si poteva ridere, le battute dei "professori" fanno soltanto piangere. E non solo per la monotonia del contenuto: cioè la minaccia di far pagare lacrime e sangue ai lavoratori, ai precari, ai non abbienti, la prospettiva di una drastica riduzione di diritti e tutele sociali; in sostanza, un impietoso progetto ultraliberista. Avvilente è anche il ricorso alla banalità, al luogo comune, al lessico trasandato, al registro dei semicolti, proposti con una singolare boria classista e, come giustamente ha osservato Ida Dominijanni, perfino con un'irritante pretesa pedagogica. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Se la memoria non c'inganna, iniziò la ministra Fornero con «l'articolo 18 non è un totem», lapsus dovuto forse alla familiarità con l'opera di Freud, quindi con Totem e tabù. Seguì l'ormai citatissimo aforisma del submnistro Martone che, invece, non deve aver mai letto neanche Lettera a una professoressa, sicché lui, baciato dalla fortuna di un padre potente, vorrebbe rimandare tutti gli sfigati alle scuole professionali. Un paio di giorni fa è stata la ministra Cancellieri a regalarci un motto che passerà alla storia: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». Ma prima c'era stato «la monotonia del posto fisso» del premier in persona il quale, non soddisfatto, infine ha pronunciato anche il lemma fatale: buonismo. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ed è su questo che vogliamo soffermarci, poiché sintetizza efficacemente la "filosofia", lo stile, la semicultura dei "professori". Benché ora legittimata dal presidente del consiglio, "buonismo" è stata e resta la parola-chiave del disprezzo per chi esprime e pratica solidarietà, del dileggio di chi difende i diritti fondamentali altrui. Abbiamo un'immaginazione sfrenata e nutriamo una certa diffidenza, come si è capito, verso il governo tecnico. Eppure non ci aspettavamo una concessione, così inelegante, al lessico della superficialità e della cattiveria sociale. Un professore, ancorché capo di governo, dovrebbe essere cauto con le parole, tanto più se ne conosce la storia e gli usi sociali. Dovrebbe sapere che "buonismo" è lemma cruciale della retorica dell'intolleranza. Che è il neologismo con cui, da un quindicennio a questa parte, si è soliti bollare i discorsi solidali e le politiche inclusive verso migranti e minoranze. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Probabilmente Monti ignora che buonista è vocabolo apparentato con pietista: cioè con l'accusa rivolta, durante il fascismo, contro quegli italiani che, dopo l'approvazione delle leggi antiebraiche, cercarono di difendere e proteggere i loro concittadini ebrei. Sprezzante o forse ignaro della sociolinguistica, il premier non solo adopera quel termine spregiativo, ma, accoppiandolo con "sociale", ne allarga il campo semantico per colpevolizzare venticinque governi del passato e l'intera società italiana: «Per decenni i governi italiani hanno avuto troppo cuore, hanno profuso troppo buonismo sociale». E, per non essere frainteso, rincara la dose: «La società italiana si appagava del fatto d'essere così generosa, così buona verso i deboli». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Che delitto aver talvolta preso sul serio la Costituzione! Che dabbenaggine aver tentato di rispettarne il terzo articolo! Quello che recita - ci permettiamo di ricordarlo rispettosamente al professore - «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In un ottimo elzeviro di quattro anni fa, Gian Antonio Stella definiva lo slogan «basta col buonismo» come «il nuovo manganello» per colpire «i richiami alle norme costituzionali e anche all'umana pietà»; come «il nuovo olio di ricino dello squadrismo mediatico shakerato con un po' di analfabetismo civile». Sarebbe eccessivo definire alla stessa maniera la variante montiana dello slogan. Nondimeno è preoccupante che le più recenti sortite dei professori al governo siano marcate da una tale arroganza di classe, da un tale disprezzo per la sorte della "gente comune", nonché da uno stile in fondo autoritario. Peraltro, come ogni superficiale esercizio di stigmatizzazione, anche l'accusa di buonismo è reversibile. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Nello stesso contesto, il capo del governo ammette candidamente: «Non abbiamo usato il termine patrimoniale perché avrebbe potuto urtare una parte di questa maggioranza». Se "buonismo" è pretendere di accontentare tutti, come egli stesso afferma più avanti, lui sì che è un vero buonista, si potrebbe commentare. Certo, buonista verso i potenti, cattivista verso i deboli. Davvero un bel programma di governo.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5033508596048662141?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5033508596048662141/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/buonista-coi-forti-cattivista-coi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5033508596048662141'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5033508596048662141'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/buonista-coi-forti-cattivista-coi.html' title='BUONISTA COI FORTI, CATTIVISTA COI DEBOLI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-gUNM2pQOnKc/TzaRDVLEgdI/AAAAAAAARtE/QSzTWA4i40M/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-1243394588364002942</id><published>2012-02-10T17:03:00.007+01:00</published><updated>2012-02-11T17:01:44.614+01:00</updated><title type='text'>LA RICCHEZZA DELLA RETE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-9gWpSkRocoY/TzaQmmC6nNI/AAAAAAAARs4/y2zRKwpOiPw/s1600/2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707908570460888274" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 322px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-9gWpSkRocoY/TzaQmmC6nNI/AAAAAAAARs4/y2zRKwpOiPw/s400/2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Dario Lovaglio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il professore e giurista neoliberale di Harvard, Yochai Benkler, il giorno successivo alla chiusura del sito Megaupload spiega sorpreso e dispiaciuto sul canale Bloomberg Law la straordinaria violenza dell’operato del FBI e del governo statunitense nei confronti di quest’impresa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Secondo Benkler sarebbero le imprese che governano il mercato ad ostacolare l’introduzione delle nuove tecnologie con lo scopo di favorire la stabilità e il controllo come ad esempio fu il Jukebox per la musica a basso costo o il videoregistratore in tempi piú recenti. Proprio rispetto all’introduzione del videoregistratore spiega come questa tecnologia sia stata oggetto nel 1994 di una battaglia sulla tutela del diritto d’autore e sulla quale la corte suprema si era pronunciata a favore evidenziando la differenza tra utenti che infrangono le leggi e la tecnonologia non colpevole del suo utilizzo, in questo senso le leggi sul diritto d’autore servirebbero per per stabilizzare la relazione tra il mercato e lo sviluppo tecnologico bilanciando così la relazione tra forze produttive e rapporti di produzione. Il giurista spiega questa posizione a partire dal ‘desiderio e dalla necessità’ dello sviluppo tecnologico e lo fa comparando il sito Megaupload con YouTube illustrando perché, secondo lui, il popolare sito per la pubblicazione dei video non sia stato preso di mira dal governo statunitense con la medesima aggressività. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;YouTube, dice il giurista, sarebbe un modello eccessivamente riconosciuto della nuova forma di produzione introdotta dai nuovi media e suppone che una sua possibile chiusura rappresenterebbe un segnale di negazione dello sviluppo tecnologico desiderato e necessario troppo brusco. ll professore di Harvard infatti giustifica l’arresto senza preavviso del sito Megaupload perchè si tratterebbe di un bersaglio facile per le accusarlo di illegalità della propria attività, cosa molto piú articolata e complessa da dimostrare rispetto ad altri servizi simili come Dropbox o YouTube che analogamente al videoregistratore possono essere utilizzati arbitrariamente in maniera legale o illegale. Tralasciando le conseguenze materiali di questo sviluppo, che devono essere assolutamente affrontate e che potrebbero essere riassunte nei suicidi e nelle condizioni di lavoro degli operai della Foxconn in Cina, quello che Benkler non ci dice ma ci fa intendere è che la ricchezza della rete si trova al centro della contraddizione interna al capitale il quale per crescere e sopravvivere deve da una parte continuamente imporre delle barriere all’accesso delle risorse materiali e immateriali mentre dall’altra ha continuamente bisogno di nutrirsi delle forze progressive della cooperazione sociale. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L’elemento di novità aggiunto nel suo discorso in questa sede infatti non sta nella tutela degli interessi economici dell’industria dei nuovi media quanto al riconoscimento di una nuova soggettività politica che è emersa in rete, quella cittadinanza attiva che richiede una maggiore libertà di accesso all’informazione senza infrangere le leggi sull diritto d’autore e nella tutela degli interessi delle imprese. In sostanza Benkler applaude la cittadinanza attiva in rete basta che non faccia la rivoluzione. At last but not least tutto l’intervento sottende una certa simpatia per Megaupload, vittima facile di un freno ineluttabile posto per mantenere la stabilità del mercato. Va infatti ricordato come gia è stato fatto opportunamente in altre sedi che il sito fondato da Kim Schmitz era solo uno dei tanti attori del mercato nella rete e che non va assolutamente confuso con un baluardo della libertà dell’informazione martire dell’avidità delle imprese dell’industria culturale. I disegni di legge SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect IP Act) presentati al congresso pochi giorni prima della chiusura di Megaupload, che avrebbero favorito le grandi imprese dell’industria culturale, avevano ricevuto le critiche non solo della comunità di internauti, ma soprattutto da parte di quelle imprese che hanno fatto dell’attività degli utenti su internet un modello di negozio come Google, Facebook o Amazon.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Questa battaglia politica allora non vede in campo la dialettica classica tra soggetti antitetici per obiettivi e interessi, ma vede una vera e propria guerra civile la quale posta in gioco è la conquista e il mantenimento di alcune situazioni di monopolio dell’economia della rete. Talvolta la cittadinanza alla quale appella Benkler é la stessa che reclama una rete neutrale liquidando in maniera semplicistica il rapporto di forza sia nell’uso della rete che della proprietà sia dal punto di vista materiale che immateriale. Le due dimensioni nell’economia della rete non possono mai essere separate, basti pensare che, sia a livello infrastrutturale che a quello applicativo, la produzione della rete si muove sempre parallelamente rispetto ai due ambiti cercando di attirare su di se gli abitanti in un vero e proprio ecosistema, si pensi ad esempio ad Apple con iTunes Store o Google con Android Market. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;In questa direzione vanno gli investimenti crescenti in servizi ospitati in rete che liberano l’utente da ingombranti supporti fisici affinchè la gestione dei contenuti sia completamente gestita dalle imprese che allo stesso tempo detengono parte in quantità crescenti della produzione materiale. La strategia adottata per mantenere la fedeltà degli utenti infatti è costituita da veri e propri mercati a basso costo che attraverso i diritti di proprietà e la finanziarizzazione permettono l’alimentazione del circuito tra i dispositivi e le sue rispettive applicazioni, in questo senso chiamare questo modello capitalismo tecnologico o digitale sarebbe erroneo perchè l’innovazione tecnologica, ossia l’ applicazione pragmatica della conoscenza per un’economia di larga scala, non è una parte autosufficiente dell’economia ma il prodotto più pervasivo della nuova forma di accumulazione. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;In questo scenario si sta giocando una partita politica di recente memoria imperiale, la gestione della crisi vede gli Stati Uniti impegnati principalmente su una duplice strategia: da un lato sulla gestione del dollaro e sul recupero del mercato finanziario specialmente centrato nella depressione e dal possibile scioglimento dell’euro, dall’altra dal tentativo di regolamentare la rete attraverso diversi dispositivi legislativi extra-governamentali per favorire lo sviluppo de "la ricchezza della rete". Il controllo politico di questa economia é assunto in maniera flessibile e differenziale da soggetti molteplici. Tra i casi piú recenti quello della piattaforma di microblogging Twitter, questa rete sociale come del resto anche le altre, ha deciso di attuare a favore degli stati nazione censurando a livello nazionale alcuni utenti. Questa decisione politica ci fa ragionare sull’ influenza che queste grandi imprese della rete hanno o possono avere rispetto non solo alla composta cittadinanza evocata da Benkler ma soprattutto su quella che abbiamo appreso dalle lotte in Iran al Maghreb, passando per la Spagna, Inghilterra fino ai movimenti Occupy negli Stati Uniti.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Imprese della rete e stato sono uniti dalla crisi per salvare l’economia finanziaria globale e per ricavarne il maggior profitto, con la differenza che mentre la prima diventa una risorsa cruciale per il mercato finanziero la seconda funziona solo come un filtro per rallentarne il collasso. Anche Facebook da pochi giorni é quotato in borsa, una mossa simile a quella che gia altre compagnie del 2.0 come Groupon, Linkedin e Zinga hanno intrapreso da tempo, ma con una notevole differenza: Facebook ha 845 millioni di utenti e sembra aggiungerne milioni ogni mese, ha un’offerta molto diversificata e un raggiungimento incomparabile grazie alle sue Open Graph e API. Possiamo ipotizzare quindi il passaggio ad una nuova convenzione finanziaria dove é l’attivitá relazionale ed il suo controllo ad essere oggetto della valorizzazione capitalistica, un’attivitá redditizia che ci obbliga a riflettere su questo nuovo ordine del discorso.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-1243394588364002942?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/1243394588364002942/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-ricchezza-della-rete.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1243394588364002942'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1243394588364002942'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-ricchezza-della-rete.html' title='LA RICCHEZZA DELLA RETE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-9gWpSkRocoY/TzaQmmC6nNI/AAAAAAAARs4/y2zRKwpOiPw/s72-c/2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-1781344882440164753</id><published>2012-02-10T17:03:00.006+01:00</published><updated>2012-02-11T16:42:31.993+01:00</updated><title type='text'>LA VECCHIAIA E IL LAVORO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-oYZWNhfecWU/TzaMFszVRLI/AAAAAAAARsg/oIi1WxJwy_4/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707903607292380338" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 339px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-oYZWNhfecWU/TzaMFszVRLI/AAAAAAAARsg/oIi1WxJwy_4/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Rita Querzè&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Fino a quando gli italiani sono materia plasmabile nelle mani di aziende-pigmalioni, bramose di sfruttarne i talenti? «Fino a 50-55 anni», si sarebbe risposto fino a pochi anni fa. Poi si diventa obsoleti come un Commodore 64. La novità è che questa età si è via via erosa. Per i responsabili del personale oggi cominci a essere vecchio già a 45 anni. Addirittura a 40. E questo vale per chi ha l'ormai mitico posto fisso. Quelli che sono fuori, a caccia di un impiego, il problema lo sentono ancora di più. Chi lo dice? Un po' tutti. Dai direttori del personale alle società di selezione. E anche il sindacato. Per chi avesse ancora qualche dubbio, il fenomeno è certificato da un'indagine che sarà presentata oggi dall'osservatorio sul Diversity management della Sda Bocconi. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;I ricercatori dell'università milanese hanno indagato le cause di discriminazione in azienda. Dall'aspetto fisico alla provenienza etnica. Pensavano che, come al solito, il problema principale sarebbe stato la discriminazione di genere, a svantaggio delle donne. Invece, sorpresa: la maggior fonte di disagio è diventata l'età. «I lavoratori dipendenti dopo i 45 anni mostrano un'evidente difficoltà. Si sentono inascoltati. E sempre più esclusi. Difficile dar loro torto: le nostre verifiche ci dicono che le carriere si fanno entro i 40 anni. Dopo i 45 le imprese smettono di investire su di te. Basta incentivi alla valutazione della persona. Basta programmi di sviluppo dedicato», è la spietata constatazione di Simona Cuomo, a capo dell'osservatorio sul Diversity Management della Sda Bocconi. «Eppure parliamo di persone che rappresentano oltre il 30% degli occupati del nostro Paese - continua Cuomo -. Le politiche del lavoro del governo e quelle delle singole aziende dovrebbero tenerne conto. Anche perché si tratta di gente che ha ancora voglia di dare». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La sorpresa dei ricercatori Bocconi deriva dal fatto che la stessa indagine viene ripetuta da tre anni e mai si era rilevato che l'età fosse un problema per il 52% dei dipendenti mentre il genere «solo» per il 44%. Seguono altri motivi di disagio come il tipo di laurea: mortificati, nel 32% dei casi, soprattutto i possessori di lauree umanistiche. Per finire, l'aspetto fisico (27% dei casi). Perché questa tendenza ha subìto un'accelerazione negli ultimi due-tre anni? Ha una spiegazione il presidente di Gidp, associazione dei direttori del personale, Paolo Citterio: «La crisi ha contribuito. Prima della riforma delle pensioni targata governo Monti si sono utilizzate dosi massicce di prepensionamenti. Con "scivoli" verso il ritiro. Così i 45enni si sono resi conto in un colpo solo di aver perso il treno della carriera e di avere il fiato sul collo di giovani trentenni valorizzati per la disinvoltura con le tecnologie». Ed eccoci alla seconda motivazione del fenomeno. Le tecnologie, appunto. «Spesso si tratta di un alibi - osserva Enrico Finzi, sociologo e presidente di AstraRicerche -. Le nostre indagini constatano ogni giorno come l'utilizzo di Internet stia diventando familiare anche in classi d'età elevate, ben oltre i quarant'anni. La ragione non detta spesso è un'altra. Gli stipendi dei lavoratori maturi sono più pesanti. E le imprese si fanno tentare. Ma quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno drammatico e iniquo. Per di più dannoso per il Paese: si sprecano risorse professionali». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La situazione delle donne merita una postilla. «Qui la frustrazione è massima - aggiunge il sociologo -. Perché spesso si tratta di signore che hanno faticato per guadagnarsi un posto al sole, poi hanno gestito la difficile fase della maternità in azienda. E quando cominciano a sentirsi un po' più libere perché hanno i figli preadolescenti vengono messe da parte». Come si diceva all'inizio, il problema riguarda tutti, a tutti i livelli. «Capita che si licenzi un dirigente, a volte anche un quadro, per affidare le sue responsabilità a una persona più giovane e con un inquadramento inferiore che costa meno. Spesso si tratta anche di quarantenni», constata tra gli altri Guido Carella, presidente di Manageritalia, associazione dei dirigenti dei servizi. Per quanto riguarda i posti da commesso, impiegato o cassiera, basta dare un'occhiata alle inserzioni di ricerca personale. Qui l'età è messa nero su bianco, nonostante sia proibito. E sempre si legge: «Massimo trentenne». «È vero, pochi in Italia rispettano la legge - ammette Gilberto Marchi, presidente di Assores, associazione delle società di selezione -. Va detto, però, che ci sono quarantenni con inglese elementare e scarsa dimestichezza con l'informatica che entrano in crisi appena l'azienda chiede di cambiare città nel raggio di 50 chilometri». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;In effetti quella dei quarantenni di oggi è l'ultima generazione salita sul treno del posto fisso. Dopo di loro il diluvio (di contratti a termine e collaborazioni). Ma è anche vero che se fino a 30 anni rischi fare l'apprendista e dai 40 sei già da buttare, il tempo del fulgore professionale risulta limitato a un batter di ciglia. E allora sorge un dubbio. Non sarebbe più utile a tutti (anche alle imprese) se invece della carta d'identità si guardasse il merito?&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-1781344882440164753?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/1781344882440164753/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-vecchiaia-e-il-lavoro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1781344882440164753'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1781344882440164753'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-vecchiaia-e-il-lavoro.html' title='LA VECCHIAIA E IL LAVORO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-oYZWNhfecWU/TzaMFszVRLI/AAAAAAAARsg/oIi1WxJwy_4/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-1251046859585345633</id><published>2012-02-10T17:02:00.007+01:00</published><updated>2012-02-11T16:36:49.346+01:00</updated><title type='text'>L'UNIVERSITA' CHE VOGLIAMO</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-JlTaVmq_QF0/TzaKqRSvoxI/AAAAAAAARsU/46zhsQ_huk4/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707902036539843346" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 299px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-JlTaVmq_QF0/TzaKqRSvoxI/AAAAAAAARsU/46zhsQ_huk4/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;di Piero Bevilacqua e Angelo d'Orsi &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto agli altri Paesi industrializzati. Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoriti, a beneficio di discipline che si immaginano più direttamente utili alla crescita economica, o genericamente al "Mercato". Si tratta di una tendenza in atto da anni che ci accomuna all'Europa e a larga parte del mondo. A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un sapere utile, trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Perciò oggi si sta scatenando negli atenei la definizione dei "criteri di valutazione", al fine di misurare la "produttività" scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo, le Università europee sono sotto l'assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà - docenti, studenti, personale amministrativo - è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici.Noi crediamo che questo modello di Università europea, avviato con il cosiddetto "processo di Bologna" abbia rivelato il suo totale fallimento. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Il numero dei laureati non è aumentato, le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l'autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società. Tutto ciò riguarda non solo il nesso saperi/mercato, ma anche il modello sociale, come è evidente alla luce dell'innalzamento delle tasse d'iscrizione, delle politiche di numero chiuso e della scelta di segmentare, alla luce di politiche classiste, il sistema universitario nazionale facendosi schermo del mito dell'eccellenza. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Al fondo di questo fallimento c'è una esperienza storica recente che illumina sinistramente l'intero quadro europeo. È quello che possiamo chiamare il grandioso scacco americano. Gli USA, elaboratori del modello che l'UE ha voluto tardivamente imitare, sono il Paese che in assoluto ha investito di più nella formazione universitaria e nella ricerca, finalizzate ad accrescere la potenza economica. Ma a dispetto dell'immenso fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione di brevetti e scoperte strumentali, i risultati sono stati irrisori. La grande ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. Per concludere con una apoteosi: gli USA, che hanno visto trionfare negli ultimi decenni nuove tecnoscienze come l'informatica e la genetica, hanno trascinato il mondo nella più grave crisi economico-finanziaria degli ultimi 80 anni. &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Questa lezione storica ci dice che il sapere tecnoscientifico, da sé, interamente finalizzato alla crescita economica e senza un progetto equo e solidale di società, privo della luce della cultura critica, è destinato a fallire. Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l'erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto.Per tale ragione, i firmatari del presente Manifesto indicano i punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un progetto di università che avvii la fuoriuscita dal modello liberistico di un'Europa ormai sull'orlo del collasso.Occorre al più presto abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall'organizzazione degli studi e ripristinare i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;Occorre abolire i crediti (i famigerati CFU) come criteri di valutazione degli esami. Il fatto che essi siano utilizzati anche nel resto d'Europa è una buona ragione per incominciare a scardinare il misero economicismo che è stato iniettato anche negli atenei del Vecchio Continente. Occorre ripensare i criteri di valutazione che riguardano i saperi umanistici. Noi crediamo giusto che l'Università resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. Una condizione che implica anche un controllo - certamente mediato, ma serio, non propagandistico - del buon uso delle risorse provenienti dal contributo fiscale di tutti i cittadini. Ma tale controllo deve riguardare soprattutto i Consigli di Amministrazione degli Atenei, che devono diventare assolutamente trasparenti, con adeguata pubblicità, nelle loro scelte e nei loro bilanci.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano. Occorre ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato abolita dalla legge Gelmini. Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori, con liste nazionali di idoneità, che tengano conto della produzione scientifica, dell’esperienza maturata nell’attività didattica, nell’attività gestionale, e nell’organizzazione culturale: le Facoltà dovranno poter scegliere all’interno di quelle liste e chiamare liberamente gli idonei. Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d'Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito gravemente tante Facoltà. Oggi si piangono ipocrite lacrime sulla disoccupazione della gioventù. Ma quale migliore occasione per il governo in carica di fornire risorse ai ricercatori senza lavoro, ai tanti giovani che passano dai dottorati ai master senza mai trovare un approdo, una istituzione in cui continuare studi e ricerche?&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università. La complessità sempre più interrelata del mondo vivente e della società ci impone un diverso modo di studiare, ci chiede un dialogo tra le discipline, una organizzazione degli studi che non esalti la solitaria eccellenza individuale, ma la cooperazione fra campi diversi della conoscenza, così come la società ci chiede la cura collettiva dei beni comuni. Per aderire inviare una e-mail a: universitachevogliamo@gmail.com specificando disciplina e sede lavorativa.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-1251046859585345633?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/1251046859585345633/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/luniversita-che-vogliamo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1251046859585345633'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1251046859585345633'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/luniversita-che-vogliamo.html' title='L&apos;UNIVERSITA&apos; CHE VOGLIAMO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-JlTaVmq_QF0/TzaKqRSvoxI/AAAAAAAARsU/46zhsQ_huk4/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8567004853475625116</id><published>2012-02-10T17:02:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T16:25:27.888+01:00</updated><title type='text'>LEZIONI DALLA CRISI PER UNA SINISTRA VERA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-WgaioWj7XA4/TzaFYlI0k3I/AAAAAAAARsI/uqDs61klBTU/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707896235071148914" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 322px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-WgaioWj7XA4/TzaFYlI0k3I/AAAAAAAARsI/uqDs61klBTU/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Mimmo Porcaro&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Ci diciamo spesso che la crisi ha confermato le nostre idee. Ma ciò è vero solo in parte. Ha confermato che il capitalismo, oltre ad essere iniquo, "non funziona". Ma ci costringe a cambiare o aggiornare molte delle nostre più radicate convinzioni sul blocco sociale anticapitalista, e sullo spazio e gli obiettivi della sua azione. In sintesi, si può dire che il modello maturato a Porto Alegre e Genova agli inizi del nuovo secolo è ormai superato dai fatti: se ne vogliamo custodire e tramandare le acquisizioni fondamentali, soprattutto quelle relative alla democrazia ed alla molteplicità dei soggetti dell’emancipazione, dobbiamo inscriverle in un quadro concettuale del tutto nuovo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L’inefficacia di quel modello è evidente in primo luogo riguardo al populismo. La mobilitazione democratica delle associazioni altruistiche non è in grado di intercettare problemi, umori e linguaggi della parte più deprivata delle classi subalterne. Questa parte, fatta di lavoratori dipendenti a bassa qualificazione, di autonomi che sono in realtà più dipendenti dei primi (si pensi al lavoro dell’autotrasportatore, strettamente legato - a rischio della vita - ai tempi dell’impresa) e di ceto medio fortemente impoverito dalla crisi generale, si allea ad alcune frazioni, meno forti, della borghesia anche perché l’altra parte del popolo, quella composta di dipendenti ed autonomi ad alta qualificazione, si allea di fatto alla frazione forte, globalista ed europeista del nostro capitalismo. Rompere queste alleanze, e costruirne una, nuova, tra le diverse frazioni popolari, è decisivo per la lotta egemonica: lo si può fare solo se, tra l’altro, non ci si ritrae di fronte al linguaggio populista dei nuovi conflitti. E se si trovano figure unificanti che, pur radicate in una analisi di classe, sappiano rivolgersi ai diversi soggetti sociali ed alle diverse forme di vita degli stessi "proletari". In questo quadro diviene opportuno parlare di sovranità popolare e nazionale, come collante di un nuovo blocco sociale e base di una nuova politica.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Sovranità nazionale non è nazionalismo. E’ ridiscutere democraticamente quale sia lo spazio sovranazionale in cui il Paese di deve in ogni caso far parte. Qui si fa sentire un altro degli effetti della crisi: la progressiva dissoluzione dello spazio "globale" ed "europeo" nel quale eravamo soliti muoverci. Il multipolarismo è, in questo senso, uno spazio più favorevole della (presunta e parziale) globalizzazione, perché è l’unica griglia che possa sottoporre a controllo i flussi altrimenti devastanti dei capitali transnazionali. E non è più possibile trasformare l’Unione Europea in qualcosa di più paritario, cooperativo, democratico: è piuttosto necessario iniziare da subito a definire e costruire uno spazio mediterraneo-mediorientale in cui inserire il nostro Paese, prima come prospettiva da far balenare nelle trattative comunitarie, poi come concreta alternativa all’Unione monetarista.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Infine se la crisi è davvero crisi di un intero modo di produzione e dei rapporti sociali e geopolitici che lo sostengono, la si può attraversare solo avendo un modello alternativo forte, che non può ridursi alla sola economia decentrata, sociale e cooperativa. Bisogna quindi ritrasformare il nostro comunismo da ideale ad idea, da lontano orizzonte a forma realisticamente possibile di una nuova produzione e di un nuovo Stato. Bisogna dunque pensare da subito ad un concreto socialismo, basato sull’intreccio tra proprietà pubblica, sociale e privata, gestito da uno Stato rinnovato, controllato da autonome istituzioni popolari. E quindi (ulteriore e forse più importante lezione della crisi) bisogna tornare a considerare la conquista-trasformazione del potere di Stato (non a caso confiscato in questi anni dai capitalisti, mentre noi si chiacchierava di "autonomia del sociale") come uno snodo senz’altro non sufficiente, ma comunque assolutamente necessario di qualunque strategia popolare. Di queste cose si parla nelle note che seguono.&lt;br /&gt;1.1. Conflitti anomali. La crisi ha inaugurato, o portato alla massima evidenza, quello che propongo di chiamare "capitalismo a somma zero". Se in precedenza, ed anche negli anni della crescita drogata, al massiccio aumento della ricchezza dei capitalisti corrispondeva un ben minore, ma comunque sensibile, aumento della ricchezza (reale o apparente) dei lavoratori, oggi avviene il contrario: il capitalismo sopravvive grazie all’incrudimento del tradizionale sfruttamento di classe e grazie all’espropriazione diretta delle risorse pubbliche e di ciò che prima spettava al lavoro (pensioni, servizi, beni comuni, ecc.). Oggi è sempre più chiaro che ciò che gli uni acquisiscono gli altri perdono: da ciò lo scatenarsi di numerosi e diversificati conflitti. Ma si tratta di conflitti ben diversi da quelli a cui eravamo abituati: alla lotta "ordinata" dei lavoratori sindacalizzati, delle associazioni civili e delle stesse aggregazioni reticolari dei lavoratori precari (più fluttuanti e instabili, ma pur sempre "disciplinate" in un quadro ideologico relativamente chiaro ed identificabile), si affiancano lotte di gruppi mai mobilitatisi prima d’ora o costretti a constatare l’inefficacia delle precedenti mobilitazioni: da ciò il carattere quasi sempre informe e spurio di queste lotte.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;E’ bene dirsi con chiarezza che nessuna delle attuali forze della sinistra sociale e politica possiede al momento gli strumenti per comprendere queste lotte e per intervenirvi. Eravamo abituati alle lotte per il welfare, gestite dal nesso sindacato/partito/Stato. Queste sono poi state integrate o sostituite da lotte che andavano oltre il welfare e oltre la figura centrale dello stato sociale (il lavoratore stabile, maschio, adulto e sindacalizzato), ed erano gestite da associazioni orientate a culture dette postmaterialiste (femminismo, ambientalismo, diritti civili, pacifismo), ma comunque dotate di una solida tradizione culturale e passibili, pur non senza contrasti, di integrazione con l’ideologia della sinistra. Oggi siamo di fronte a lotte senza il welfare, prive, cioè, degli usuali canali di espressione politica e di trasmissione istituzionale: lotte dagli obiettivi troppo ristretti o troppo generici, dall’ideologia incerta, aperte a diverse declinazioni politiche o impolitiche. E’ illusorio tentare di ridurre l’ultimo, incerto "modello" a quelli precedenti. Per lungo tempo i tre modelli saranno compresenti e contrastanti: potranno essere unificati solo da un modello superiore. Soprattutto, è un grave errore prendere le distanze dalle ultime lotte tacciandole di populismo: nelle attuali condizioni è quasi inevitabile che le nuove mobilitazioni assumano un carattere populista, e fuggire il populismo significherebbe rifiutare di radicarsi nella realtà delle espressioni di massa. Bisogna starci dentro, comprenderle, distanziarsene, se necessario, solo dopo che si è fatto di tutto per trasformarle&lt;br /&gt;1. 2. Questioni di classe. Un ipotetico "fronte" dei lavoratori dovrebbe unificare figure notevolmente diverse. Le principali linee di divisione corrono tra stabili e precari, qualificati e dequalificati, uomini e donne, dipendenti, semiautonomi e autonomi, autonomi che servono imprese e autonomi che servono consumatori individuali. Gli intrecci tra queste diverse divisioni possono dar luogo a numerose combinazioni. Tutti questi lavoratori hanno di certo un avversario in comune: tutti sono infatti soggetti ad un processo di proletarizzazione, gestito dall’insieme del capitalismo italiano, che si traduce nella perdita di garanzie per gli occupati stabili, nella diminuzione delle prospettive dei precari, nella crescente sottomissione alle imprese committenti degli autonomi di seconda generazione, nel rapido declassamento degli autonomi di prima generazione. Al momento, però, tutti costoro (salvo poche e fluttuanti eccezioni) sono purtroppo alleati a questa o quella frazione delle classi dominanti. Una parte rilevante lavoratori sindacalizzati (soprattutto quelli pubblici) ed una parte rilevante dei precari o autonomi ad alta o media qualificazione (e, tra questi, soprattutto quelli addetti ai servizi alle imprese, che hanno più difficoltà ad evadere il fisco) sono di fatto alleate alla parte "forte", europeista e mondialista del nostro capitalismo, nell’illusione che questa possa comunque consentire, oggi o domani, un nuovo sviluppo. Gli altri, molti dipendenti e precari dequalificati, disoccupati, lavoratori autonomi "tradizionali", sono alleati alla parte "debole" e sedicente "nazionale" o regionalista (quando non ne sono elemento subordinato interno), perché più permeabili al discorso populista, più carenti di strutture di protezione, più propensi all’evasione fiscale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Date queste differenze, la costruzione di un blocco sociale che comprenda tutte le figure del lavoro oggi subalterno non può essere l’effetto di un progetto sindacale (anche se "one big union" capace di comprendere tutti è in futuro possibile) ma solo di un progetto politico di alto profilo che, partendo dal fatto che nessuna delle frazioni della classe dominante è in grado di assicurare un futuro, si presenti espressamente come rottura delle diverse alleanze subalterne con la classe dominante e come efficace riduzione del potere di queste ultime. Infatti, tutte le diverse proposte di uscita "a sinistra" dalla crisi (beni comuni, reddito di cittadinanza, rilancio della domanda di beni di consumo, politica industriale e via elencando) non hanno alcun senso se si concepiscono e si presentano come semplici alternative di politica economica e non, piuttosto, come causa ed effetto di una trasformazione dei rapporti sociali, di un’ alleanza delle diverse frazioni di una classe contro le diverse frazioni dell’altra, al fine di ridurre il potere dei dominanti.&lt;br /&gt;1.3. Espropriare gli espropriatori. Nessuno stabile sviluppo è possibile in Italia senza un pesante ritorno dell’intervento pubblico nell’economia e senza un immediato controllo democratico e popolare di questo intervento. Nulla di serio si può fare senza la sostituzione dell’attuale intreccio putrescente fra Stato ed interessi privati (nel quale naufragano anche molti gruppi della "società civile") con la distinzione tra uno Stato autorevole (capace di riprendere la propria funzione di indirizzo e redistribuzione) e una società indipendente (fatta di associazioni capaci di controllare, criticare e all’occorrenza sostituire i gruppi dirigenti dello Stato). Ma tutto questo comporta necessariamente l’espropriazione (e comunque la drastica riduzione del potere) di quei gruppi privati a cui sono state svendute industrie e banche pubbliche, e che saccheggiano le amministrazioni centrali e periferiche con la spregiudicata gestione di appalti e concessioni. Parlare di nuova politica economica senza parlare di questo è illudere sé stessi e gli altri. Questa è la precondizione per un programma popolare che usi le risorse così ottenute per una politica programmata di innovazione, di ricostruzione sociale ed ambientale, di sostegno all’aggregazione delle piccole ed al dinamismo delle medie imprese e, anche per questa via, alla domanda di beni di consumo. Solo un programma del genere può unire i "piccoli" contro i "grandi" e contemporaneamente affrontare i problemi fondamentali del Paese.&lt;br /&gt;1.4 Sovranità popolare (e nazionale) vs populismo. Un simile programma può essere attuato solo da un forte governo popolare. Per accumulare le forze necessarie a costituire un tale governo è necessario iniziare a superare fin da ora la divisione fra i diversi gruppi di lavoratori. Tali divisioni sono di ordine sia materiale che simbolico e riguardano essenzialmente la questione fiscale, le forme di organizzazione e le forme di autorappresentazione ideologica.Puntando tutto su una generica lotta all’evasione i lavoratori sindacalizzati e quelli comunque "colti" appoggiano di fatto il progetto del capitalismo "forte" che intende stringere il cappio attorno ai piccoli evasori nella consapevolezza che le grandi imprese internazionalizzate possono facilmente giovarsi dei meccanismi di elusione. Pur sapendo che l’elusione fiscale delle grandi imprese potrà essere ostacolata solo dal loro passaggio nelle mani pubbliche, bisogna sin da ora presentare programmi fiscali che concentrino le politiche di recupero sulle ricchezze patrimoniali di ordine superiore (l’assenza di uno straccio di imposta patrimoniale grida vendetta), mentre aumentano gli sgravi alle piccole imprese (e soprattutto a quelle individuali) e riducono le sanzioni contro la piccola evasione. Questo è il perno di una politica di riconquista di risorse da parte dei ceti popolari (fatta anche di cancellazione delle grandi opere, delle spese militari, della privatizzazione dei beni comuni) che serva ad unire questi ceti, evitando con estrema cura di costringere il piccolo evasore ad allearsi col grande.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Nell’emersione dei nuovi conflitti la partita dell’egemonia si gioca, oltre che sulla questione dei programmi, sulla capacità di essere i primi a proporre forme di organizzazione efficace. Il modo in cui questo conflitti vengono organizzati oggi condizionerà in maniera decisiva il modo in cui si svilupperanno domani, entrerà a far parte del DNA di un intero movimento popolare. Vanno certamente tentate modalità organizzative di tipo sindacale. Ma l’iniziale eterogeneità delle figure e degli obiettivi suggerisce piuttosto, come modello organizzativo di base, i comitati popolari contro la crisi. Tali comitati possono sorgere ex novo, o possono appoggiarsi a precedenti strutture sindacali e partitiche, ma devono in ogni caso sia accogliere l’eterogeneità attraverso il massimo ricorso alla democrazia interna, sia superarla attraverso il mutualismo e la costruzione di una ideologia unificante.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Tale ideologia non può essere l’ideologia classista a cui siamo abituati, e nemmeno può nascere dall’integrazione tra classismo e associazionismo civile che è stata tentata dal movimento altermondialista, ma non è penetrata nella grande massa dei ceti subalterni. Deve piuttosto essere un’ideologia popolare, dove "popolo" indica tutti coloro che lottano non contro la libertà altrui, ma per la propria libertà e dignità (Machiavelli), tutti coloro che rivendicano dignità e libertà non contro altri segmenti del popolo (come vorrebbe il populismo), ma solo contro i potenti. "Popolo", oggi, può raccogliere ed unire più di "classe": perché non è solo la classe a mobilitarsi, perché molti segmenti crescenti della classe si concepiscono più come popolo che come lavoratori organizzati, e soprattutto perché anche la mobilitazione di classe, per porsi all’altezza di uno scontro che ribalta la costituzione formale e materiale del Paese, deve presentarsi come rivendicazione della sovranità popolare. Non si tema di perdere, con questo spostamento lessicale, la capacità di nominare e contrastare il capitalismo, anzi. In alcune fasi storiche, come nella seconda metà del XX secolo, lottare come classe significava immediatamente opporre un'altra economia politica all’economia politica dominante. In altre fasi, però, lottare come classe può significare allearsi coi propri padroni, su base aziendale o regionale, contro altri padroni e altri segmenti del proletariato: ed è anche a causa di questa tendenza subalterna del comportamento di classe che Marx ha potuto affermare che, lottando per abolire il capitalismo, il proletariato abolisce sé stesso in quanto classe.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per lottare contro lo strapotere del capitalismo odierno non si può far affidamento solo sull’iniziativa di lavoratori strutturalmente indeboliti, e si devono piuttosto mobilitare tutte le risorse politiche, giuridiche ed istituzionali che hanno in passato arginato il capitalismo stesso. Il "riassunto ideologico" dell’epoca attuale, la chiave per aggregare strati sempre più vasti di cittadini, deve essere quindi la lotta per la sovranità popolare. E ciò implica immediatamente la lotta per la sovranità nazionale. Sovranità popolare non significa dittatura della maggioranza e rottura dello Stato costituzionale di diritto (come, di nuovo, vorrebbe il populismo), ma sottrazione del potere di decidere alle oligarchie finanziarie (Ferrajoli). Sovranità nazionale non significa affatto nazionalismo, ma difesa di uno spazio in cui sia possibile assumere decisioni democratiche e quindi ridiscutere liberamente il modo in cui si intende essere partecipi di uno spazio sovranazionale. Ma poiché a parlar di nazione subito si affacciano pericolosi equivoci, che vanno dal neofascismo alle sciocchezze "rossobrune" e da queste ai più immediatamente pericolosi governi di unità nazionale per la salvezza della Patria e la dannazione dei lavoratori, converrà, su questo punto, essere più precisi.&lt;br /&gt;2.1. Multipolarismo. Dobbiamo abbandonare decisamente l’idea della "globalizzazione dal basso", ossia l’illusione che la globalizzazione possa essere democratizzata. Il movimento antagonista deve continuare a costituirsi globalmente, ma la sua politica non può più essere globalista. Infatti la globalizzazione è essenzialmente liberalizzazione completa dei movimenti del capitale, e questa crea un continuo dumping sociale che distrugge l’organizzazione dei lavoratori e dei cittadini e dunque rende impossibile la democrazia. Volere la globalizzazione democratica è come volere il capitalismo democratico, ossia qualcosa che era assai difficile ottenere nell’epoca del capitalismo nazionale e del patto socialdemocratico, e che diventa impossibile ottenere adesso, nell’epoca del capitalismo "assoluto" e "senza compromessi", assoluto perché globalizzato. L’unica strada per tentare la costruzione di un ordine economico politico cooperativo e pacifico è il multipolarismo, ossia la creazione di vaste regioni economico-politiche che non eliminino i flussi di capitale ma li sottopongano a vincoli e a contrattazioni di tipo politico, rendendo così possibili al proprio interno scelte pro labour. E’ una via irta di rischi: protezionismi, guerre (che peraltro sono il leit motiv della globalizzazione). Ma è l’unica condizione che possa assicurare gli equilibri necessari alla creazione di una moneta comune che non sia strumento dell’egemonia di un polo (come avviene col dollaro) ed alla costruzione di un effettivo diritto internazionale (Ferrajoli) che non si limiti ad assicurare il libero movimento del capitale e a giustificare tutte le più infami guerre.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per ridurre i rischi e favorire le possibilità positive del multipolarismo, il movimento antagonista, reso più forte dalla possibilità di crescere, in ciascuna regione, al riparo dalla violenza dei flussi di capitale incontrollati, deve però continuare ad esprimere la propria vocazione globale, ed anzi la deve rendere più forte concretizzandola con la costruzione di una V Internazionale (Samir Amin), più vicina al pluralismo della I che al centralismo della III, ma capace di darsi quegli obiettivi politici unitari che il Forum Sociale Mondiale non vuole e non può darsi.&lt;br /&gt;2.2. Oltre l’Europa. L’Unione Europea, come progetto realmente unitario e unificante, è finita. Nel futuro avremo l’Europa "a due velocità", o l’esplosione dell’Unione. Ciò equivale a dire che i PIIGS saranno condannati ad una lunga recessione ed alla definitiva integrazione subalterna nelle economie "forti", e che i cittadini di tutto il continente saranno condannati a pagare un modello fondato sulle esportazioni. In queste condizioni l’ "altra Europa", l’Europa "sociale", costruita "dal basso" è una pura illusione: è impedita dalla struttura istituzionale dell’Unione, dalla cultura delle sue burocrazie, dall’orientamento delle classi dominanti delle nazioni più forti, dall’inesistenza di una realistica alternativa socialdemocratica, dall’inesistenza di un efficace movimento popolare continentale, reso ancor più difficile dalle prospettive di recessione. Dobbiamo dunque uscire dall’Europa? No, o comunque non subito. Dobbiamo però uscire dall’ "europeismo senza condizioni" che ci accomuna all’ideologia ed alla politica delle frazioni "forti" del capitalismo italiano. Queste frazioni hanno scelto decisamente l’Europa, costi quel che costi, essenzialmente perché essa consente loro di operare, grazie alla coercizione del "vincolo esterno", quelle politiche antipopolari rese altrimenti impossibili dal loro storico difetto di egemonia: il governo Monti è la massima espressione di questa strategia. Anche noi abbiamo scelto l’Europa, ragionevolmente convinti che un progetto di tipo socialista fosse possibile solo in un ambito sovranazionale. La convinzione era giusta, ma l’ambito scelto no: continuare ciononostante ad insistere sull’ "altra Europa" equivale, in questa situazione, ad aderire all’ "europeismo senza condizioni". Dobbiamo quindi puntare su una soluzione nazionalista? No. Il nazionalismo non è sempre e comunque un male. Quando serve a reprimere la lotta di classe interna sviandola nella lotta contro presunti nemici esterni è un male. Ma quando la repressione della lotta di classe avviene attraverso una particolare forma di internazionalizzazione, il nazionalismo può essere, momentaneamente, una parte della risposta: tutte le più importanti esperienze progressive di questi anni hanno una qualche componente nazionalista, quando non indigenista-comunitarista (Venezuela, Colombia, in parte lo stesso Brasile). Ma il nazionalismo non è una risposta valida per l’Italia, sia per la cultura fortunatamente antisciovinista del Paese sia, e soprattutto, per la sua struttura economica: ogni pur parziale politica nazionalista deve essere infatti compensata dall’esportazione di una qualche risorsa peculiare del Paese, particolarmente richiesta dal mercato mondiale, come l’energia (Venezuela, Colombia) o i prodotti agricoli (Argentina), ma di tali risorse noi siamo privi. Che fare, dunque? La nostra unica speranza, che peraltro si riallaccia a storiche tendenze del Paese, sta nella creazione di un nuovo spazio sovranazionale, centrato sul mediterraneo, aperto alle dinamiche progressive del nordafrica e del medioriente e ponte verso l’Asia e la Cina. Uno spazio estremamente ricco di capitali, di lavoro, di energia, il cui sviluppo sarebbe anche condizione per la rinascita del nostro Mezzogiorno, e quindi del Paese intero. La costruzione di questo spazio (che può avere diverse varianti - si vedano al proposito le tesi di Bruno Amoroso o di Luciano Vasapollo - e che deve essere iniziata da subito, anche dall’opposizione) deve essere giocata in un primo momento all’interno delle dinamiche europee, come elemento che aumenti il nostro potere di negoziazione, ma deve essere vista, in prospettiva non remota, come alternativa all’Unione Europea ed alla sua deriva monetarista e recessiva.&lt;br /&gt;2.3. Dignità del lavoro, dignità del Paese. Non dobbiamo, dunque, essere nazionalisti. Eppure dobbiamo reinserire nel nostro lessico la "nazione" come categoria economica, politica ed ideologica. Non la nazione come etnia, come deposito di una storia o come comunità linguistica, ma la nazione come spazio di diritti, come luogo di possibile decisione democratica di contro alla chiusura tecnocratico-capitalistica degli spazi sovranazionali. La nazione come punto di partenza di una politica e di una dimensione sovranazionale alternativa, e non come punto di arrivo di una illusoria autarchia.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Come notava Gramsci, non è detto che una forma storicamente superiore di Stato, più conforme all’evoluzione economica mondiale, sia necessariamente positiva anche per i lavoratori, e quindi non è detto che ogni passo indietro rispetto a quella forma sia necessariamente reazionario. Non è detto che la globalizzazione e l’Unione Europea, astrattamente progressive rispetto alla nazione ed al nazionalismo, siano progressive anche concretamente: ed in realtà mostrano di essere regressive. Lo spazio nazionale può dunque momentaneamente tornare ad essere progressivo, ma a due condizioni: 1) che sia definito a partire dagli interessi popolari e 2) che si apra immediatamente ad una forma di cooperazione sovranazionale, costituendo una delle aree regionali dell’equilibrio multipolare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Dobbiamo quindi prendere le mosse dagli interessi del blocco sociale a cui ci riferiamo, e subito dopo trovare il punto di intersezione fra questi interessi ed i problemi oggettivi del Paese (quelli, per intenderci, che ogni classe che voglia divenire egemone deve, a suo modo, risolvere). Gli interessi popolari si riassumono sostanzialmente, oggi, nella riconquista della dignità del lavoro (nuova e stabile occupazione, riconoscimento del ruolo centrale del lavoro nel processo produttivo), in un mutamento della struttura dei consumi che punti a soddisfare i bisogni essenziali, in una tutela generale dell’ambiente naturale e sociale. I problemi oggettivi del Paese si riassumono nella necessità di operare un salto verso l’economia della conoscenza e di inserirsi in uno spazio sovranazionale paritario che consenta una relativa sicurezza energetica, un interscambio di lavoratori, merci e capitali, una salvaguardia della pace. Ebbene, le classi attualmente dominanti non sono in grado di affrontare seriamente i problemi nazionali perché i capitalisti che si sono appropriati delle aziende e delle banche pubbliche (che erano ormai degenerate, ma costituivano pur sempre un potenziale volano economico ed innovativo) preferiscono l’arricchimento patrimoniale all’investimento produttivo, gestiscono le imprese con capitali esigui, sufficienti a controllarle, ma non a svilupparle (fatte le debite proporzioni, il "nanismo" industriale è malattia non solo delle piccole imprese, ma anche di quelle grandi), e perciò, quando investono in produzione e non in speculazione, preferiscono la facile via del supersfruttamento del lavoro dell’ ambiente e della ricchezza pubblica a quella più onerosa dell’innovazione e del rischio imprenditoriale. Inoltre, tutto ciò si traduce in una gracile egemonia sociale, che cerca sostituti o nel vincolo esterno europeo, o nel lassismo fiscale, nelle immaginarie comunità regionali, o in uno pseudonazionalismo che si trasforma rapidamente in servilismo ad ogni seria crisi internazionale. Il governo Monti, divenuti momentaneamente inservibili in nazionalismo berlusconiano ed il regionalismo, esercita chiaramente un’egemonia per vincolo esterno e ne approfitta per proseguire nella via maestra del capitalismo italiano, liberalizzando davvero solo il mercato del lavoro, i servizi pubblici e (meno) qualche ordine professionale e qualche area residuale, lasciando per il resto sostanzialmente intatte qualche le concentrazioni di potere industriale e finanziario. Una via maestra che riproduce le condizioni che impediscono l’innovazione: le odiose tirate contro il "posto fisso" occultano il fatto che l’innovazione richiede rapporti stabili tra lavoro ed impresa, "fidelizzazione" del lavoratore come condizione di una lettura coerente del processo di lavoro, delle trasformazioni necessarie, della loro implementazione. E’ solo un esempio, ma è il più importante: la dignità del lavoro è condizione della dignità del Paese perché l’innovazione è essenzialmente effetto di un clima sociale realmente cooperativo; l’innovazione sociale, insomma, è condizione dell’innovazione tecnologica. Inoltre, la sostituzione, nei settori strategici, dell’intervento pubblico a quello privato non è solo sostegno all’occupazione, ma superamento della scarsità di capitali che impedisce l’innovazione stessa. E infine, la dignità del lavoro coincide con la dignità del Paese perché impone la ricerca di uno spazio sovranazionale cooperativo che superi l’attuale subalternità italiana.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;E’ in tal modo che un programma popolare diviene programma nazionale (nazionale perché popolare - Gramsci), diviene nuova politica internazionale e aumenta, anche per questa via, la propria capacità di egemonia all’interno del Paese stesso.Un programma popolare e nazionale può radicarsi stabilmente all’interno di una determinata formazione territoriale solo se prende le mosse da un’analisi delle classi e del loro rapporto con le dinamiche internazionali. Ed è quanto abbiamo cercato di tratteggiare in queste note. Ma tutto ciò non basta. In situazioni di crisi epocale, come quella che stiamo vivendo, si confrontano e si confronteranno ancor di più, sulla scena globale, diversi possibili modelli di soluzione della crisi stessa. Noi dobbiamo avere un nostro modello alternativo, per non restare prigionieri di quelli altrui. Dobbiamo insomma avere una più precisa e concreta idea di quel comunismo e di quel socialismo di cui sempre parliamo e di come la loro pur parziale realizzazione si intrecci con i conflitti mondiali. Senza questa idea non saranno possibili né programmi di fase né programmi immediati, e la stessa prospettiva popolare e nazionale si troverà sguarnita di fronte alle evoluzioni ed alle precipitazioni della crisi. Dobbiamo avere, insomma, un chiaro obiettivo storico, ed organizzare le nostre forze e la nostra politica in relazione ad un tale obiettivo. Propongo, in conclusione, alcune prime riflessioni su questo punto.&lt;br /&gt;3.1 Crisi, capitalismo di Stato, socialismo. Il nostro obiettivo storico deve tornare ad essere il comunismo. E poiché quest’ultimo può esistere solo come combinazione concreta di produzione sociale e privata, di democrazia autorganizzata e rappresentativa, di società autogovernata e di Stato costituzionale di diritto, è al socialismo che dobbiamo puntare come forma effettiva di realizzazione della tendenza comunista. Di fronte alla crisi non basta, infatti, rivendicare diritti, democrazia, politiche economiche progressive. La crisi non dipende solo dalla finanza, ma anche da una struttura proprietaria delle imprese; non deriva solo dal deficit di domanda "popolare", ma anche dalla diminuzione degli investimenti industriali, sempre meno profittevoli, nonostante la continua compressione del lavoro, dato l’alto costo dell’innovazione, della ricerca e della commercializzazione. Solo rastrellando la maggior massa possibile di ricchezza sociale il capitalismo può uscire da quest’ultima, cruciale, difficoltà. L’ha fatto con l’intervento degli "investitori istituzionali" (fondi pensione, ecc.), ma questi hanno piegato le imprese alla logica del ritorno immediato per gli azionisti, in spregio di qualunque logica produttiva. L’ha fatto con la creazione di capitale fittizio (di "denaro privato") attraverso la finanziarizzazione, e si è visto come è andata a finire. Ora lo fa, e lo farà sempre di più in futuro, ricorrendo direttamente allo Stato, per creare moneta, per drenare ricchezza popolare (la c.d. crisi del debito pubblico e le conseguenti misure recessive), per salvare e gestire le imprese che richiedono maggiore capitale e così orientare l’intera produzione. Questo aperto ricorso allo Stato, dopo decenni di ricorso occulto alla mano pubblica, è il riconoscimento de facto della giustezza della previsione di Marx: ad un certo punto la produzione diviene talmente socializzata da non poter più essere gestita dal singolo capitale e da richiederne l’assunzione diretta da parte della società stessa. Solo che, in assenza di un movimento socialista internazionale, questo riconoscimento avviene in forma capitalistica, e si presenta come un colossale spostamento di reddito dai cittadini al capitale, come completo soggiogamento dello Stato al capitale stesso, o come creazione di una burocrazia statale che assume in prima persona il compito della valorizzazione capitalistica. Socialismo per i padroni, mercato per i lavoratori! : questa è la parola d’ordine del nuovo capitalismo di Stato.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;A noi tocca invece iniziare e condurre con decisione la battaglia per far sì che tutto ciò che funziona grazie alle risorse sociali venga proporzionalmente gestito dalla società stessa, si trasformi in proprietà pubblica, sociale e comune attraverso lo spossessamento dei capitalisti. Questo, e niente di meno.Non basta rivendicare i beni comuni se non si comprende che il capitale stesso è un bene comune in quanto prodotto sociale, ed è quindi giusto riappropriarsene. Non basta rivendicare l’economia sociale e cooperativa, se questa lascia intatte le grandi imprese e la loro logica. Non serve la retorica della lotta sociale, l’autocelebrazione delle capacità creative della cooperazione, della moltitudine, del lavoro, se il lavoro vivo non si riappropria di quel lavoro morto (macchinari, strutture organizzative, denaro: ossia imprese e banche), che pur essendo un suo prodotto, continua ad ergersi contro il lavoro stesso come una potenza estranea ed ostile (Marx). Nessun errore sarebbe più grave, di fronte al ritorno del capitalismo di Stato, del reagire con la solita contrapposizione tra Stato e società, rifugiandosi nella seconda per tentare di "condizionare" il primo.&lt;br /&gt;3.2 Importanza dello Stato. Lo Stato contemporaneo è un insieme di istituzioni pubbliche e private, nazionali, sovranazionali e regionali che, attraverso norme legali o regole pattizie stabilite tra organizzazioni private aventi funzioni pubbliche, assicura una relativa continuità alla riproduzione di determinati rapporti sociali. Questa dispersione, questo polimorfismo dello Stato ha fatto risorgere tra di noi l’idea che lo Stato sia irrilevante, o non esista più, o (in singolare coincidenza col liberismo radicale) che in ogni caso non dovrebbe più esistere. La crisi, conviene ripeterlo, ha tolto ogni credibilità a queste tesi. Nelle fasi ascendenti si può delegare alle strutture sovranazionali una buona parte delle decisioni, anche per allontanare l’attenzione dai luoghi fondamentali della politica. Ma quando il gioco si fa duro, le cose cambiano, e molto. Nel momento decisivo della crisi stessa gli apparati pubblici nazionali sono tornati ad essere il perno dello Stato intero e della stessa economia, in quanto primi depositari della possibilità di battere moneta socialmente validata (mentre la gran massa della moneta "privata" - titoli, derivati, ecc. - mostrava d’essere carta straccia o puro segno elettronico) e di drenare risorse spostandole massicciamente da una classe all’altra. Senza il loro saldo potere sui governi nazionali, pazientemente costruito mentre noi teorizzavamo l’irrilevanza del "politico", le stesse classi capitalistiche transnazionali non sarebbero riuscite ad operare quel colossale spostamento di reddito dal lavoro al capitale (salvataggi bancari, emissioni di moneta a debito ripagate con tagli al welfare) che ha loro consentito di sopravvivere e addirittura di costituire concentrazioni di capitale più forti di quelle sono state concausa della crisi. Se ne deve dedurre che senza condizionare, influenzare, conquistare e trasformare il potere dei governi nazionali (come premessa della presa e trasformazione degli apparati statali in generale) le classi subalterne resteranno per sempre tali. Il che comporta (oltre alla consapevolezza che si tratterebbe comunque solo di una parte della trasformazione necessaria) che la politica delle classi subalterne non può consistere solo nella crescita progressiva della democrazia sociale e delle sue istituzioni autorganizzate, ma deve tornare ad essere anche azione coordinata per spostare, in congiunture determinate, i rapporti di forza tra le classi al fine di conquistare i diversi "pezzi" di Stato di volta in volta decisivi, ed in particolare i governi nazionali. Chi, ciononostante, continua ad insistere sull’autonomia del sociale, dimentica che l’idea stessa (e la pratica) di autonomia del sociale, nelle sue forme contemporanee, nasce proprio come effetto paradossale dell’espansione del Big Government: solo sulla base della sicurezza e delle risorse fornite dallo Stato la società ha potuto in molti casi "far da sé". Ed è proprio perché le erogazioni del welfare erano da tempo garantite, tanto da sembrare ovvie e addirittura "naturali", che la società ha potuto pensare, ad un certo punto, di essere del tutto autonoma dallo Stato e di poter sussistere senza l’ausilio di politiche pubbliche, dunque autoritative, di redistribuzione. Ma quando queste politiche cessano, ed anzi assumono segno inverso, si vede chiaramente che senza una trasformazione diretta dell’orientamento dello Stato le organizzazioni sociali sono condannate ad un semplice ruolo di resistenza. Un ruolo comunque importantissimo, certo: non solo perché senza resistenza non c’è controffensiva, ma perché è pur sempre fuori dallo Stato, e quindi nelle autonome istituzioni sociali, che deve e può costituirsi un soggetto antagonista, ossia capace di elaborare ed in parte sperimentare rapporti sociali alternativi. Fuori dallo Stato oggi (perché è Stato capitalistico) e domani (perché anche uno Stato socialista, pur democratizzato, tenderebbe inevitabilmente a riprodurre relazioni gerarchiche): ma fuori dallo Stato per accumulare le forze ed il sapere necessari a conquistare e trasformare lo Stato stesso, rimanendone pur sempre distinti. Il nostro "comunismo di società" quindi, pur facendo sempre perno sull’autonomia delle istituzioni di movimento, non può limitarsi ad essere un pensiero del "non-Stato" e deve divenire anche pensiero del nuovo Stato, ossia della nuova combinazione di organi, pubblici e no, capaci di assicurare continuità (Gramsci) alla nuova forma di riproduzione sociale.&lt;br /&gt;3.3 Programmi per il tempo breve, medio e lungoPosso ora riassumere il senso del mio ragionamento.Come parte potenziale di una V Internazionale tutta da costruire, il movimento comunista italiano (e con esso tutta la residua sinistra) deve battersi per un programma immediato di ricostruzione di un blocco sociale anticapitalista, per un programma intermedio di governo popolare, e in prospettiva per un programma socialista.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Nella cornice della rivendicazione della sovranità popolare e nazionale, il programma immediato punta a rompere l’alleanza subalterna delle diverse frazioni popolari con le diverse frazioni capitaliste. Lo fa proponendo una forte redistribuzione del reddito dall’alto in basso, con particolare attenzione a non colpire ulteriormente le categorie intermedie in via di proletarizzazione, che sono la vera posta in gioco di una lotta per l’egemonia. Lo fa iniziando a costruire autonome istituzioni di movimento in cui si unifichino i diversi strati popolari. E proponendo un ripudio delle politiche europee, un nuovo spazio sovranazionale per il Paese, un immediato "piano del lavoro" per la manutenzione del nostro paesaggio ambientale e sociale e per le connesse innovazioni.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il programma di un governo popolare, la cui possibilità dipende dalla creazione del blocco antagonista e dall’acutizzarsi della crisi d’egemonia del capitalismo italiano ed europeo, inizia a modificare la struttura della produzione, soprattutto grazie ad una parziale espropriazione delle grandi concentrazioni capitaliste ed all’intervento diretto ed indiretto dello Stato, sottoposto a tutte le forme possibili di controllo dal basso ed integrato all’economia sociale e cooperativa. Sulla base di questa modifica trova le risorse per rilanciare innovazione, occupazione e domanda interna. Contemporaneamente lavora in concreto per un nuovo spazio sovranazionale, negoziando duramente con l’Unione Europea e preparando un’alternativa ad essa.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Un simile governo popolare non può far altro, in una prima fase, che dar vita ad un capitalismo di Stato democratico, che, pur rafforzando la posizione dei cittadini e dei lavoratori, non riuscirà a modificare che parzialmente il fine generale delle imprese (ossia la spinta alla massima valorizzazione possibile), la forma salariata del lavoro, la forte diffusione della proprietà privata anche oltre i settori in cui essa è comunque opportuna. Esso deve essere quindi considerato come un momento di accumulazione delle forze per un salto ulteriore, i cui tempi e le cui forme non possono essere predeterminati, ma che l’evolversi della crisi mondiale potrebbe rendere necessario, oltre che possibile. La sua evoluzione verso il socialismo potrà essere misurata, oltre che dalla capacità di espropriare gli espropriatori aumentando, e non riducendo, democrazia e pluralismo, dalla risposta alle seguenti sfide: riduzione della spinta alla massima valorizzazione del capitale, possibile solo in uno spazio multipolare che freni la mobilità del capitale stesso; riduzione della dipendenza dei cittadini dal lavoro salariato, attraverso la riduzione del tempo di lavoro subalterno, l’aumento del tempo di lavoro sociale gratuito e la conseguente fruizione gratuita di beni e servizi; sviluppo di un apparato amministrativo dialogico, la cui azione sia basata sul principio del coinvolgimento obbligatorio dei soggetti sociali nella definizione delle politiche che li riguardano; crescita di istituzioni popolari, dotate di capacità e potere di controllo sulle imprese e sullo Stato, ma necessariamente autonome dallo Stato in quanto fonte continua di rinnovamento dei gruppi dirigenti, strumento di contrasto alle inefficienze ed alle involuzioni oligarchiche e burocratiche dello Stato stesso; elaborazione statuale e sociale di una economia programmata che orienti l’innovazione non verso la continua creazione di beni di consumo, ma verso tecnologie di gestione razionale delle risorse, delle energie, dell’ambiente sociale e naturale (tecnologie che diverranno in futuro decisive anche nel mercato mondiale).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Si può certamente avere un’altra idea di socialismo ed un'altra idea di società. Ma chiunque voglia affrontare la crisi per quello che essa effettivamente è deve proporre comunque una visione forte del futuro, l’idea di una nuova situazione per la quale lottare. Solo così un partito comunista potrà tornare ad essere qualcosa di più del ricettacolo di differenti famiglie politiche, del vessillifero di qualche generoso e confuso ideale, e potrà tornare ad essere un’idea che diviene organizzazione, e quindi senso comune.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8567004853475625116?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8567004853475625116/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lezioni-dalla-crisi-per-una-sinistra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8567004853475625116'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8567004853475625116'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lezioni-dalla-crisi-per-una-sinistra.html' title='LEZIONI DALLA CRISI PER UNA SINISTRA VERA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-WgaioWj7XA4/TzaFYlI0k3I/AAAAAAAARsI/uqDs61klBTU/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6255492769346270538</id><published>2012-02-10T17:01:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T15:58:43.633+01:00</updated><title type='text'>TRATTATO UE: UN MOSTRO GIURIDICO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-SdneDHc--BU/TzaBzw_JIOI/AAAAAAAARr8/8KgtHoJf3z4/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707892304061735138" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 227px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-SdneDHc--BU/TzaBzw_JIOI/AAAAAAAARr8/8KgtHoJf3z4/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Marcello De Cecco&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Nella crisi, ma anche prima, le peculiari caratteristiche della Bce rispetto ad una vera banca centrale nazionale, di non essere per statuto abilitata a finanziare i deficit degli stati membri e di non poter espletare le funzioni di prestatore di ultima istanza, sono state evocate con frequenza. Perché le cose stiano così è facile capirlo: l’Unione monetaria europea fu costituita da stati legati da un’unione economica ma non politica, e nemmeno facenti parte di una federazione. Visto che l’Unione monetaria era stata una creatura politica imposta dai francesi ai tedeschi per tenerli aggregati all’Occidente dopo la fine dell’Urss, bisognava inventare per lei una banca centrale con regole diverse da quelle delle banche centrali degli Stati nazionali e delle federazioni. Regole che creassero una moneta unica al posto di quelle degli Stati della Unione, ma che non abolissero le banche centrali nazionali (restate a esercitare la supervisione sulle proprie banche commerciali) e che non dessero alla banca europea la sovranità monetaria. Ne venne fuori un esemplare unico nella storia monetaria: una banca centrale priva di sovranità monetaria che quindi abdicava a due delle funzioni caratterizzanti una banca centrale, la possibilità di creare moneta per finanziare i bilanci pubblici degli stati membri e di fungere da prestatore di ultima istanza per le banche dell’area della moneta unica. In tal modo si distruggeva anche la sovranità monetaria dei singoli stati membri. D’altronde, senza una vera unione politica o almeno fiscale, sarebbe stato veramente peculiare fare altrimenti. Negli anni 80 e 90 il mondo aveva visto crisi finanziarie imponenti ma mai una che colpisse il centro dell’economia mondiale con la potenza della crisi attuale. Evidentemente i fondatori dell’Ume sperarono che ciò continuasse nel futuro, e che la funzione di banca centrale mondiale continuasse nelle emergenze a essere svolta da chi l’aveva fatto per cinquant’anni, la Federal Reserve.&lt;br /&gt;Queste acrobazie furono architettate ed eseguite perchè la Germania, centro del sistema monetario europeo, aveva acconsentito alla creazione della moneta unica solo sotto la spinta della politica estera e dei propri industriali, che vedevano con grande interesse una unificazione dei mercati europei delle merci e dei servizi e la fine della politica dei cambi fluttuanti in Europa. La Bundesbank e i partiti conservatori non vedevano con fiducia la fine del marco e cercarono di attutirne le conseguenze. Dovettero accettare una banca centrale europea il cui consiglio direttivo non era formato secondo criteri di potenza economica ma nel quale piccoli paesi come Austria e Finlandia contavano quanto la Germania. Con lo scoppio della crisi, queste debolezze costituzionali sono emerse e hanno colpito come uno shock imprevisto. Non ci si aspettava che anche i sistemi bancari europei ritenuti più forti ne fossero investiti con tanta violenza.&lt;br /&gt;La preparazione istituzionale alla crisi era ugualmente debole sia negli Usa che in Europa. Negli Usa la tradizione di sovranità monetaria era fortissima e nessuno si sognò di bloccare l’interventismo della Fed di Ben Bernanke, come nessuno in altre emergenze aveva fermato la Fed di Alan Greenspan. In Europa, non solo non c’erano precedenti per la Bce, troppo recente per aver avuto necessità simili, ma la banca centrale più importante del sistema, la Bundebank, e buona parte della pubblica opinione tedesca, erano contrari a tale interventismo per motivi di teoria e prassi economica e politica. Per questo abbiamo assistito a continui rinvii invece che a interventi tempestivi e massicci da parte della Bce, o anche degli organi della Unione Europea, e alla faticosa elaborazione di istituzioni e metodi di intervento nuovi, come la Efsf e Esm, tentativi abbastanza penosi di riuscire ad affrontare i gravissimi problemi posti dalla crisi senza voler prendere il toro per le corna, cioè dare alla Bce un vero statuto di banca centrale e promuovere risolutamente i passi necessari a realizzare una unione politica avente gli stessi confini della zona euro o anche solo di una parte di essa.&lt;br /&gt;Stiamo così, in maniera artificiosa e contorta, arrivando ad una ripetizione degli episodi di unificazione monetaria italiana e tedesca dell’800: un’unificazione monetaria forzata dal paese più potente, come furono Piemonte e Prussia. Ma non è la stessa cosa. Ora si tratta di paesi creditori, capeggiati dalla Germania, che cercano di imporre qualche forma di controllo finanziario sui paesi debitori perchè non esistono legami federali che permettano una centralizzazione delle finanze pubbliche o un controllo centralizzato di esse per l’intera area monetaria. In quest’ottica bisogna vedere il trattato di Bruxelles firmato qualche giorno fa. È una mostruosità giuridica, come lo fu il trattato di Maastricht. La Bundesbank già ne critica la mancanza di rigore. Invece di costituire la Bce in vera banca centrale, si è dato vita a due pessime e poco potenti imitazioni dell’Fmi come l’Esm e l’Efsf, che appena create già richiedono un potenziamento se si vuole che abbiano qualche impatto come muri parafuoco contro l’accendersi di fiammate nei paesi deboli d’Europa.&lt;br /&gt;Si dice: ma l’Europa si è costruita così, con artifici, stratagemmi, strane istituzioni, perchè in Europa non sempre una linea retta può unire due punti. La storia non lo permette, purtroppo. Il passato non passa. Ma alla fine, una complicazione dopo l’altra, un artificio dopo l’altro, si riusciva ad unire i due punti. Si risponde: ma c’erano gli Usa a fare da supervisore e protettore della unificazione europea e l’Urss a fare da babau, da uomo nero. Ora la seconda è svanita e i primi sono meno interessati a tenerci uniti e nemmeno ne hanno più i mezzi. Nè la Cina ha intenzione di prendere il posto degli Usa. E poi, perchè noi europei dobbiamo sempre aver bisogno di un "fratello maggiore"?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6255492769346270538?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6255492769346270538/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/trattato-ue-un-mostro-giuridico.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6255492769346270538'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6255492769346270538'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/trattato-ue-un-mostro-giuridico.html' title='TRATTATO UE: UN MOSTRO GIURIDICO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-SdneDHc--BU/TzaBzw_JIOI/AAAAAAAARr8/8KgtHoJf3z4/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3731319202643037392</id><published>2012-02-10T17:00:00.007+01:00</published><updated>2012-02-11T15:43:51.411+01:00</updated><title type='text'>AZIENDE MAGNA E FUGGI. DOPO I SOLDI PUBBLICI, LA DELOCALIZZAZIONE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-hqQsUXQmJSE/TzZ97s_XbfI/AAAAAAAARrw/WsXqBKPNL1Q/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707888042381372914" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 352px; CURSOR: hand; HEIGHT: 396px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-hqQsUXQmJSE/TzZ97s_XbfI/AAAAAAAARrw/WsXqBKPNL1Q/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Ulisse Spinnato Vega&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il capitale transnazionale si sposta rapido in giro per il mondo a caccia di profitti sempre maggiori. Arriva, crea occupazione diretta e indotta, dà benefici e ricchezza, ma a un tratto prende armi e bagagli e se ne va. Difficilmente pianta radici e di frequente crea illusioni. E quando migra lascia sul terreno lavoratori disperati e territori esausti, spesso incapaci di riconvertirsi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Intanto la politica resta a guardare. Cioè, prima blandisce le multinazionali, le sostiene con fiumi di danaro pubblico. Poi appare del tutto incapace di contrastare un trasloco, una delocalizzazione. Nel frattempo, però, ad averci rimesso sono non solo i dipendenti e l’indotto, ma anche le casse dello Stato. E non poco.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;IN CINQUE ANNI OLTRE 100 MLN DI EURO. Non è facile disaggregare le erogazioni pubbliche a beneficio delle aziende straniere dai dati complessivi sui sostegni all’industria in Italia. L’unico dato certo Lettera43.it lo ho ottenuto da Invitalia, l’agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa che agisce per conto del governo e fa capo al ministero dello Sviluppo economico: dal 2006 al 2011 le imprese estere (o italiane, ma controllate da investitori esteri) hanno preso incentivi per 111,3 milioni di euro, con punte di 35,3 milioni nel 2009 e 30,9 milioni nel 2010, mentre nel 2011 i finanziamenti sono scesi a 12,3 milioni di euro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;NON CONTEGGIATI I FONDI LOCALI. Naturalmente si tratta di cifre parziali, legate al vecchio strumento del contratto di localizzazione, oggi sostituito dal più raffinato contratto di sviluppo che ha rimpiazzato anche il celebre contratto di programma. E soprattutto si tratta soltanto dei fondi erogati dallo Stato centrale, ai quali vanno poi aggiunte le risorse dell'Unione europea e i finanziamenti delle singole Regioni o Province autonome con le loro agenzie di sviluppo e la miriade di strumenti e programmi che hanno a disposizione.&lt;br /&gt;In ogni caso, da Invitalia arriva una misura più che indicativa di quelli che sono stati gli stanziamenti elargiti alle multinazionali estere che venivano a insediarsi in Italia. Tutto molto bello, se si considera che l’agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, oltre agli incentivi finanziari, garantiva (e garantisce) assistenza sul fronte burocratico e istituzionale, sostegno alla ricerca e alla formazione. Intenzioni e pratiche buonissime che però si sono spesso scontrate con gli umori cangianti del capitale globale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Tra l’altro, il contratto di localizzazione prevede per l'investitore estero l'obbligo di conservare la partecipazione azionaria di maggioranza dell'impresa beneficiaria per almeno cinque anni dalla stipula del contratto. E tuttavia non contempla un vincolo di permanenza su un dato territorio per un numero minimo di anni. Dunque, l’imprenditore straniero appare libero di spostarsi o di andar via anche dopo poco tempo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;DAL MET EROGATI OLTRE 390 MLN. È interessante incrociare questi dati con quelli forniti dal Monitoraggio economia e territorio (Met), l’unico istituto indipendente che ogni anno elabora un rapporto completo sulle politiche industriali, basandosi su dati del ministero dello Sviluppo, del Miur (Ministero dell'istruzione università e ricerca) e delle Regioni. Proprio in relazione al contratto di programma (che tuttavia non riguarda solo le imprese estere), abbiamo erogazioni pari a 111,3 milioni nel 2010 e ben 191,3 milioni nel 2009. Considerando il triennio 2008-10, la cifra che fa capo a questo strumento supera i 390 milioni di euro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;DOPO I SOLDI, LA DELOCALIZZAZIONE. Numeri che incuriosiscono se si considerano i casi più o meno recenti di multinazionali (italiane o straniere) che hanno cambiato il volto di intere regioni della Penisola per poi fuggire o delocalizzare dopo aver preso i soldi.L’ultimo esempio che viene in mente è quello della Sigma Tau a Pomezia, vicino Roma, ma se ne potrebbero citare tanti altri: dall’americana Nortek (motori per cappe aspiranti), 'scappata' da poco in Polonia, alla britannica Ineos (settore chimico) che nel 2006 prese 19 milioni di euro di fondi pubblici per trasferire la produzione da Monfalcone in Sardegna - senza neanche un saldo occupazionale positivo - salvo poi dismettere lo stabilimento di Macchiareddu nel 2009.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;IL CASO TEXAS INSTRUMENTS. Oppure il contratto che ha regalato agli americani della Texas Instruments ben 422 milioni (il 55% dei costi complessivi) per costruire tre stabilimenti ad Aversa, Avezzano e Cittaducale, poi rivenduti ad altre società straniere.Come caso territoriale, giusto per citare un caso, c'è lo stillicidio di addii di aziende farmaceutiche nel Lazio. Si tratta di imprese che, tra bandi e agevolazioni, si sono beccate buona parte degli oltre 200 milioni di incentivi pubblici erogati anno dopo anno nell’ultimo decennio, con una partecipazione finanziaria della Regione intorno al 16-18%.&lt;br /&gt;Dal 1999 al 2005 le erogazioni a tutto il sistema delle imprese, al netto di prestiti e mutui, hanno toccato la cifra sbalorditiva di circa 35 miliardi di euro. Dal 2001 al 2005, all’industria e ai servizi alle aziende sono andati finanziamenti pubblici a fondo perduto per cifre oscillanti ogni anno tra i 4,2 e i 6 miliardi di euro (il picco del 2002). Successivamente, con l’arrivo della crisi internazionale e le difficoltà del bilancio pubblico, i sostegni erogati sono calati inesorabilmente (l’arretramento dello Stato è stato in parte compensato dai fondi delle Regioni ricche), tuttavia nel 2010 sono stati sborsati ancora 2,7 miliardi di euro (fondi statali, regionali e di Province autonome).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;SOLDI A UN'AZIENDA SU QUATTRO. In media un’azienda su quattro in Italia, dunque non solo le multinazionali, si becca danaro a fondo perduto che spesso non finanzia la ricerca o azioni di riqualificazione della produzione, ma viene sprecato in operazioni di bassa produttività (e alto profitto) o addirittura si tratta di soldi ottenuti in modo illegale. Va precisato che erogare molti fondi pubblici al sistema produttivo può rappresentare un fattore di crescita e di rafforzamento del tessuto economico (vedi la Germania), ma gli interventi scoordinati, a pioggia, non armonizzati in una vera politica industriale non sempre vanno a buon fine. Soprattutto quando a papparsi i finanziamenti sono imprenditori più bravi a muoversi nei palazzi del potere che a creare valore in azienda.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;IN ITALIA LA COMPETITIVITÀ È BASSA. Non a caso, il nostro sistema industriale si caratterizza per una bassa produttività e una competitività che negli ultimi 10-15 anni ha perso posizioni su posizioni. Le tipologie di contributi, naturalmente, sono molto diverse tra loro: conto capitale, conto interessi, finanziamenti agevolati, semplici garanzie e così via. Nel 2010 la ricerca e l’innovazione hanno assorbito ufficialmente il 30% dei sostegni e un 25% è andato all’ampliamento della produzione e alla crescita. L’internazionalizzazione ha ricevuto l’8,6% e l’early stage (seed e start-up) il 5,7%. Una voce a parte è costituita dal settore aeronautico che si è beccato nel 2010 ben 659 milioni di euro.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;FONDI DATI SENZA TRASPARENZA. In ogni caso, la pletora di strumenti nazionali e locali - leggi, leggine, bandi, agevolazioni, patti territoriali - non favorisce la trasparenza e finisce per rendere la vita difficile anche all’imprenditore armato delle migliori intenzioni. Raffaele Brancati, presidente del Met, tira le somme. E spiega: «Ogni impresa si trova davanti 20 o 30 strumenti operativi per ogni Regione. Soprattutto manca l’attenzione ai dettagli operativi, le procedure sono pensate male e spesso la convenienza teorica dell’intervento si perde per strada».&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3731319202643037392?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3731319202643037392/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/aziende-magna-e-fuggi-dopo-i-soldi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3731319202643037392'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3731319202643037392'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/aziende-magna-e-fuggi-dopo-i-soldi.html' title='AZIENDE MAGNA E FUGGI. DOPO I SOLDI PUBBLICI, LA DELOCALIZZAZIONE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-hqQsUXQmJSE/TzZ97s_XbfI/AAAAAAAARrw/WsXqBKPNL1Q/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8547751791580464506</id><published>2012-02-10T17:00:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T15:38:34.166+01:00</updated><title type='text'>LA RIVOLTA DELLA BORGHESIA SALARIATA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-hJ1ydq-2Y4Q/TzZ9O1OXlJI/AAAAAAAARrk/pWk0Lv6_LbI/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707887271497667730" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 336px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-hJ1ydq-2Y4Q/TzZ9O1OXlJI/AAAAAAAARrk/pWk0Lv6_LbI/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Slavoj Zizek&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Come ha fatto Bill Gates a diventare l’uomo più ricco d’America? La sua ricchezza non ha nulla a che fare con la produzione di un buon software Microsoft a prezzi inferiori rispetto ai suoi concorrenti, o con lo ’sfruttare’ i suoi lavoratori con più successo (Microsoft paga i lavoratori intellettuali uno stipendio relativamente alto). Milioni di persone ancora acquistano il software Microsoft, perché Microsoft si è imposto come uno standard quasi universale, praticamente monopolizzando il campo, come una incarnazione di ciò che Marx chiamava il ‘General Intellect’, con la quale egli intendeva la conoscenza collettiva in tutte le sue forme, dalla scienza al know-how pratico. Gates effettivamente ha privatizzato parte del general intellect ed è diventato ricco appropriandosi della rendita che ne seguì.&lt;br /&gt;La possibilità della privatizzazione del General Intellect era qualcosa che Marx non ha mai previsto nei suoi scritti sul capitalismo (in gran parte perché ha trascurato la sua dimensione sociale). Eppure questo è al centro delle lotte di oggi sulla proprietà intellettuale: come il ruolo del General Intellect - basato sulla conoscenza collettiva e la cooperazione sociale - cresce nel capitalismo post-industriale, così la ricchezza si accumula al di fuori di ogni proporzione con il lavoro speso nella sua produzione. Il risultato non è, come Marx sembra avere previsto, l’auto-dissoluzione del capitalismo, ma la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in rendita appropriata attraverso la privatizzazione della conoscenza.&lt;br /&gt;Lo stesso vale per le risorse naturali, lo sfruttamento delle quali è una delle principali fonti mondiali di rendita. Vi è una lotta permanente su chi si appropria di questa rendita: i cittadini del Terzo Mondo o le grandi imprese occidentali. E’ ironico che nello spiegare la differenza tra il lavoro (che nel suo uso produce plusvalore) e altre materie prime (che consumano tutto il loro valore nel loro utilizzo), Marx dà il petrolio come un esempio di una merce ‘ordinaria’. Qualsiasi tentativo ora di collegare l’aumento e la diminuzione del prezzo del petrolio con l’aumento o la diminuzione dei costi di produzione o il costo del lavoro sfruttato non avrebbe senso: i costi di produzione sono trascurabili in proporzione al prezzo che paghiamo per il petrolio, un prezzo che è davvero la rendita che i proprietari della risorsa possono comandare grazie alla sua offerta limitata.&lt;br /&gt;Una conseguenza della crescita della produttività causata dall’impatto della crescita esponenziale della conoscenza collettiva è un cambiamento nel ruolo di disoccupazione. E’ il vero successo del capitalismo (maggiore efficienza, produttività elevata ecc.) che produce disoccupazione, rendendo i lavoratori sempre più inutili: quello che dovrebbe essere una benedizione - meno bisogno di duro lavoro - diventa una maledizione. O, per dirla diversamente, la possibilità di essere sfruttati in un lavoro di lunga durata è ormai vissuta come un privilegio. Il mercato mondiale, come Fredric Jameson ha evidenziato, è "uno spazio in cui ognuno una volta è stato un lavoratore produttivo, e in cui il lavoro ha iniziato dappertutto a dare un prezzo a se stesso fuori dal sistema".&lt;br /&gt;Nel processo di globalizzazione capitalistica, la categoria dei disoccupati non è più limitata all’ ‘esercito di riserva del lavoro’ di Marx, ma include anche, come nota Jameson, ‘quelle enormi popolazioni in tutto il mondo che sono, per così dire, "cadute fuori dalla storia ", che sono state volutamente escluse dai progetti di modernizzazione del capitalismo del Primo Mondo e liquidati come casi disperati o terminali ‘: i cosiddetti stati falliti (Congo, Somalia), vittime della fame o di un disastro ecologico, quelli intrappolati da pseudo -arcaici ‘odi etnici’, oggetti di filantropia e ONG o bersagli della guerra al terrore. La categoria dei disoccupati si è così esteso a vaste gamme di persone, dai temporaneamente disoccupati, non più occupabili e permanentemente disoccupati, agli abitanti dei ghetti e delle baraccopoli (tutti coloro spesso respinti dallo stesso Marx come ‘lumpen-proletari’) e, infine, alle intere popolazioni e agli stati esclusi dal processo capitalistico globale, come gli spazi vuoti sulle mappe antiche.&lt;br /&gt;Alcuni dicono che questa nuova forma di capitalismo offre nuove possibilità di emancipazione. Questa in ogni caso è la tesi di Moltitudine di Hardt e Negri , che cerca di radicalizzare Marx, il quale dichiarò che se solo tagliassimo la testa del capitalismo otterremmo il socialismo.&lt;br /&gt;Marx per come lo lo vedono, è stato storicamente condizionato: pensava in termini di lavoro industriale centralizzato e automatizzato e gerarchicamente organizzato, con il risultato che ha compreso ‘il General Intellect’ come un qualcosa quasi come un’agenzia centrale di pianificazione; è solo oggi, con la crescita del ‘lavoro immateriale’, che un rovesciamento rivoluzionario è diventato ‘oggettivamente possibile’.&lt;br /&gt;Questo lavoro immateriale si estende tra due poli: dal lavoro intellettuale (la produzione di idee, testi, programmi per computer ecc.) al lavoro affettivo (effettuato da medici, baby sitter e personale di volo). Oggi, il lavoro immateriale è egemone nel senso in cui Marx proclamò che, nel capitalismo del 19 ° secolo, la grande produzione industriale era egemone: non si impone con la forza dei numeri, ma giocando il ruolo emblematico strutturale chiave. Ciò che emerge è un nuovo vasto campo chiamato il ‘comune’: la conoscenza condivisa e le nuove forme di comunicazione e cooperazione. I prodotti di produzione immateriale non sono oggetti, ma nuovi rapporti sociali e interpersonali, la produzione immateriale è bio-politica, la produzione della vita sociale.&lt;br /&gt;Hardt e Negri stanno qui descrivendo il processo che gli ideologi del capitalismo odierno ‘postmoderno’ celebrano come il passaggio dalla produzione materiale alla simbolica, dalla logica centralistica-gerarchica alla logica dell’autorganizzazione e della cooperazione policentrica. La differenza è che Hardt e Negri sono fedeli a Marx: stanno cercando di dimostrare che aveva ragione, che l’ascesa del general intellect è a lungo termine incompatibile con il capitalismo. Gli ideologi del capitalismo postmoderno stanno facendo esattamente l’opposta dichiarazione: la teoria (e la pratica) marxista , essi sostengono, rimane entro i limiti della logica gerarchica del controllo statale centralizzato e quindi non può far fronte agli effetti sociali della rivoluzione informatica. Ci sono buone ragioni empiriche per questa affermazione: ciò che effettivamente ha rovinato i regimi comunisti era la loro incapacità di adattarsi alla nuova logica sociale sostenuta dalla rivoluzione informatica. Hanno cercato di guidare la rivoluzione, per renderla ancora un altro progetto su larga scala di pianificazione centralizzata di stato. Il paradosso è che ciò che Hardt e Negri celebrano come l’opportunità unica di superare il capitalismo è celebrato dagli ideologi della rivoluzione informatica, come la nascita di un nuovo capitalismo ‘privo di attrito’.&lt;br /&gt;L’analisi Hardt e Negri ha alcuni punti deboli, che ci aiutano a capire come il capitalismo ha potuto sopravvivere a ciò che avrebbe dovuto essere (in termini marxisti classici) una nuova organizzazione della produzione che lo rendeva obsoleto. Essi sottovalutano la misura in cui il capitalismo di oggi ha con successo (nel breve termine almeno) privatizzato il General Intellect stesso, così come la misura in cui, più che la borghesia, i lavoratori stessi stanno diventando superflui (con un numero sempre più grande che diventa non solo temporaneamente disoccupato ma strutturalmente inoccupabile).&lt;br /&gt;Se il vecchio capitalismo idealmente coinvogeva un imprenditore che investiva denaro (proprio o preso in prestito) nella produzione che aveva organizzato e conduceva, e poi riscuoteva il profitto da questa, un nuovo tipo ideale sta emergendo oggi: non è più l’imprenditore che possiede la sua azienda, ma il manager esperto (o un consiglio manageriale presieduto da un CEO) che gestisce una società partecipata da banche (anche gestito da manager che non possiedono la banca) o da investitori dispersi. In questo nuovo tipo ideale di capitalismo, la vecchia borghesia, resa non funzionale, è rifunzionalizzata come management salariato : i membri della nuova borghesia ottengono salari, e anche se posseggono una quota della loro società, guadagnano stocks come parte della loro retribuzione (dei bonus per il loro "successo").&lt;br /&gt;Questa nuova borghesia si appropria ancora plusvalore, ma nella (mistificata) forma di ciò che è stato chiamato ’salario surplus’: sono pagati assai più del proletario’ salario minimo ‘(un punto spesso mitico di riferimento il cui unico esempio reale nell’ economia globale odierna è il salario di un operaio sweatshop in Cina o in Indonesia), ed è questa distinzione dai comuni proletari che determina il loro stato. La borghesia in senso classico così tende a scomparire: riappaiono capitalisti come un sottoinsieme dei lavoratori , in quanto manager che si sono qualificati per guadagnare di più in virtù della loro competenza (ed è per questo che la pseudo-scientifica ‘valutazione’ è fondamentale: essa legittima le disparità) . Lungi dall’essere limitata ai manager, la categoria di lavoratori che percepiscono un salario surplus si estende a tutti i tipi di esperti, amministratori, funzionari pubblici, medici, avvocati, giornalisti, intellettuali e artisti. Il surplus assume due forme: più soldi (per i manager, ecc), ma anche meno lavoro e più tempo libero (per - alcuni - intellettuali, ma anche per gli amministratori dello Stato, ecc).&lt;br /&gt;La procedura di valutazione utilizzata per decidere quale i lavoratori ricevono un salario surplus è un meccanismo arbitrario del potere e dell’ideologia, senza alcun legame serio con reale competenza ; il salario surplus non esiste per lo sviluppo economico, ma per ragioni politiche: per mantenere una ‘classe media’ ai fini della stabilità sociale. L’arbitrarietà della gerarchia sociale non è un errore, ma Il punto centrale, con l’arbitrarietà della valutazione a svolgere un ruolo analogo al l’arbitrarietà del successo sul mercato. La violenza minaccia di esplodere non quando c’è troppa contingenza nello spazio sociale, ma quando si cerca di eliminarla.&lt;br /&gt;In La Marque du sacré, Jean-Pierre Dupuy concepisce la gerarchia come una delle quattro procedure (’dispositifs symboliques’) la cui funzione è quella di rendere il rapporto di superiorità non umiliante: la gerarchia stessa (un ordine imposto dall’esterno che mi permette di vivere il mio più basso status sociale come indipendente dal mio valore intrinseco), demistificazione (la procedura ideologica che dimostra che la società non è una meritocrazia, ma il prodotto di oggettive lotte sociali, che mi permette di evitare la conclusione dolorosa che la superiorità di qualcun altro è il risultato del suo merito e dei suoi risultati ); contingenza (un meccanismo simile, mediante il quale veniamo a capire che la nostra posizione nella scala sociale dipende da una lotteria naturale e sociale, i più fortunati sono coloro che sono nati con i geni giusti in famiglie benestanti), e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili, per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se lavoro molto più duro e sono molto più intelligente). Contrariamente alle apparenze, questi meccanismi non contestano o minacciano la gerarchia, ma la rendono accettabile, dal momento che ‘ciò che fa scattare il tumulto di invidia è l’idea che l’altro è degno della sua buona fortuna e non l’idea opposta - che è l’unica che può essere apertamente espressa. ‘Dupuy trae da questa premessa la conclusione che si tratta di un grave errore pensare che una ragionevolmente giusta società che si percepisce anche come giusta sarà priva di risentimento: al contrario, è in queste società che coloro che occupano posizioni inferiori troveranno uno sbocco per il loro orgoglio ferito in violente esplosioni di risentimento.&lt;br /&gt;Collegato a questo è l’impasse affrontato dalla Cina di oggi: l’obiettivo ideale delle riforme di Deng era di introdurre il capitalismo senza una borghesia (in quanto avrebbe costituito la nuova classe dominante); ora, tuttavia, i leader cinesi stanno facendo la dolorosa scoperta che il capitalismo senza la gerarchia consolidata attivata dall’esistenza di una borghesia genera instabilità permanente. Quindi, quale strada prenderà la Cina? Gli ex comunisti in genere stanno emergendo come i gestori più efficienti del capitalismo, perché la loro inimicizia storica nei confronti della borghesia come classe si inserisce perfettamente nella tendenza del capitalismo a diventare un capitalismo manageriale senza una borghesia - in entrambi i casi, come Stalin stabilì molto tempo fa, ‘i quadri decidono tutto’ (una differenza interessante tra la Cina odierna e la Russia: in Russia, docenti universitari sono ridicolmente sottopagati - sono di fatto già parte del proletariato -, mentre in Cina ricevono un salario surplus confortevole per garantire la loro docilità).&lt;br /&gt;La nozione di retribuzione eccedente getta anche nuova luce sulle continue proteste’anti-capitaliste . In tempi di crisi, i candidati ovvi per ’stringere la cinghia’ sono ai livelli più bassi della borghesia : la protesta politica è la loro unica risorsa, se si vuole evitare di entrare nel proletariato. Anche se le loro proteste sono nominalmente dirette contro la logica brutale del mercato, loro stanno in realtà protestando contro la progressiva erosione della loro (politicamente) posizione economica privilegiata . Ayn Rand ha una fantasia in La rivolta di Atlante (Atlas Shrugged) di ‘creativi’ capitalisti in sciopero, una fantasia che trova la sua realizzazione pervertita negli scioperi odierni, la maggior parte delle quali sono condotti da una ‘una borghesia ‘ spinta dalla paura di perdere il proprio salario surplus. Non si tratta di proteste proletarie, ma di proteste contro la minaccia di essere ridotti a comuni proletari Chi osa scioperare oggi, quando avere un lavoro a tempo indeterminato è di per sé un privilegio? Non i lavoratori a bassa retribuzione in ciò che rimane dell’ industria tessile, ma quei lavoratori privilegiati che hanno posti di lavoro garantito (insegnanti, operatori del trasporto pubblico, polizia). Questa spiega anche l’ondata di proteste degli studenti: la loro motivazione principale è senza dubbio il timore che l’istruzione superiore non sarà più in grado di garantire un salario surplus nella vita adulta.&lt;br /&gt;Allo stesso tempo è chiaro che il rilancio enorme della protesta nel corso dell’ultimo anno, dalla Primavera Araba all’Europa occidentale, da Occupy Wall Street alla Cina, dalla Spagna alla Grecia, non dovrebbe essere respinta solo come una rivolta della borghesia . Ogni caso dovrebbe essere preso sulla base del suo valore. Le proteste degli studenti contro la riforma universitaria del Regno Unito erano chiaramente diverse dai tumulti (riots) d’agosto, che erano un carnevale consumistico di distruzione, una vera esplosione degli esclusi. Si potrebbe sostenere che le rivolte in Egitto sono cominciate in parte come una rivolta della borghesia (con i giovani istruiti che protestano per la mancanza di prospettive), ma questo era solo un aspetto di una più grande protesta contro un regime oppressivo. D’altra parte, la protesta non ha realmente mobilitato gli operai e i contadini poveri e la vittoria elettorale degli islamisti mette in evidenza la ristretta base sociale della originaria protesta secolare. La Grecia è un caso speciale: negli ultimi decenni, una nuova borghesia salariata (soprattutto nella sovra-estesa amministrazione statale) è stato creata grazie ad un aiuto finanziario dell’UE, e le proteste sono state motivate ??in gran parte dalla minaccia di una cessazione di questo.&lt;br /&gt;La proletarizzazione della borghesia salariata più bassa corrisponde agli antipodi alla retribuzione irrazionalmente elevata di top manager e banchieri (irrazionale, poiché, come hanno dimostrato le indagini negli Stati Uniti, tende ad essere inversamente proporzionale al successo di una società). Piuttosto che sottoporre queste tendenze alla critica moralizzatrice, dobbiamo leggerle come segni che il sistema capitalista non è più in grado di avere una stabilità auto-regolamentata - minaccia, in altre parole, di perdere il controllo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8547751791580464506?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8547751791580464506/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-rivolta-della-borghesia-salariata.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8547751791580464506'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8547751791580464506'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-rivolta-della-borghesia-salariata.html' title='LA RIVOLTA DELLA BORGHESIA SALARIATA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-hJ1ydq-2Y4Q/TzZ9O1OXlJI/AAAAAAAARrk/pWk0Lv6_LbI/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3711386492205970775</id><published>2012-02-10T16:59:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T15:08:48.964+01:00</updated><title type='text'>LO SPREAD AI TEMPI DELL'ARTICOLO 18</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-BLsD8TTknnU/TzZ18to3T-I/AAAAAAAARrM/T7cX6PSPNOk/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707879263642275810" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 351px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-BLsD8TTknnU/TzZ18to3T-I/AAAAAAAARrM/T7cX6PSPNOk/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Galapagos&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;«Lo spread è sceso e scenderà ancora», ha ripetuto Monti a più riprese. E, anche ieri, il differenziale dei tassi tra i Btp italiani e i Bund tedeschi ha fatto un nuovo passettino indietro scendendo poco sopra i 360 punti base, ovvero il 3,6%. Ovvero oltre 210 punti in meno rispetto ai massimi del duo Berlusconi/Tremonti. Le cose, insomma, sembrano andare benino visto che meno spread significa (dato che i tassi tedeschi sono bassissimi) che lo stato italiano pagherà meno interessi sull'enorme debito pubblico. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Non a caso - secondo primi calcoli - con questo livello di spread, il Tesoro risparmierà circa 40 miliardi di interessi nel prossimo triennio. Ma per gli analisti il ribasso è ancora insufficiente: l'ideale sarebbe che lo spread si riducesse almeno a 200 punti. Ma come fare? C'è da dire che la Bce ce la sta mettendo tutta rifornendo le banche continentali di liquidità (cioè soldi) quasi gratis: nei prossimi giorni è attesa una nuova asta con la quale dovrebbero essere collocati circa 1000 miliardi per tre anni all'1%. Se non soldi dati gratis, poco ci manca. Draghi, inoltre, sta seguitando ad acquistare (un po' meno, però) titoli pubblici italiani, spagnoli e di altri paesi «derelitti» per cercare di frenare l'ascesa dei rendimenti e possibilmente ridurli. Di più: l'inflazione - salvo impennate climatiche - sembra si stia riducendo. D'altra parte la concomitanza di politiche economiche recessive sta frenando la domanda interna di molti paesi, ma anche la domanda europea visto che l'interscambio commerciale sta segnando il passo. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Non è un caso che in Germania - il dato è stato comunicato ieri - la produzione industriale in dicembre abbia registrato una brusca frenata. Ma torniamo all'Italia. Secondo gli economisti una discesa dei tassi e dello spread si può realizzare a due condizioni: a) una secca contrazione del debito pubblico; b) una ripresa sostenuta della crescita. La prima condizione implica una forte tassa patrimoniale straordinaria da 200-400 miliardi che, però, Monti non è politicamente in grado di far digerire al Pdl, azionista di maggioranza del governo. Quanto alla ripresa, Monti sostiene che con la sua azione di governo - in particolare le liberalizzazioni e le semplificazioni - il Pil potrebbe risalire di circa il 10%. Un incremento straordinario al quale, tuttavia, pochi economisti credono. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;E allora, come ridurre lo spread? La soluzione l'ha trovata Roberto Mania su la Repubblica: bisogna abolire o taroccare l'articolo 18, in quanto «agli occhi degli investitori internazionali abbiamo recuperato credibilità, ma non completamente». Scrive ancora Mania che «la prossima discesa passa secondo il governo Monti - da un intervento netto e chiaro sul mercato del lavoro compreso l´articolo 18. Perché questo può dare il segno della discontinuità e può 'regalarci'- stando alle stime dei tecnici al tavolo del lavoro - altri duecento punti di affidabilità, quasi tornando alla situazione pre-crisi». Mania è giornalista serio e non si inventa quello che scrive, ma è bravo a raccogliere progetti e voci. Che in questi ultimi tempi non sono mancate da parte sia del premier che della Fornero anche se - subdolamente - hanno preso l'argomento alla larga. Sostenendo, tra l'altro, che il lavoro fisso non esiste più, è antistorico vista che la globalizzazione obbliga alla massima flessibilità. Certo, l'articolo 18 non sarà abolito di colpo, ma sarà depotenziato per poi - in un prossimo futuro - dargli il colpo finale. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Sarà introdotta, ad esempio la possibilità del licenziamento individuale per motivi economici. Banalmente: vi sembra possibile che licenziando un lavoratore su cento l'impresa possa raddrizzare il proprio bilancio? Falso ovviamente. La novità sa tanto di escamotage per togliesi da torno i lavoratori che contestano ritmi di lavoro, nocività e bassi stipendi. Confindustria lo sa bene, ma incasserà con piacere la novità e sciaguratamente l'accetteranno anche Cisl e Uil. Sarà restaurata la parità di condizione tra lavoratori giovani e quelli anziani. Al ribasso e con piena flessibilità e licenziabilità.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3711386492205970775?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3711386492205970775/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lo-spread-ai-tempi-dellarticolo-18.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3711386492205970775'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3711386492205970775'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/lo-spread-ai-tempi-dellarticolo-18.html' title='LO SPREAD AI TEMPI DELL&apos;ARTICOLO 18'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-BLsD8TTknnU/TzZ18to3T-I/AAAAAAAARrM/T7cX6PSPNOk/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8846814680667120792</id><published>2012-02-10T16:58:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T15:31:56.279+01:00</updated><title type='text'>COCCA DI MAMMA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-_ldehY_gX7I/TzZ7n5TfhaI/AAAAAAAARrY/0GRLDRSbzj0/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707885503066375586" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 270px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-_ldehY_gX7I/TzZ7n5TfhaI/AAAAAAAARrY/0GRLDRSbzj0/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Loris Campetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;«Sfigati» e «monotoni». Signora mia, i giovani d’oggi sono viziati, mica come quelli di una volta. Volete sapere perché? Perché pretendono «il posto fisso vicino a mamma e papà». E poi i giovani di ieri hanno troppe tutele, «bisogna spalmarle» come si fa con il burro e la marmellata per coprire l’intera fetta di pane. È un crescendo di provocazioni quello messo in atto dai pezzi da novanta del governo dei professori, da Monti a Fornero, passando per Cancellieri. Questi giovani di ieri che vogliono salvare l’Italia sì che la sapevano lunga, già da ragazzi, tant’è che cambiavano lavoro in continuazione, dalla Ue al Fmi, dall’università al sistema bancario, dalle fondazioni alle compagnie. Adesso dalla cattedra di palazzo Chigi spiegano a figli e nipoti che se li insultano lo fanno per il loro bene. Infatti vogliono spalmare tutele, diritti, ammortizzatori sociali; li vogliono licenziabili per farli assumere da qualcun altro come paria, per dar loro, infine, tutte le tutele di questo mondo e addio precarietà. Tutte le tutele, tranne quelle che avranno già tolto a tutti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Vogliono far schiattare di fatica i più anziani fino a settant’anni così sarà più facile liberare i posti per i suddetti sfigati, monotoni, cocchi di mamma. Anzi, i cocchi di mamma si diano da fare per creare loro stessi lavoro, parola di un altro professore centravanti, Profumo. Se non ci pensano loro ci penserà l’ala destra Passera con la privatizzazione di tutto ciò che è ancora pubblico. Qualche provocatore pessimista, fuori dal coro che inneggiava a Monti per liberarsi da Berlusconi, aveva sussurrato che immolare Berlusconi per santificare Marchionne non ci avrebbe fatto fare un gran salto in avanti. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Quei provocatori che vedono il bicchiere mezzo vuoto invece che mezzo pieno lo dicevano dopo aver sentito il professor Monti giurare che i campioni del momento (un anno fa) erano Marchionne e Gelmini. Sempre con i giovani nel cuore, Fornero dice che il tempo dell’art.18 è scaduto e i diritti non vanno estesi ma "spalmati", appunto. Va bene ascoltare tutti, persino la Cgil. L’importante è che poi il governo se ne fotta delle loro critiche e finalmente decida in piena autonomia quel che aveva già deciso fin dalla sua nascita. Tanto, qualche sindacato ha già abbassato la cresta, e tutti, comunque, danno per scontati tre anni senza la tutela dell’art. 18 per i nuovi assunti. Così gli imprenditori nostrani, d’oltre Alpe e d’oltre Oceano si precipiteranno a investire i loro capitali nel Belpaese. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;E la crisi, come la pancia nella vecchia pubblicità dell’olio Sasso, non c’è più. Il posto fisso per tutti, dice mamma Fornero, è un’illusione. Ma c’è già in rete qualche buontempone che precisa: per qualcuno il posto fisso c’è, anzi ce ne sono due. Sarebbe proprio il caso della figlia della ministra Elsa Fornero che insegna nella stessa università di mamma e papà, che in più sarebbe «responsabile unità di ricerca» per conto della HuGeF, una fondazione creata e finanziata dalla Compagnia San Paolo di cui mammà è stata vicepresidente. Niente da invidiare a quel giovane Michel Martone, vice di Fornero, che ha fatto carriera con gli aiutini del padre, nonché di Dell’Utri, Brunetta e Previti. Ci mancherebbe solo che, andando avanti di questo passo, dopo aver peccato pensando «aridatece Berlusconi!», i soliti disfattisti fossero spinti a compiere un crimine ancor più grave, gridando «aridatece Sacconi!».&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8846814680667120792?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8846814680667120792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/cocca-di-mamma.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8846814680667120792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8846814680667120792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/cocca-di-mamma.html' title='COCCA DI MAMMA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-_ldehY_gX7I/TzZ7n5TfhaI/AAAAAAAARrY/0GRLDRSbzj0/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-225322579178070476</id><published>2012-02-10T16:58:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T15:03:27.927+01:00</updated><title type='text'>SVALUTARE LA LAUREA NON RISOLVE I PROBLEMI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-BdHqn2Ip8iQ/TzZ0kE6DsRI/AAAAAAAARrA/zZFeEBcUgL4/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707877740880048402" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 395px; CURSOR: hand; HEIGHT: 366px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-BdHqn2Ip8iQ/TzZ0kE6DsRI/AAAAAAAARrA/zZFeEBcUgL4/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Piero Bevilacqua&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il presidente del consiglio e il suo governo hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c’è tutto il tempo per decidere con ponderazione e anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul manifesto come pilastro di questo esecutivo e dell’operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell’Italia. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul Tav, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all’abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza. Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all’intero sistema dell’istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l’Università. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d’Europa dopo quelle del Regno Unito e dell’Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all’estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l’altro. E a questa condizione, a tale drammatica situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell’Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma entriamo nel merito della questione. Le argomentazioni più serie a favore dell’abolizione non reggono alla prova. Sostengono i fautori di tale scelta, che nei concorsi pubblici il voto di laurea altera la corretta valutazione dei candidati, premiando spesso gli immeritevoli che hanno strappato a buon mercato, in qualche Università di serie b, un alto voto. L’abolizione del valore legale metterebbe tutti in condizioni di parità. A questa apparentemente giudiziosa obiezione si possono tranquillamente fornire più risposte. Intanto, quello sollevato, è un problema che riguarda le norme sull’accesso alle professioni, le modalità con cui vengono valutati curricula, titoli, nei diversi concorsi. È lì che caso mai bisogna intervenire se si vuole essere più certi di premiare il merito, ma il valore legale della laurea non c’entra affatto. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;D’altronde, una cosa è la formazione universitaria, un’altra cosa sono le professioni. Per esempio, per l’accesso dei laureati all’insegnamento scolastico i legislatori italiani hanno di volta in volta varato dispositivi di "abilitazione" alla professione, che si aggiungevano alla semplice laurea e fornivano un vantaggio concorsuale a chi la conseguiva. D’altra parte, nei concorsi pubblici si valuta la prova a cui i candidati sono sottoposti, non è certo il voto di laurea, da solo, a decidere della selezione. E le norme variano comunque da professione a professione. Gli abolizionisti ritengono invece che senza il condizionamento della laurea la valutazione sarebbe più libera, meno condizionata e premierebbe di più il merito. Ma è davvero così? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Faccio notare che un giovane uscito dall’Università italiana ha svolto - a seconda della Facoltà - almeno tra 30 e 50 esami per conseguire la laurea. È stato cioè sottoposto alla valutazione di decine e decine di professori di diversi insegnamenti e ha subito il filtro legale di almeno due commissioni di lauree, se ha conseguito triennale e specialistica. Dunque ha superato innumerevoli "piccoli concorsi". Non c’è merito alla fine di una tale carriera? Perché queste numerose verifiche di formazione e preparazione non dovrebbero avere più per noi una validità legale, utile per valutare il merito di un candidato? Noi ci affidiamo alle cure di un medico perché ha vinto il tale concorso o perché sappiamo che è passato per lunghi studi e ha superato prove e verifiche accademiche lunghe e ripetute? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Gli abolizionisti ribattono: ma perché una laurea conseguita in una Università marginale deve avere lo stesso valore di una guadagnata in un ateneo di antico e riconosciuto prestigio? La risposta è, innanzi tutto, che le Università realmente marginali sono davvero poche nel nostro paese. Oggi, che si emarginano quelle telematiche, lo sono ancor meno. Dobbiamo allora colpire e svalutare l’intero sistema universitario italiano? È come se a una persona che zoppica da un piede si prescrivesse il taglio di tutte e due le gambe. Ma quello che gli abolizionisti e in generale i "riformatori neoliberisti", ispiratori spesso di queste amenità, non considerano è che le Università italiane non sono state create semplicemente per consentire ai cittadini di accedere ai concorsi, ma incarnano un percorso di formazione. Sono un patrimonio pubblico, che si è consolidato nel tempo, che è fatto della storia delle varie discipline scientifiche, delle diverse scuole accademiche, dei saperi, delle norme e dottrine destinate a formare le classi dirigenti del paese. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Le università, da noi più che altrove, sono la sede storica delle diverse comunità scientifiche. In questo grande collettivo di studi si sono formati e si vanno formando non solo dei professionisti, ma il corpo intellettuale della nazione, con la sua identità e i suoi valori condivisi. Qui risiede la legalità, nel senso più alto, dei saperi che il nostro paese produce con la sua straordinaria e creativa operosità. Che senso ha, dunque, smembrare questo patrimonio in cui una parte estesa degli italiani riconosce le sue conquiste più alte? Che senso ha svalutare un lascito straordinario del nostro passato, ingiustamente vilipeso negli ultimi tempi per episodi certamente gravi di corruzione, ma che solo il moralismo indiscriminato e il neoliberismo interessato hanno potuto trasformare in una generale svilimento del nostro sistema formativo? Ma ostinatamente si perora la necessità di creare una «pluralità di agenzie di accreditamento e di certificazioni a livello nazionale dei percorsi formativi», come si continua a dire. Si vogliono giurie esterne a quelle già esistenti. Queste garantirebbero il riconoscimento del merito. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Molti dirigenti di Confindustria spingono in tale direzione, e così alcuni economisti, mai paghi dei fallimenti sotto cui sono state seppellite le loro misere dottrine. Davvero, in Italia, questa sarebbe una soluzione desiderabile? In Italia, paese di antica e lacerante frammentazione? Paese storicamente alle prese con i più gravi problemi di legalità civile di tutto l’Occidente? Si abolisce valore a un titolo garantito da un lungo processo pubblico e lo si mette in mano agli interessi dei privati? Qual è la ratio, se non la superstizione neoliberista, che non vuol vedere l’infinita serie di fallimenti di cui ha costellato la recente storia del mondo? In realtà si vuole continuare a colpire tutto ciò che è pubblico, deregolamentare tutto ciò che è fissato in norme di valore collettivo, come si fa in altri campi: dai contratti nazionali del lavoro agli articoli della Costituzione. Credo che all’intelligenza dei lettori del manifesto posso risparmiare ogni mio commento. Aggiungo solo che è con passi come questi, demolendo un presidio pubblico come la laurea, che si tende a piegare tutte le relazioni a logiche contrattualistiche private, a rapporti dare/avere, e si avanza verso il dissolvimento del tessuto culturale del paese come comunità nazionale. Devo, tuttavia, concludere con un chiarimento. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Tutte le considerazioni sin qui svolte si sono rese necessarie perché ho dovuto stare al gioco e prendere sul serio anche alcune fandonie neoliberali che non meriterebbero alcun commento. Ma quel che occorre dire, e avrei dovuto dirlo subito, è che la questione del valore legale della laurea è solo e semplicemente una astutissima manovra diversiva del governo. Nulla di più. Altro che saggezza, caro Asor, qui si tratta di astuzia raffinata. Con l’aggiunta di tanta professionalità. Il professor Monti e alcuni suoi ministri hanno studiato marketing o comunque ne sono esperti. Oggi l’Università ha un disperato bisogno di soldi, di personale tecnico e amministrativo, di nuovi docenti e ricercatori, di dottorati, di borse di studio. E che cosa orchestra il governo? Tira fuori un coniglio bianco dal cappello per incantare la folla, per dare in pasto ai furori contrapposti questo bel tema e distrarli per un po’ dai problemi in cui annaspa l’intero sistema formativo nazionale. Non ci caschiamo. Il ministro Profumo non si faccia illusioni. Metteremo le questioni reali dell’Università al centro dell’attenzione e non sarà facile farci distrarre con qualche trovata pubblicitaria.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-225322579178070476?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/225322579178070476/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/svalutare-la-laurea-non-risolve-i.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/225322579178070476'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/225322579178070476'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/svalutare-la-laurea-non-risolve-i.html' title='SVALUTARE LA LAUREA NON RISOLVE I PROBLEMI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-BdHqn2Ip8iQ/TzZ0kE6DsRI/AAAAAAAARrA/zZFeEBcUgL4/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2459926874293918025</id><published>2012-02-10T16:57:00.006+01:00</published><updated>2012-02-11T14:57:59.027+01:00</updated><title type='text'>GOVERNO SOBRIO. NE SIAMO COSI' SICURI?</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-NPNxY4E_4eA/TzZzsp1N1yI/AAAAAAAARq0/g81uTLzqJGE/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707876788719179554" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 318px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-NPNxY4E_4eA/TzZzsp1N1yI/AAAAAAAARq0/g81uTLzqJGE/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Felice Roberto Pizzuti&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il Pil addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l'attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci. Vi suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo - rigore dei conti pubblici, crescita ed equità - sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la "tosatura" del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell'accordare proprio in questo periodo l'aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).&lt;br /&gt;Ancora meno sobrio è cercare di convincere i giovani della "monotonia" del posto fisso quando il loro drammatico problema esistenziale è che oggi e in prospettiva sono disoccupati (uno su tre in media nazionale, una su due le ragazze meridionali) e che la loro precarietà di vita si estende fino ad includere una inaffidabile copertura pensionistica. Questa sgradevole irrisione della condizione giovanile trae motivo dalla convinzione governativa che, nonostante la natura recessiva della crisi, l'imperativo sia comunque migliorare le condizioni dell'offerta. Il che, per il governo, giustifica anche l'aumento dell'età pensionabile (si avrebbe più forza lavoro disponibile; ma per fare cosa?). In realtà, il trattenimento forzoso a lavoro è servito solo a fare cassa, ma con l'effetto di ridurre ulteriormente i già pochi posti di lavoro disponibili per i giovani e di rendere meno produttiva e più costosa la forza lavoro (il ché, anche dal lato dell'offerta, non è positivo).&lt;br /&gt;Sorpresa deriva anche dalla soddisfazione espressa da Monti dopo la recentissima approvazione del "Patto fiscale" («abbiamo avuto quello che volevamo»!?) dato che l'affermazione del "rigorismo" tedesco (peraltro, poco rigorosamente influenzato dalle esigenze elettorali della signora Merkel ) imporrà politiche deflattive all'intera Unione (pregiudicandone la sopravvivenza), e particolarmente all'Italia, che già senza queste misure è in recessione. A riprova della pericolosa "stupidità" delle due regole stabilite dal "Patto" - il rientro di 1/20 l'anno dal debito superiore al 60% del Pil e il pareggio di bilancio annuale costituzionalizzato - il loro rispetto innescherà un meccanismo di autoalimentazione degli effetti deflattivi poiché quanto più un paese già tende ad una crescita bassa o negativa (e avrebbe bisogno di misure espansive), tanto più consistenti dovranno essere le "manovre" restrittive (con gli ulteriori effetti deflattivi che si cumulano in una trappola recessiva).&lt;br /&gt;A ben vedere, espressioni appena usate come "sobrietà" e "stravaganza" nel descrivere le opinioni di Monti sono fuorvianti, così come lo è parlare del suo come di un "governo tecnico". Il punto è che le sue "manovre" e le sue posizioni esprimono, come è ovvio, una visione politico-culturale che, cosa niente affatto sorprendente, è liberista; anzi, le posizioni appena ricordate rivelano un'applicazione radicale di quella visione, ma proprio quando la crisi ne certifica un suo nuovo, drammatico fallimento.&lt;br /&gt;Il passaggio da mercati con rendite di posizione - magari di tipo corporativo - a mercati più concorrenziali può, in alcuni casi, avere anche effetti positivi. Tuttavia, la gravità della crisi globale esplosa nel 2007-2008 conferma quanto già dimostrato dalla grande crisi degli anni trenta e da una sterminata letteratura economica cioè l'illusorietà che il mercato, liberato dai "lacci e lacciuoli", possa determinare una elevata, stabile e diffusa crescita economica. Pensare dunque che le manovre di "rigore" e di liberalizzazioni adottate possano dare contributi significativi per uscire dalla crisi e migliorare l'equità, più che stravaganza, esprime una convinzione ideologica tanto accentuata quanto contraddetta da riscontri storici e analitici.&lt;br /&gt;L'esplosione del debito e la finanziarizzazione dell'economia sono aspetti importanti della crisi, ma non le cause primarie; per uscirne occorre intervenire su aspetti "reali" dell'attuale modello di crescita. In primo luogo è necessaria una migliore distribuzione del reddito; non solo per attenuare le diseguaglianze macroscopiche esplose negli ultimi decenni, ma anche per consentire ad una superiore quantità e qualità della domanda finanziata da redditi reali (anziché da "bolle" o da incerti crediti al consumo) di annullare il divario con la capacità d'offerta produttiva che è all'origine della crisi. In questo contesto, i sacrifici salariali e delle prestazioni sociali richiesti come contributo "responsabile" dei lavoratori alla ripresa dell'economia ne costituirebbero invece un aggravamento; oltre che ingiusti, essi sarebbero controproducenti rispetto all'interesse generale mentre le richieste sindacali sono coerenti alle necessità della situazione attuale.&lt;br /&gt;Allo stesso tempo, nel sistema produttivo occorre una riconversione dei modelli di produzione e di consumo che, assumendo nuove compatibilità sociali e ambientali, avvii una nuova rivoluzione tecnologica capace di coniugare la quantità della crescita con una sua superiore qualità civile.&lt;br /&gt;Questi cambiamenti non possono scaturire solo dalla pura combinazione spontanea di interessi e scelte individuali; è necessario un riequilibrio tra scelte di mercato (che comunque vanno fatti funzionare al meglio) e scelte pubbliche. Anche in questo secondo ambito, è necessaria una ricomposizione tra i poteri e i criteri decisionali delle autorità di politica economica democraticamente rappresentative, come i parlamenti e i governi, e quelli delle istituzioni non direttamente rispondenti alla collettività, come le banche centrali. L'eccessiva autonomia assunta dai responsabili delle politiche monetarie e finanziarie, che è stato un riflesso dell'autonomizzazione dei mercati e della loro finanziarizzazione - ha contribuito all'inefficacia delle politiche economiche e alla crescita dei debiti pubblici, favorendo la crisi. È significativo che il Cancelliere dello Scacchiere del governo conservatore inglese abbia presentato una bozza di legge che prevede, in caso di future crisi, un intervento diretto della Banca centrale (Boe) su richiesta del governo, riducendo dunque l' autonomia d'intervento della Boe. Dal confronto, la completa autonomia della Banca Centrale Europea (per suo statuto e, più ancora, perché un governo europeo nemmeno c'è) si configura sempre più "stupidamente" controproducente.Con la globalizzazione dei mercati, il riequilibrio tra la loro sfera d'influenza e quella delle istituzioni non può più avvenire a livello nazionale; anche per questo l'Unione Europea - fondata sull'unitarietà non solo del mercato interno e della moneta, ma anche delle scelte istituzionali - diventa, per ogni paese europeo, l'ambito più idoneo, se non l'unico possibile, per affrontare la crisi.&lt;br /&gt;Ma nelle fasi di transizione la difficoltà principale - come avvertiva Keynes - non sta nell'accettare le nuove idee quanto nel liberarsi dalle vecchie.&lt;br /&gt;I tedeschi, per esempio, sono ancora ossessionati dall'esperienza inflazionistica della Repubblica di Weimar pur essendo oggi alle prese con una gravissima crisi recessiva; la loro interpretazione del rigore li porta a subordinare le evidenti esigenze macroeconomiche e di riequilibrio interno del progetto europeo all'estensione del loro modello fondato sugli avanzi commerciali che è logicamente incompatibile con il passaggio da un'economia nazionale ad una continentale.&lt;br /&gt;Un male oscuro particolarmente radicato nel nostro paese è la sfiducia nella politica e nelle istituzioni; negli ultimi decenni è ulteriormente cresciuto e ostacola il nostro contributo al riequilibrio dei rapporti tra mercati e istituzioni, tra le scelte operati da pochi e quelle più democraticamente rappresentative.&lt;br /&gt;Un rischio grave ma realistico dell'evoluzione della crisi nel nostro paese è che si accentui una tendenza che pure ha contribuito a determinarla a livello globale, ovvero un suo esito tecnocratico, lesivo della democrazia.&lt;br /&gt;Democrazia, politica e tecnica sono strettamente interrelate; se è vero che un "governo tecnico" opera scelte la cui ineliminabile valenza politica può essere pericolosamente poco trasparente, un "governo politico" che prenda decisioni tecnicamente inconsistenti esercita effetti parimenti dannosi per la democrazia. Nel nostro paese, l'aumento negli ultimi anni della sfiducia nella politica è stato favorito dall'autoreferenzialità e dall'opportunismo diffuso nella classe politica a danno del merito. Adesso il rischio democratico deriva dal fatto che, in presenza di una forte sfiducia nei politici e nella politica, le scelte del governo Monti vengano accettate solo perché sembrano tecniche, nel senso di neutrali e "dovute". Questo è il prezzo, in prospettiva il più alto, che già stiamo pagando per la pur comprensibile sfiducia nella politica.&lt;br /&gt;Considerate le esigenze poste dalla crisi - come una migliore distribuzione, un maggior ruolo pubblico, un incremento qualitativo della crescita - la Sinistra è la parte politica potenzialmente più "attrezzata" per affrontarla e per ricevere a tal fine il consenso democratico. La Sinistra dovrebbe dunque evidenziare i suoi valori costitutivi coniugandoli con la capacità tecnica di realizzarli e di combinare gli obiettivi di medio e lungo periodo con la gestione del presente; la sua storica preoccupazione di dover sopperire alle funzioni e alle carenze del centrodestra sono rese superflue anche dal fatto che un serio politico di quell'aria è arrivato. La Sinistra deve avere la maturità di assumersi la responsabilità di classe dirigente proponendo i suoi valori perché è di essi che c'è bisogno per superare positivamente la crisi e perseguire l'interesse generale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2459926874293918025?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2459926874293918025/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/governo-sobrio-ne-siamo-cosi-sicuri.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2459926874293918025'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2459926874293918025'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/governo-sobrio-ne-siamo-cosi-sicuri.html' title='GOVERNO SOBRIO. NE SIAMO COSI&apos; SICURI?'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-NPNxY4E_4eA/TzZzsp1N1yI/AAAAAAAARq0/g81uTLzqJGE/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5057573567038490271</id><published>2012-02-10T16:57:00.005+01:00</published><updated>2012-02-11T14:41:04.992+01:00</updated><title type='text'>PADRONI CHE ODIANO LE DONNE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-WGANkjqZ_SM/TzZvqkuTviI/AAAAAAAARqo/ZkYFomiQAlI/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707872354941779490" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 305px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-WGANkjqZ_SM/TzZvqkuTviI/AAAAAAAARqo/ZkYFomiQAlI/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Loris Campetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il nuovo contratto Fiat firmato da sindacati che rappresentano la minoranza dei lavoratori fa male alla salute perché introduce un'organizzazione del lavoro che taglia le pause e aumenta i ritmi, cioè intensifica lo sfruttamento. Riduce ai minimi termini la democrazia, impedendo ai dipendenti di scegliere da chi farsi rappresentare, dato che le Rsa (Rappresentanze sindacali aziendali) vengono nominate dai sindacati, e per di più solo da quelli firmatarie del contratto-truffa. Se poi provassimo a leggere il nuovo contratto con lenti diverse, per la precisione con lenti femminili, scopriremmo che le cose stanno ancora peggio perché si aumentano ulteriormente le discriminazioni ai danni delle donne.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lo scrivono con una lettera molto documentata inviata alla ministra del lavoro e delle pari opportunità più di 200 dipendenti Fiat che hanno giustamente identificato in Elsa Fornero la loro principale interlocutrice proprio per la sua doppia delega. «Noi donne abbiamo una ragione in più per voler cancellare quell'accordo, perché in esso sono contenute norme gravemente discrimatorie nei confronti di madri e padri, lesive della legislazione vigente e dei principi di parità, sanciti dalla Costituzione e riaffermati dalle normative europee», scrivono, spiegando di avere, in quanto donne, un motivo aggiuntivo per chiedere che un referendum, qualora esprimesse la contrarietà dei e delle dipendenti, possa liberare 86 tute blu dalla nuova prigionia. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per questo sono state raccolte ventimila firme che ancora aspettanto una risposta da Fiat, Fim e Uilm.Venendo al merito delle ingiustizie denunciate dalle dipendenti di tutti gli stabilimenti Fiat, la più clamorosa riguarda i salari: già oggi quello delle operaie è mediamente di 200 euro inferiori a quello degli operai, come dimostra un'inchiesta di massa effettuata dalla Fiom tre anni fa. Ora, con il nuovo contratto, la discriminazione aumenterebbe perché il premio di risultato «straordinario» di 600 euro per il 2012 prevede un numero di ore lavorate nel primo semestre non inferiore a 870. «Nel testo dell'accordo è chiaro che è esclusa dal computo delle ore di effettiva prestazione lavorativa ogni assenza retribuita e non retribuita a qualsiasi titolo, ivi comprese le assenze la cui copertura è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa. Detto in parole semplici, ciò vuol dire che in Fiat qualsiasi assenza dovuta a maternità (ivi compreso il periodo di congedo obbligatorio), le due ore di riposo per allattamento, congedi parentali, assenze per malattia figlio... faranno perdere il diritto a percepire il premio».&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Le firmatarie fanno riferimento alla legislazione italiana e alle direttive europee in materia di pari opportunità e, di conseguenza, denunciano le grave discriminazione di genere connessa al nuovo contratto separato. Aggiungono che essendo il premio detassato «secondo le normative introdotte dal suo predecessore ministro Sacconi», si allarga «ulteriormente il differenziale salariale tra uomini e donne nelle nostre aziende». Ma c'è un altro aspetto grave, si legge nella lettera, connesso all'organizzazione del lavoro e all'intensificazione dei ritmi: «Il nuovo sistema di orari, la metrica e la turnistica determinano un notevole peggioramento dei carichi di lavoro e dell'affaticamento sulle linee di produzione. Nessuno ci ha dimostrato che tali aggravi non avranno conseguenze negative sulla salute riproduttiva delle donne» impiegate alla catena di montaggio. Alla ministra Fornero «chiediamo che si faccia promotrice di una commissione d'inchiesta indipendente che approfondisca sul piano scientifico i possibili rischi per la salute riproduttiva delle lavoratrici».&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per queste e altre ragioni appena accennate nella missiva, le 205 firmatarie dipendenti di tutti gli stabilimenti Fiat chiedono alla ministra Fornero un incontro «al fine di poterle illustrare in forma più articolata e documentata la nostra situazione e farle conoscere la Fiat a partire dalle concrete condizioni di lavoro e di vita delle operaie e delle impiegate che vi lavorano». La parola ora passa alla ministra Fornero.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5057573567038490271?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5057573567038490271/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/padroni-che-odiano-le-donne.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5057573567038490271'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5057573567038490271'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/padroni-che-odiano-le-donne.html' title='PADRONI CHE ODIANO LE DONNE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-WGANkjqZ_SM/TzZvqkuTviI/AAAAAAAARqo/ZkYFomiQAlI/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8778355284999910643</id><published>2012-02-10T16:56:00.006+01:00</published><updated>2012-02-11T14:35:13.522+01:00</updated><title type='text'>STRESS DA GOVERNO MONTI. UN MANUALE PER I MILITANTI PD</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-Uy2gIUqsrL0/TzZt67UvetI/AAAAAAAARqc/L1jTqyT7INw/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707870436863212242" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 245px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-Uy2gIUqsrL0/TzZt67UvetI/AAAAAAAARqc/L1jTqyT7INw/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lo stress da Governo Monti è una malattia seria che sembra coinvolgere decine di migliaia di iscritti del PD, i sintomi sono simili alle normali situazioni da stress lavorativo: nervosismo, iperattività motoria, insonnia. Se questi sintomi sono destinati a durare fino al 2013 possono portare a situazioni ancora più gravi. Astensione, rifiuto della politica, adesione delle teorie novecentesche della lotta di classe. Nei casi estremi tale sintomi possono portare il soggetto ad abbracciare la causa del comunismo. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lo stress da Governo Monti è poi favorito da fattori ambientali esterni che possono amplificarne i sintomi; dalla crisi sociale ed economica, dai licenziamenti e dal fatto che non si arriva a fine mese. Pare che le forme di stress da Monti siano inoltre favorite dallo scambio di opinioni con i colleghi di lavoro che chiedono spiegazioni per la riforma delle pensioni, con i vicini di casa che chiedono conto per l'Imu, con i propri figli precari, con gli operai, gli insegnanti, gli studenti, gli agricoltori, i pescatori, i camionisti, i tassisti. Per lo stress da Governo Monti inoltre - almeno questo è quanto dicono gli esperti - il fattore che esponenzialmente potrebbe portare ad una epidemia di massa nelle file degli iscritti del PD è la questione dell'art 18. Per questi motivi il PD sta in fretta e furia correndo ai ripari. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Si lavora in queste ore ad una sorta di manuale per i propri segretari di circolo per affrontare la situazione che si determinerà nei prossimi giorni. Il picco previsto della pandemia infatti - sempre secondo gli esperti - sarà fra qualche settimana, nei giorni posteriori all'annuncio del Governo sui provvedimenti in materia lavoro. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;C&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;osì sono stati reperiti i passaggi più significativi della nota inviata dal PD alle sedi territoriali. Cari amici - si legge nel testo - per far digerire lo stress da Monti non funzionano più le retoriche del " comunque è meglio di Berlusconi " perchè anche il "nano" sostiene insieme a noi il Governo. Tanto meno - continua ancora la nota - funziona la retorica del "ce lo chiede l'Europa", dato che in Europa abbiamo condiviso le ricette che impongono l'austerity ed abbiamo votato in parlamento l'inserimento del vincolo di bilancio in costituzione. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;In queste ore - continua il testo - stiamo cercando di elaborare un manuale adeguato alla fase, al cui interno forniremo una "ricetta" comunicativa in grado di dare validi strumenti per affrontare questo bruttissimo stress causato del furore ideologico di questo Governo ultraliberista. Per ora fate i direttivi di circolo parlando dell'emergenza neve.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8778355284999910643?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8778355284999910643/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/stress-da-governo-monti-un-manuale-per.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8778355284999910643'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8778355284999910643'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/stress-da-governo-monti-un-manuale-per.html' title='STRESS DA GOVERNO MONTI. UN MANUALE PER I MILITANTI PD'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-Uy2gIUqsrL0/TzZt67UvetI/AAAAAAAARqc/L1jTqyT7INw/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6394891324576764792</id><published>2012-02-10T16:56:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T14:31:00.530+01:00</updated><title type='text'>UNA GUERRA ECONOMICA CONTRO IL POPOLO GRECO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-ZSXFXf7KLDo/TzZtbx0ok5I/AAAAAAAARqQ/uwgaxT7tqtg/s1600/4.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707869901736678290" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 355px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-ZSXFXf7KLDo/TzZtbx0ok5I/AAAAAAAARqQ/uwgaxT7tqtg/s400/4.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Joseph Halevi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;La vicenda greca sta arrivando alla sua conclusione formale e all'apertura di una fase del tutto nuova sia per il paese che per l'Europa. Alla Grecia viene imposto un trattamento paragonabile alle riparazioni di guerra decise a Versailles nel 1919 nei confronti della Germania; riparazioni che la popolazione tedesca non poteva pagare. Che Berlino fosse responsabile dello scoppio del conflitto, per altro interimperialistico, non conta, così come non conta che Atene o Roma abbiano «speso» troppi denari pubblici. Rimborsare il debito attraverso tagli e austerità fa crollare la società ed elimina le condizioni stesse del rimborso. Keynes lo capì benissimo e scrisse un famoso libretto di analisi e di denuncia.&lt;br /&gt;L'Europa che ha prodotto i Monti e i Papademos è spazzata dallo stesso perfido vento irrazionale che la caratterizzò nel periodo interbellico: francesi e inglesi volevano i pagamenti da parte della Germania e gli Usa volevano che gli europei pagassero i crediti di guerra erogati da Washington, spingendo Londra e Parigi ad aumentare la pressione sulla Germania di Weimar. Furono la seconda guerra mondiale e l'ordinamento di Bretton Woods a spezzare il circolo vizioso.&lt;br /&gt;È la stessa logica, applicata all'obbligo del pagamento del debito pubblico, ad aver portato i Papademos e i Monti al potere esprimendo un fallimento politico, morale e istituzionale completo dell'insieme dell'Unione europea. L'ottusità monetaria del governo Merkel non corrisponde a una razionale strategia del capitale tedesco. Piuttosto riflette il miraggio di un traghettamento della Germania verso uno spazio vitale economico oltre l'Europa, verso la Cina e gli altri grandi paesi emergenti. Questo miraggio, perseguito dal governo e dalle maggiori industrie, rafforza l'idea di Berlino di non volere vincoli nei confronti dei singoli paesi europei - rifiutandosi quindi di riconoscere che il peso non può gravare prioritariamente sui paesi in deficit altrimenti tutto il sistema economico va in retromarcia - ma di esigere però che i singoli paesi rispettino i vincoli finanziari verso la Germania. La Grecia ora in miseria non può più pagare, punto e basta.&lt;br /&gt;Se il governo ellenico firma quanto richiesto dalla Germania l'impossibilità di pagare si manifesterà nell'ulteriore immiserimento della spossata popolazione con il conseguente crollo, già ampiamente in atto, della base dell'imponibile da dove provengono i soldi per i rimborsi, tra i quali vanno annoverate le somme pattuite con l'Europa e il Fondo monetario internazionale. Se firma, la Grecia si avvia verso un sicuro fallimento di fatto piuttosto che formale ma con tutte le implicazioni negative riguardo il sistema finanziario e reale europeo.&lt;br /&gt;L'ottusità tedesca esprime pienamente la sua retrograda stupidità quando i governanti di Berlino vogliono far credere che sia possibile cauterizzare il bubbone greco impedendo il contagio e che, di fronte alle drastiche misure di austerità del Portogallo, della Spagna e dell'Italia basti una maggiore flessibilità dei salari e delle condizioni di lavoro per far riprendere tutti, compresa l'agonizzante Grecia. Sono tesi profondamente false che esprimono l'ideologia delle classi dirigenti europee in crisi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6394891324576764792?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6394891324576764792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/una-guerra-economica-contro-il-popolo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6394891324576764792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6394891324576764792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/una-guerra-economica-contro-il-popolo.html' title='UNA GUERRA ECONOMICA CONTRO IL POPOLO GRECO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-ZSXFXf7KLDo/TzZtbx0ok5I/AAAAAAAARqQ/uwgaxT7tqtg/s72-c/4.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6177045849644658091</id><published>2012-02-10T11:50:00.004+01:00</published><updated>2012-02-11T14:21:27.931+01:00</updated><title type='text'>IL RISCHIO GLOBALE CHE MINACCIA IL CAPITALISMO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-lnJXb7z9E80/TzZqzJsyYcI/AAAAAAAARqE/AN4sYnu3sHc/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707867004748325314" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-lnJXb7z9E80/TzZqzJsyYcI/AAAAAAAARqE/AN4sYnu3sHc/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Ulrich Beck&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Nel gennaio 2009, all´inaugurazione di un nuovo, sontuoso edificio della London School of Economics, la regina Elisabetta II si è rivolta all´intellighenzia del mondo economico, riunita per l´occasione, con una domanda tanto innocente quanto insidiosa - la stessa che il mondo intero si pone senza ricevere risposta: come mai nessuno di voi ci ha avvisati del rischio di tracollo dei mercati finanziari?&lt;br /&gt;Di fatto, se è vero che le grandi banche e i loro manager non sono stati all´altezza, hanno fallito anche i teorici del rischio in campo economico. Nella tragicommedia rappresentata dal vivo su tutte le scene mondiali, in una successione di scompigli e trasformazioni che sembra non aver fine, i liberisti duri e puri hanno compiuto un percorso di conversione, dalla fede nel mercato alla fede nello Stato - e ritorno! Stanno chiedendo, anzi elemosinando la grazia di interventi statali: una prassi che pure hanno sempre condannato, finché è durata l´effervescenza dei profitti. Quando negli anni 1930, al tempo della prima crisi economica mondiale, Keynes tentò di decifrare i segreti dell´economia, il suo pensiero si soffermò sulla distinzione tra rischio e non conoscenza.&lt;br /&gt;Parlando di "conoscenza incerta" non mi limito a distinguere tra le cose che sappiamo con sicurezza e quelle solo probabili. Ad esempio, il gioco della roulette non è soggetto all´incertezza intesa in tal senso (...). Il significato che attribuisco a quest´espressione è lo stesso di quando diciamo di essere incerti su quali saranno, tra vent´anni, i rischi di una guerra europea, il prezzo del rame o il tasso di sconto (…). &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per questioni del genere non esiste una base scientifica sulla quale fondare un qualsivoglia calcolo delle probabilità. Semplicemente, non ne sappiamo nulla». A conclusione di quanto sopra, Keynes riteneva mistificatorie le teorie economiche dominanti, che a suo parere avrebbero rischiato di provocare una catastrofe se applicate concretamente alla realtà mondiale.Esattamente quello che è successo. L´inadeguatezza di ampi settori della scienza economica sta essenzialmente nel loro modo di rapportarsi a ciò che non sanno. La scienza economica del laissez-faire vive, pensa e conduce le proprie ricerche in una sfera ideale di rischi calcolabili, e semplicemente non vuol prendere atto che la sua marcia trionfale ha generato un mondo di incognite imprevedibili, con un potenziale di eventi catastrofici impossibili da arginare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Quando il rischio è percepito come onnipresente, le reazioni possibili sono tre: l´ignoranza, l´apatia o la trasformazione. La prima è caratteristica della moderna economia del laissez-faire; la seconda si estrinseca nel nichilismo post-moderno; la terza costituisce il tema della mia teoria sulla «società mondiale del rischio» (Weltrisikogesellschaft). In relazione al rapporto con la conoscenza e la non conoscenza nel mondo moderno, ho individuato due fasi: quella semplice (la prima), e una seconda fase riflessa. Nella prima fase si presuppone un futuro simile al presente, per cui si ritiene di poter gestire l´incertezza autogenerata grazie al perfezionamento dei modelli matematici di rischio, migliorando così sempre più i livelli di sicurezza dell´economia e della società.La seconda fase, che paradossalmente è un effetto collaterale dei precedenti successi, deve confrontarsi con una serie di incognite incalcolabili, le quali annullano le basi stesse di un approccio razionale al rischio - attraverso il calcolo delle probabilità, gli insegnamenti desunti dall´esperienza di passati incidenti, l´applicazione dei modelli del presente a scenari futuri, i principi assicurativi). Da qui nasce il «capitalismo mondiale del rischio», che è votato al fallimento. Lo dimostra, tra l´altro, un semplice parametro economico: esso opera al di là di ogni possibile copertura assicurativa (privata). In questo senso le grandi banche presentano un´analogia con le centrali nucleari: i loro profitti sono privati, mentre i costi delle catastrofi potenziali o reali - di portata inimmaginabile - si scaricano sulle spalle dei contribuenti.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L´insipienza autoprodotta (manufactured non-knowing) dalla marcia trionfale globale della prima modernizzazione presenta quattro caratteristiche: &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;1) In un mondo globalmente interconnesso i suoi effetti, non solo economici ma anche sociali e politici, non sono ormai più arginabili. Perciò non si può più vedere nell´incombente tracollo dei mercati finanziari e dell´economia mondiale solo un deplorevole frutto del caso, o magari un guasto che in futuro si possa evitare, o almeno aggiustare con opportune riparazioni tecniche o perfezionamenti matematici - e non invece un fenomeno immanente al sistema del capitalismo mondiale del rischio. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;2) In linea di principio, le conseguenze sono incalcolabili. Si cerca di migliorare il grado di razionalità delle decisioni in campo economico, rifiutando però di vedere che il diavolo non si nasconde nelle decisioni in quanto tali, bensì nelle loro conseguenze, potenzialmente catastrofiche. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;3)Queste conseguenze non sono indennizzabili. Il sogno di sicurezza della prima modernizzazione non escludeva i danni (anche di vasta portata); ma proprio il verificarsi di incidenti rendeva possibile un processo di apprendimento su come affrontare le manufactured uncertainties - le incognite autoprodotte. Mentre oggi viviamo in un capitalismo mondiale del rischio sul quale incombono catastrofi tali da far apparire assurda qualunque ipotesi di risarcimento (assicurativo); e che dunque vanno prevenute con ogni mezzo, poiché metterebbero a repentaglio la sopravvivenza (economica) di tutti. Quando ci ritroveremo con un cambiamento climatico irreversibile, una catastrofe economica o la disintegrazione dell´euro, sarà ormai troppo tardi. A fronte di questo nuovo livello qualitativo di una minaccia che ci riguarda tutti, senza più limiti in senso sia economico che sociale e politico, la razionalità degli insegnamenti tratti dell´esperienza perde la sua validità; e a sostituirla subentra il principio di precauzione e prevenzione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;4) A dominare è oggi la non conoscenza, che si presenta in diverse sfumature: dall´«ancora non si sa» (quindi una condizione superabile grazie a un impegno scientifico più massiccio e qualitativamente migliore) all´ignoranza volutamente coltivata, passando per l´insipienza consapevole, fino all´«impossibilità di sapere». Al confronto anche l´ironia socratica - «so di non sapere nulla» - appare inoffensiva. Siamo costretti a muoverci e ad affermarci in un mondo ove non abbiamo idea di tutto ciò che ignoriamo; ed è proprio da qui che nascono pericoli dei quali non sappiamo neppure con certezza se esistano o meno! A questo punto svanisce anche il confine tra pubblico isterismo e responsabilità politica.Prima della crisi finanziaria, gli esperti economici e politici asserivano di avere su tutto conoscenze precise e di tenere in mano la situazione. Ma all´improvviso, una volta esplosa la crisi finanziaria, non sapevano più nulla (senza però confessarlo in pubblico, e neppure a se stessi). E´ stata proprio la crisi dei mercati finanziari globali a porre drammaticamente davanti agli occhi dell´opinione pubblica la dinamica sociale e politica dell´insipienza.L´interazione tra non conoscenza, fiducia e rischio ha un ruolo centrale nella dinamica politica: l´incapacità di sapere, pubblicamente esperita e riflessa, mette a repentaglio la «sicurezza ontologica», o in altri termini, la fiducia nelle istituzioni di base della società moderna, così come nella scienza, nell´economia e nella politica, che dovrebbero essere garanti di razionalità e sicurezza. Di conseguenza, il giudizio su queste istituzioni è drasticamente mutato: non più fiduciarie, ma entità sospette. Se prima erano viste come responsabili della gestione del rischio, oramai sono sospettate di esserne la fonte.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Chi vedesse in questo un pessimismo millenarista neospengleriano non avrebbe compreso il punto che per me è cruciale: la distinzione tra la nozione di rischio e la catastrofe dev´essere ben chiara. Rischio non vuol dire catastrofe, ma proiezione del suo scenario nel presente, con l´obiettivo di evitarla. Il futuro di là da venire rimane fuori dalla nostra portata. Oggi non è più possibile costruire uno scenario del futuro desumendolo dal presente.Dobbiamo «metterlo in scena», renderlo visibile prima che si materializzi. Il dramma della minaccia di un tracollo dell´economia mondiale si svolge quotidianamente davanti ai teleschermi nei tinelli di tutto il pianeta. Ma questa drammaturgia mediatica dei rischi catastrofici ha scatenato una mobilitazione, storicamente senza precedenti, dell´opinione pubblica mondiale, di movimenti sociali e di attori politici nazionali e internazionali.Tutti si guardano intorno alla ricerca di un contropotere. Ma neppure affiggendo annunci del tipo «Chi l´ha visto?» avremo qualche probabilità di trovare il soggetto rivoluzionario. Ovviamente ci si sente meglio quando si ricorre a tutti i mezzi disponibili per fare appello alla ragione. Si potrebbe anche fondare da qualche parte un ennesimo centro di discussione («commissione etica») per la soluzione dei problemi mondiali. O tornare a ravvivare la speranza nel discernimento dei partiti politici.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma se alla fine tutto questo si rivelasse insufficiente per incitare a un´azione politica di contrasto, ci rimane una risorsa: la coscienza delle ripercussioni politiche della società mondiale del rischio. Ma oramai è la stessa incalcolabile portata dei rischi globali ad assumersi in proprio il ruolo finora svolto dai loro critici. La questione della crisi del capitalismo è onnipresente. Perciò si pone in maniera più pressante, e magari con qualche chance in più, il problema di indicare nuove vie, all´interno e persino in alternativa al capitalismo.Non si avverte forse la necessità di una riforma ecologica e sociale della (o nella) seconda modernizzazione, ponendo al centro i valori e i problemi della giustizia e della sostenibilità? Oggi questo pubblico brainstorming è impersonato dal movimento Occupy Wall Street. Il diktat degli onnipresenti rischi finanziari ha impartito ai comuni cittadini qualcosa come un corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo globale; e l´impossibilità di sapere di esperti e politici è ormai condivisa dal pubblico, con crescente impazienza, davanti alla necessità di un deciso cambio di rotta, a livello sia nazionale che internazionale, nell´interazione tra economia, società e politica.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L´onnipresenza di incognite incontrollabili richiama una prevenzione di stato. E´ vero che il ritorno a un´economia statale di piano non è proponibile. Ma neppure si può ignorare che oggi, davanti al rischio di una nuova crisi economica mondiale di vasta portata, la «sovranità del mercato» rappresenta una minaccia esistenziale senza precedenti. In altri termini, quest´esperienza storica insegna che il progetto neoliberista - di riduzione dello Stato ai minimi termini - è fallito; e in controtendenza ad esso si fa sempre più forte il richiamo alla responsabilità statale, a fronte di un´economia mondiale che produce vortici di incertezza incontrollabili, mettendo a rischio la vita di tutti.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Da tutto questo, al di là dei messaggi negativi, emerge una buona notizia. L´egoismo, l´autonomia, l´autopoiesi, l´isolamento del sé rappresentano i concetti chiave attraverso i quali la società moderna descrive se stessa. Ora, la logica del rischio globale va intesa secondo il principio esattamente opposto, quello dell´apprendimento involontario. In un mondo di contrasti inconciliabili, in cui ciascuno gira intorno a se stesso, il rischio mondiale pone in primo piano l´imperativo, non voluto né intenzionale, della comunicazione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il rischio finanziario pubblicamente recepito costringe alla comunicazione soggetti che altrimenti non vorrebbero avere nulla a che fare gli uni con gli altri; e impone costi ed impegni a chi fa di tutto per evitarli - e non di rado ha dalla propria parte le leggi in vigore. In altri termini: la fusione globalizzata della non conoscenza e del rischio di sopravvivenza impone di accantonare la pretesa di autosufficienza di culture, lingue, esperti, religioni e sistemi politici, e cambia l´agenda nazionale e internazionale; ne rovescia le priorità, aprendo l´orizzonte al sogno di scelte alternative - come ad esempio la tassa sulle transazioni finanziarie, che ancora poco tempo fa passava per inapplicabile e ridicola.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma a questo punto, la hegeliana astuzia della ragione non è la sola ad avere una chance. Potrebbe averla anche uno scenario alla Carl Schmitt - l´emergenza assurta a normalità - favorendo la ripresa del nazionalismo e la xenofobia, chiaramente osservabili, e non solo nell´Eurozona. La possibilità che queste due dinamiche contrastanti - Hegel e Schmitt - possano unirsi tra loro trova conferma nel modo in cui Angela Merkel collega europeismo e nazionalismo, in base al modello di un euronazionalismo tedesco, da lei eretto a parametro del risanamento dell´Europa dalla «malattia greca».Ma a parlare questo stesso linguaggio è anche la duplicità dei rapporti tra due potenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. Gli Usa si sono lasciati ipotecare dalla Cina, che in quanto Paese finanziatore è profondamente coinvolta, con i suoi vitali interessi nazionali, nel superamento della crisi del debito di Washington. Così questi due Paesi sono al tempo stesso incatenati l´uno all´altro per la propria sopravvivenza economica, e rivali in lotta tra loro per la conquista del potere mondiale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6177045849644658091?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6177045849644658091/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-rischio-globale-che-minaccia-il.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6177045849644658091'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6177045849644658091'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-rischio-globale-che-minaccia-il.html' title='IL RISCHIO GLOBALE CHE MINACCIA IL CAPITALISMO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-lnJXb7z9E80/TzZqzJsyYcI/AAAAAAAARqE/AN4sYnu3sHc/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3751469011624724985</id><published>2012-02-10T11:49:00.008+01:00</published><updated>2012-02-11T14:18:02.880+01:00</updated><title type='text'>IL POSTO FISSO E LA GIOIA DEL LAVORO MOBILE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-jF9BVaaXYoE/TzZqIkLpelI/AAAAAAAARp4/_fZOWjqFnN8/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707866273122712146" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 389px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-jF9BVaaXYoE/TzZqIkLpelI/AAAAAAAARp4/_fZOWjqFnN8/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Angelo d’Orsi&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Si dice che il potere logori; magari Andreotti aggiungerebbe ancora, dall’alto della sua eccezionale esperienza di cose di governo e sottogoverno, che il potere logora chi non ce l’ha. Personalmente, davanti al procedere di tanti governanti - non importa se di questo o dei precedenti Ministeri - comincio a sospettare che il potere renda stupidi. A meno che non si voglia sostenere che l’essere stupido sia un requisito fondamentale per ascendere le soglie del potere. Fermo restando che, come mi è già accaduto di scrivere in questa sede e altrove, che dopo anni di non governo, questo, di Mario Monti, è un governo; e che in luogo di una banda di malfattori, il cui scopo oltre che l’arricchimento personale e familiare, era la tutela degli interessi del padrone, che casualmente era anche il capo della banda, ora abbiamo un governo, che nondimeno fa gli interessi delle classi dominanti (con qualche pur dubbiosa eccezione al suo interno); e al di là delle delusioni e dello scontento che sta seminando la sua azione politica, sociale, economica, volta al "risanamento dei conti pubblici" (facendo ricorso soprattutto alle tasche dei poveri, tasche più numerose ma senza dubbio assai meno colme di denaro di altre), mi dichiaro sconcertato per certe modalità che stanno emergendo nelle pratiche dei suoi componenti. Cominciando dalle esternazioni del presidente del Consiglio le quali, dopo un rodaggio prudente, sono improvvisamente dilagate, occupando ogni genere di spazio, specialmente televisivo: la riservatezza di cui si è detto ancora prima che ricevesse l’incarico di formare il governo dove è finita? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lui si difende: deve spiegare agli italiani e alle italiane la manovra di governo, deve farsi capire, accettare e magari pure amare. E a giudicare dai sondaggi la maggioranza del nostro popolo gli dà credito; il che non vuol dire che gli voglia bene; e meno che mai che non cominci a rendersi conto - non tutti, ma una quota consistente di quella maggioranza - che, al di là appunto delle delusioni e delle preoccupazioni, il presidente sta cadendo nella trappola del presenzialismo, che per certi aspetti ormai sta diventando una delle forme del presidenzialismo. Le interviste sono grottesche, e gli intervistatori (che di giornalismo non hanno neppure una vaga infarinatura), appaiono proni, come davanti all’altare da cui aspettano benedizioni, salvezza eterna, oltre che un posto migliore di quello che hanno, magari non fisso… Già, il "posto fisso". &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;È questa l’ultima (in realtà già penultima o terzultima) esternazione del prof. sen. Monti, il quale, nella sua improvvisa facondia, sta dicendo un bel po’ di sciocchezze, e, secondo il miglior costume del suo predecessore, o se le rimangia il giorno dopo, o asserisce di esser stato equivocato, salvo poi ritornarci con loro riformulazione. Sono perlopiù battute estemporanee, che possono sempre, alla mala parata, essere liquidate come tali (era solo una battuta, magari "infelice"), ma che in realtà traducono e tradiscono, al di là delle stesse consapevoli intenzioni di chi le fa, una linea politica. Che viene confermata giorno dopo giorno da altri esponenti della compagine ministeriale, dal mitico sottosegretario al lavoro Martone, che ha etichettato come "sfigato" chi a 28 anni non sia già laureato; alla instancabile titolare del medesimo Dicastero, la professoressa che piange, Elsa Fornero, fino alla recentissima battuta della ministra dell’Interno, che deplora che in Italia non ci si voglia muovere, che si preferisca non solo il posto fisso di lavoro, ma una città, magari vicino a mamma e papà. E se pure così fosse, dove sarebbe la colpa dei giovani? E dove Monti, e la sua équipe governativa, assecondata da una legione di opinionisti, dove vedono tutti codesti giovani che lavorano, che hanno casa, che risiedono nella stessa città dove si sono formati, che per pigrizia mentale non hanno voglia di fare esperienze nuove, cambiano occupazione, andando ad abitare - che so? - da Acri (provincia di Cosenza), al quartiere Prati (Roma), smettendo di fare lo spaccalegna (che lavoro noioso, del resto), e facendo per esempio il sottosegretario di Stato? E perché mai le migliaia di dottori di ricerca che stazionano nelle università nell’attesa di un contratto a tempo determinato, o di un concorso a tempo indeterminato, dopo aver fatto per dieci anni ricerca a spese dei genitori, o pagandosi gli studi grazie a un noiosissimo, orribilmente ripetitivo lavoro di centralinista in un call center, perché non vanno direttamente a insegnare alla Sapienza, puntando direttamente alla cattedra? E perché da Orbassano, Cinisello, Castellammare (una delle due, tanto non cambia), o Trani, i giovani studiosi, invece di accontentarsi - segno di mediocrità - di fare inutile gavetta, non chiedono ai genitori di potersene andar via, e dunque di favorirli un pochino, piazzandoli, anche se con il sostegno di una fondazione bancaria, in qualche bel progetto di ricerca riccamente finanziato? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Perché codesti giovani (i "bamboccioni" del pur compianto Padoa Schioppa, ricordate?) non prendono come esempio il sullodato Michel Martone, a 26 anni ricercatore universitario, a 29 idoneo per la cattedra per la cui effettiva presa di servizio ha dovuto però attendere un po’ causa blocco assunzioni, e intanto docente in vari atenei, casualmente figlio di Martone Antonio, potente magistrato (coinvolto nello scandalo P4), e già legato all’ex ministro Brunetta (Martone padre) mentre Martone figlio era consulente dell’ex ministro Sacconi. Vita intensa e davvero poco ripetitiva. Oppure, come esempio femminile, per par condicio, perché i giovani sfigati o aspiranti noiosoni, non si rifanno a Silvia Deaglio? Chi è? La figlia della ministra Fornero e di papà Mario, entrambi docenti nell’Ateneo di Torino; anche la loro fanciulla, sia pure in altro ambito (Medicina), classe 1974, è docente, anzi professore associato, che per l’età media italiana, costituisce una mirabile eccezione. La media d’età dei ricercatori è intorno ai 50 anni, oggi. E parlo del primo grado degli strutturati nel sistema universitario. Gli associati costituiscono il secondo, subito prima degli ordinari. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La Deaglio jr., oltre a ciò, ha ottenuto - per merito, immagino - un finanziamento dalla Compagnia di San Paolo, dove fino al 2010, casualmente, mamma Elisa era membro del CdA, col ruolo addirittura di vicepresidente (per poi passare allo stesso rango nella Fondazione CRT, che ha dovuto lasciare quando è diventata ministra); e tanto per solidificare la propria posizione ha sposato, la giovane, un dirigente di una grande gruppo bancario. Queste sì sono esistenze a prova di monotonia! Nel secondo Ottocento ebbe grande voga il self-help, dall’omonimo libro di un inglese, Samuel Smiles, che sosteneva che con la forza di volontà e l’intraprendenza si raggiunge qualsiasi traguardo. Ne propongo la lettura obbligatoria, e forti di tanto avallo, e con gli esempi sullodati, i cinquantenni dell’Eutelia, le quarantenni dell’Omsa, i sessantenni dell’Iribus, e tutti i cassintegrati senza speranza di reintegro, tutti i licenziati, tutti i precari che si prostrano davanti a inesorabili funzionari di banca, pietendo un mutuo per comprar casa, e si sentono dire che senza il posto fisso, senza quel noioso posto fisso che assicura un cespite costante e sicuro di finanziamento non si può parlare. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;C’è un ultimo però; si sta, a giorni alterni, tirando fuori l’articolo 18, dalla cui cancellazione pare dipenda la salute della nostra economia. Ebbene, in fondo, abolirlo significa per l’appunto andare incontro alle preoccupazioni di questo governo, ossia di scongiurare la noia nel futuro degli italiani: aboliamolo dunque, e il posto fisso diverrà presto un ricordo del passato pleistocenico. E tutti vivranno nella libera espansione della loro creatività, passando di fiore in fiore: oggi si puliranno i cessi, nella stazione centrale di Napoli, domani, se saranno fortunati, avranno un contratto semestrale come addetti alla porta nella sede di una banca a Firenze, dopodomani faranno le stagiste in una fiera commerciale a Verona. Grazie, Monti, grazie signore ministre, signori sottosegretari, che tanto vi preoccupate della nostra salute mentale, facendoci girare l’Italia, e provare l’incessante brivido della "mobilità". Che uccide, magari, ma certo non annoia.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3751469011624724985?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3751469011624724985/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-posto-fisso-e-la-gioia-del-lavoro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3751469011624724985'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3751469011624724985'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-posto-fisso-e-la-gioia-del-lavoro.html' title='IL POSTO FISSO E LA GIOIA DEL LAVORO MOBILE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-jF9BVaaXYoE/TzZqIkLpelI/AAAAAAAARp4/_fZOWjqFnN8/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2476738036327520762</id><published>2012-02-10T11:49:00.006+01:00</published><updated>2012-02-11T14:12:14.858+01:00</updated><title type='text'>GRECIA. STIPENDI E PENSIONI IN PASTO ALLE BANCHE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-fXdQM72ckl8/TzZolY-IKZI/AAAAAAAARps/7IaDC6nDvfc/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707864569306163602" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 277px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-fXdQM72ckl8/TzZolY-IKZI/AAAAAAAARps/7IaDC6nDvfc/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Argiris Panagopoulos&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;La Ue, il Fondo monetario internazionale e la Bce trasformano la Grecia nella più grande Chinatown dell'Europa per quando riguarda i bassi stipendi, l'abolizione della contrattazione collettiva del lavoro e le garanzie di protezione dei lavoratori. I greci saranno chiamati a pagare una nuova montagna di soldi per il salvataggio delle banche, però la «troika» vuole tenere le loro mani lontane. Per tre anni i governi greci non potranno esercitare il diritto di voto per le azioni delle banche in loro possesso, lasciando per l'ennesima volta mano libera agli stessi banchieri che hanno rovinato il paese. Il contrario di quel che è successo negli Stati Uniti e in Inghilterra.&lt;br /&gt;La crisi non risparmia nessuno. Il Sacro Consiglio Permanente della chiesa ortodossa greca non ha aspettato il taglio del costo del lavoro e ha annunciato la chiusura della sua radio, mentre la sua frequenza si dice sia stata assicurata a un armatore. Papadimos ha chiamato ieri sera i tre leader che appoggiano il suo governo tecnico per rispondere con un «prendere o lasciare» sul mini Memorandum che dovrà accettare il paese per garantire il nuovo maxi prestito e il taglio del debito nelle mani dei privati. Papandreou, Samaras e Karatsaferis hanno di fatto detto sì da giorni ai diktat della «troika», mentre all'interno dei due grandi partiti Pasok e Nuova Democrazia si alzano con più insistenza voci contrarie.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il governo di «Papadimios», «Papa-boia», come è stato ribattezzato dall'opinione pubblica, sembra abbia accettato un forte taglio del 22% per lo stipendio minimo, che sarà esteso ai lavoratori del settore privato. Così un lavoratore nuovo avrà un stipendio mensile di 586,10 euro, invece dei 751,40 euro che aveva precedentemente, perdendo di fatto tre delle dodici mensilità dell'anno, mentre il sussidio di disoccupazione si riduce a 360 euro al mese. La «troika» ha poi un debole per i giovani. Così chi è sotto i 25 anni dovrà sopportare un altro taglio del 10% del suo stipendio minimo e accontentarsi di 528,49 euro al mese. E non basta. perché resta aperta la possibilità di un nuovo taglio del salario minimo e degli stipendi nel settore privato nei prossimi mesi e anni. Da parte sua il governo greco festeggia perché ha salvato la 13esima e la 14esima. Il salario giornaliero per un lavoratore non sposato e senza esperienza si riduce ai 26,18 euro, dai 33,57 euro, e per uno sposato ai 28,80 dai 36,92 euro. Lo stipendio per un lavoratore con tre figli e nove anni di lavoro si abbasserà agli 808,96 dai 1.037,13 euro. Per quando riguarda le pensioni lo scenario più probabile prevede l'immediato taglio del 15%-20% delle pensioni e del 15% per quelle integrative. La «troika» vuole una forte diminuzione dei contributi assicurativi, ma il governo greco sostiene che nel peggiore dei casi non deve superare il 10%. Gli stipendi e i contributi più bassi non si accompagneranno solo a pensioni più basse ma anche al bisogno di una riforma assicurativa e all'aumento della età pensionabile. L'abolizione del posto fisso nelle aziende a partecipazione statale e nelle banche si accompagnerà alla diminuzione dei loro stipendi e pensioni. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Se non bastasse tutto questo, la «troika» imporrà fino alla fine del luglio «l'allineamento con i paesi concorrenti» della convenzione collettiva del lavoro. Intanto il segretario generale dell'unica centrale sindacale del settore privato Gsee, Giannis Panagopoulos, ha fatto una visita lampo alla sede dell'Ufficio Internazionale del Lavoro (Ilo) a Ginevra per prendere iniziative anche legali contro la violazione dei diritti internazionali del lavoro da parte della «troika», mentre oggi Gsee deciderà il piano dei nuovi scioperi e manifestazioni. Panagopoulos è stato martedì a Berlino dove ha informato dettagliatamente i sindacati e i parlamentari tedeschi sulle misure della «troika» contro i lavoratori greci. La distruzione della società greca è stata ammessa indirettamente dall'istituto di Bruxelles Eurostat, che ha notificato come già alla fine del 2010 il 27,70% della popolazione in Grecia o 3,03 milioni di persone vivevano ai limiti della soglia di povertà.Gli ordini dei medici, avvocati e ingegneri hanno fatto ieri fronte comune per difendere la democrazia, lo stato sociale e di diritto. «Non si mettono sotto dura prova le nostre resistenze economiche, ma specialmente i limiti della nostra resistenza come liberi cittadini in una società democraticamente strutturata», dicono nel loro comunicato comune. Nel frattempo un altro senza tetto è morto di freddo fuori dell'ospedale di Patrasso.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2476738036327520762?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2476738036327520762/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/grecia-stipendi-e-pensioni-in-pasto.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2476738036327520762'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2476738036327520762'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/grecia-stipendi-e-pensioni-in-pasto.html' title='GRECIA. STIPENDI E PENSIONI IN PASTO ALLE BANCHE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-fXdQM72ckl8/TzZolY-IKZI/AAAAAAAARps/7IaDC6nDvfc/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5071527315556207395</id><published>2012-02-07T14:02:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T15:26:39.702+01:00</updated><title type='text'>IL MANIFESTO COSTITUENTE DEL FORUM DEI COMUNI PER I BENI COMUNI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-nzH0A6E7578/TzKFibH60TI/AAAAAAAARpg/08CswJ3juao/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706770504274858290" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 268px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-nzH0A6E7578/TzKFibH60TI/AAAAAAAARpg/08CswJ3juao/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Le amministratrici e gli amministratori locali, insieme alle cittadine e ai cittadini che hanno partecipato a Napoli al primo Forum dei Comuni per i beni comuni, il 28 gennaio 2012, ritengono indispensabile la prosecuzione dell'esperienza iniziata a Napoli per costruire insieme una rete permanente di amministratori per i beni comuni, a partire dalla necessità di un impegno reale e concreto per i beni comuni e la democrazia partecipativa da parte di tutti coloro i quali intendano proseguire nel cammino intrapreso verso la costruzione di un'autentica alternativa che parte dal basso; in particolare, assumono come indispensabile l'assunzione di una piattaforma politica condivisa, su cui impegnarsi attraverso l'adozione di coerenti pratiche locali e l'apertura di vertenze nazionali; questa piattaforma si basa sui seguenti obiettivi:&lt;br /&gt;1. Piena attuazione della volontà referendaria espressa lo scorso 13 giugno, attraverso una mobilitazione immediata contro l'art. 26 del Decreto Monti bis che riproduce inasprendola la legislazione abrogata dal referendum. Sono i ventisette milioni di cittadine e cittadini che hanno votato sì ai referendum sull'acqua e contro il nucleare a legittimare il processo dei comuni per i beni comuni: la loro voce, proveniente dai territori va trasmessa al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;2. Pieno riconoscimento politico, almeno nella forma della pubblicità sui siti comunali, che i referendum lungi dal riguardare la sola acqua impongono una moratoria nella liberalizzazione della gestione di tutti i servizi (quesito referendario n. 1), nonché una critica al modello di sviluppo fondato sulle grandi opere e sulla concentrazione energetica (quesito referendario n. 3).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;3. Ripubblicizzazione, cioè verifica dei passi politici e giuridici necessari per trasformare le Spa a capitale pubblico in Aziende Speciali Partecipate, sul modello di ABC Napoli, sia nel settore dell' acqua che negli altri servizi pubblici per scongiurare le alienazioni forzate di capitale pubblico di cui al Decreto Berlusconi-Tremonti del Ferragosto 2011 e al Decreto Monti bis.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;4. Assunzione degli atti necessari per l'eliminazione del 7% di «remunerazione del capitale investito» dalla tariffa idrica, nonché pieno sostegno giuridico e politico della campagna di obbedienza civile iniziata dal Forum dei movimenti per l'acqua, rifiutando ogni taglio della fornitura idrica o di altre forniture essenziali nei territori di propria giurisdizione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;5. Denuncia della morsa insostenibile del Patto di Stabilità interno sulla finanza locale, e quindi sugli effettivi spazi di autonomia e autogoverno dei Comuni stessi; campagna di rottura collettiva, condivisa e coordinata, dei suoi vincoli a partire dalla discussione e dal voto dei bilanci di previsione per l'anno 2012; conseguente apertura di una vertenza conflittuale con il governo e il Parlamento nazionali per ottenere un allentamento dei suoi criteri applicativi, con l'obiettivo di escluderne, a partire dai bilanci dell'anno in corso, gli investimenti per le Aziende speciali e partecipate e le spese per i servizi pubblici essenziali, per il welfare e la cura ecologica del territorio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;6. Richiesta di un impegno pubblico dei parlamentari eletti nel territorio per far mancare i voti necessari al raggiungimento della maggioranza dei due terzi al progetto di riforma costituzionale per l'inserimento del vincolo al pareggio di bilancio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;7. Assunzione del processo costituente per un'Europa sociale, politica democratica e federativa, oltre e contro le attuali politiche dell'Unione e della Bce che stanno trovando nella revisione dei Trattati ulteriore conferma, come naturale e necessario terreno di sviluppo dell'iniziativa delle Autonomie locali per i beni comuni: conseguente pieno sostegno, anche tramite le relazioni già in essere con altri governi locali in Europa, della stesura e della promozione della Carta Europea dei Beni Comuni, così come già deliberato dal Comune di Napoli.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;8. Pieno riconoscimento del lavoro come bene comune e sostegno convinto delle iniziative che la Fiom sta ponendo in essere in tale direzione a partire dalla manifestazione nazionale dell'11 febbraio. Impegno a fronteggiare il modello autoritario e antidemocratico di Pomigliano in qualsiasi parte del territorio nazionale; Assunzione politica in prima persona del reddito di cittadinanza come battaglia caratterizzante un'uscita dalla crisi economica che parta dalla più equa distribuzione delle risorse.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;9. Attiva prosecuzione del confronto iniziato a Napoli con i movimenti e le forze sociali che si battono per i beni comuni e che mettono in atto pratiche dirette, anche tramite l'aperto riconoscimento politico che le occupazioni di immobili per esigenze abitative, sociali o culturali direttamente collegate ai valori costituzionali costituiscono un legittimo esercizio di diritti costituzionali e una valida pratica di cittadinanza attiva. Nessun amministratore presente richiederà né autorizzerà l'utilizzo della forza pubblica al fine di risolvere vertenze sui beni comuni.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;10. Trasferimento senza onere alcuno ai Comuni, per la realizzazione di progetti di utilità sociale, di immobili e aree demaniali oggi inutilizzate; opposizione, in ogni possibile forma giuridica e politica, del cosiddetto federalismo demaniale come strumento di vendita e privatizzazione dei beni comuni; moratoria di ogni alienazione di cespiti ed indizione di apposite assemblee pubbliche per deliberare sulla pubblica utilità di ogni eventuale progetto che comporti dismissione di cespiti di patrimonio pubblico, che gli amministratori riconoscono appartenere ai cittadini e non agli enti rappresentativi.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;11. Forte impulso allo sviluppo di processi di democrazia partecipativa su scala locale ed individuazione di nuovi istituti e figure che assumano una diretta responsabilità istituzionale nella promozione di un ampio processo di riconoscimento delle autonomie sociali e di diffusione del potere decisionale. Incentivare tutti gli strumenti di democrazia diretta a livello locale (referendum consultivi, propositivi, abrogativi) estendendo i diritti di partecipazione ai migranti e ai sedicenni.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;12. Sostegno alla stampa indipendente, strumento indispensabile di democrazia, in quanto indispensabile per la formazione e lo sviluppo di quella cittadinanza attiva che è necessaria per qualunque progetto di difesa e cura dei beni comuni. Anche l'informazione va considerata un bene comune.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;13. Implementazione immediata di politiche di radicale conversione ecologica dei sistemi economici locali, improntate alla cura dei beni comuni nella produzione energetica, nello smaltimento dei rifiuti e nelle scelte di pianificazione territoriale; cessazione della politica dell'incenerimento dei rifiuti per investire invece su cultura e prevenzione, riduzione e recupero, riuso e riciclaggio; consumo di territorio zero, rinunciando a qualsivoglia forma di condono.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;14. Impegno concreto e passi giuridici anche vertenziali, a partire dagli Statuti comunali, per il riconoscimento della cittadinanza e dei pieni diritti civili e politici per i migranti, anche tramite il ricorso all'istituzione della "cittadinanza municipale" in quanto prima possibile mitigazione delle conseguenze sociali di un modello di sviluppo fondato sulla guerra che enfaticamente si ripudia come immorale ed incostituzionale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;15. Riconoscimento dei nuovi diritti di cittadinanza digitale, attraverso la promozione di Internet e Wi-fi gratuiti e pieno accesso online ai dati e alle informazioni che riguardano atti e attività dell'Amministrazione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;16. Intervenire per riformare le istituzioni culturali locali, in termini coerenti con l'idea della cultura come bene comune, da governarsi sulla base di forme giuridiche partecipate, sull'esempio del Teatro Valle di Roma; impegno a fronteggiare la progressiva privatizzazione delle Università pubbliche ed in generale di tutte le forme del sapere e della conoscenza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;17. Modifica degli Statuti comunali al fine di inserirvi la nozione giuridica di beni comuni, così come definito dalla Commissione per la Riforma dei Beni pubblici (la cosiddetta Commissione Rodotà) e già riconosciuto nello Statuto del Comune di Napoli.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Infine, tutti i partecipanti ai Tavoli hanno espresso la propria genuina solidarietà nei confronti di tutti gli arrestati e la propria autentica indignazione per la recente offensiva giudiziaria nei confronti del movimento No Tav della Valsusa, esempio di comunità in lotta per decidere democraticamente sulle scelte che riguardano il proprio territorio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5071527315556207395?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5071527315556207395/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-manifesto-costituente-del-forum-dei.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5071527315556207395'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5071527315556207395'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-manifesto-costituente-del-forum-dei.html' title='IL MANIFESTO COSTITUENTE DEL FORUM DEI COMUNI PER I BENI COMUNI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-nzH0A6E7578/TzKFibH60TI/AAAAAAAARpg/08CswJ3juao/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5144026359345033201</id><published>2012-02-07T14:01:00.002+01:00</published><updated>2012-02-08T15:18:52.961+01:00</updated><title type='text'>AUTORIDUCIAMOCI LE BOLLETTE DELL'ACQUA. IL REFERENDUM VA RISPETTATO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-frs8ShLHsVw/TzKED5poeLI/AAAAAAAARpU/0LohUpp33yk/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706768880381753522" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 283px; CURSOR: hand; HEIGHT: 373px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-frs8ShLHsVw/TzKED5poeLI/AAAAAAAARpU/0LohUpp33yk/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Marco Bersani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Anche nel prossimo week end, con mobilitazioni diffuse, azioni comunicative e presenza in tutti i territori, il Forum italiano dei movimenti per l'acqua lancerà ufficialmente in tutto il Paese la campagna di "obbedienza civile". Sarà obbedienza civile perché proponiamo a tutte le donne e gli uomini del Paese di obbedire al voto espresso nel giugno scorso dal popolo italiano, attivandosi in prima persona e collettivamente per contrastare l'illegittimità delle tariffe applicate da tutti i gestori e pretendere il giusto pagamento della tariffa sull'acqua. Spiegare di cosa si tratti è molto semplice. Lo scorso giugno, oltre 26 milioni di donne e uomini di questo Paese, attraverso un doppio sì al voto referendario, hanno aperto la strada alla ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico e, abolendo dalla tariffa la cosiddetta "adeguata remunerazione del capitale investito", hanno stabilito che sull'acqua non possano essere fatti profitti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Su questo punto la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 26/2011 di ammissione del quesito referendario, ha stabilito come l'esito positivo del pronunciamento popolare fosse immediatamente applicabile. Tuttavia, utilizzando le motivazioni più stravaganti, a otto mesi dal referendum, nessuna istituzione locale e nessun ente gestore ha ancora applicato la riduzione della tariffa (per una percentuale che varia tra il 12 e il 25% da territorio a territorio), come previsto dal voto della maggioranza assoluta del popolo italiano. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia che, al pari delle normative approvate dal precedente governo Berlusconi e dall'attuale governo Monti in tema di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, vuole affossare nei fatti la volontà popolare, che da sempre afferma l'acqua come bene comune e diritto umano universale e reclama una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato. Dopo aver per decenni propagandato il mantra "privato è bello", oggi i poteri forti dei grandi capitali finanziari, resisi drammaticamente conto della perdita di consenso alle politiche liberiste, giocano la carta del "privato è ineluttabile", facendosi scudo della crisi e delle cosiddette esigenze dei mercati. Temono in realtà la fine di un business garantito, legato al fatto che l'acqua è un bene essenziale alla vita stessa delle persone e dunque con un consumo mai comprimibile, anche in tempi di drastico abbattimento dei redditi e delle condizioni di vita delle persone. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Di fronte ad istituzioni pubbliche a tutti i livelli succubi degli interessi delle multinazionali e del sistema finanziario, il popolo dell'acqua ha deciso di lanciare questa nuova mobilitazione per il rispetto del voto referendario e per la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia. La campagna, già partita con successo in alcune città (Arezzo, Genova, Roma etc.), chiederà a tutti i cittadini, utenti singoli o condominiali, di restituire al mittente le bollette che non prevedano la decurtazione della quota relativa alla remunerazione del capitale investito (i profitti), dichiarando la propria volontà di ricalcolare la tariffa e di pagarne solo la parte legittima, nonché chiedendo il rimborso di quanto sinora versato in eccesso. Per poter fare questo, verranno attivati in ogni paese, quartiere, municipio, città, sportelli di consulenza e di supporto legale da parte dei comitati per l'acqua, mentre ogni informazione è già oggi accessibile sul sito www.acquabenecomune.org. Sarà una nuova campagna dal basso, cui tutte le donne e gli uomini del Paese potranno partecipare direttamente per dire ancora una volta a lor signori che il nostro voto va rispettato, che l'acqua e i beni comuni non sono un debito e che la democrazia è affare troppo serio per lasciarla in mano a un gruppo di professori con laurea in pensiero unico del mercato.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5144026359345033201?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5144026359345033201/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/autoriduciamoci-le-bollette-dellacqua.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5144026359345033201'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5144026359345033201'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/autoriduciamoci-le-bollette-dellacqua.html' title='AUTORIDUCIAMOCI LE BOLLETTE DELL&apos;ACQUA. IL REFERENDUM VA RISPETTATO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-frs8ShLHsVw/TzKED5poeLI/AAAAAAAARpU/0LohUpp33yk/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-4553233549207648806</id><published>2012-02-07T14:00:00.001+01:00</published><updated>2012-02-08T15:16:17.482+01:00</updated><title type='text'>CONTRO L'EUROPA DELL'AUSTERITA', RIDARE LA PAROLA AI POPOLI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-vR0-Lmna8aE/TzKDj0_pb7I/AAAAAAAARpI/5qv-eTcPjJg/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706768329376100274" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 310px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-vR0-Lmna8aE/TzKDj0_pb7I/AAAAAAAARpI/5qv-eTcPjJg/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Alfonso Gianni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il Fiscal compact è quindi passato. 25 su 27 paesi della Ue lo hanno ingoiato, con l’eccezione, per motivi diversi, dell’Inghilterra - sempre più lontana da uno spirito europeo, qualunque esso sia - e della Repubblica ceca. L’accordo è stato accolto da noi con manifestazioni di gioia bipartisan. Era stato preceduto da una mozione unitaria alle camere che, accogliendo persino la proposta leghista delle radici cristiane dell’Europa cui finora il Parlamento non aveva consentito, valeva ben più di un paio di tradizionali fiducie.&lt;br /&gt;Full Monti si potrebbe dire con un gioco di parole troppo facile. In effetti risale il gradimento nei sondaggi al falso governo tecnico, il più politico degli ultimi anni. Una sorta di cupio dissolvi pare essersi impadronito della classe dirigente italiana, compresa buona parte del centrosinistra. Anzi, a essere più precisi, si tratta di un cupio servendi, visto che tutti si sono inchinati alla dottrina tedesca, vera vincitrice della partita, almeno sul corto periodo. La Merkel era di fronte al celebre bivio tracciato da Helmut Kohl: o la Germania si europeizza o l’Europa si germanizza. Ha scelto la seconda strada, nell’interesse della grande borghesia tedesca che vuole continuare a dominare in un mercato europeo dove invia il 60% delle proprie esportazioni. Che poi questa strategia sia miope, che essa può portare al fallimento dell’euro e dell’Europa, che questo provocherebbe la rivalutazione del marco e il rilancio dell’inflazione a due cifre nei paesi mediterranei, che quindi il prezzo delle merci tedesche diventerebbe proibitivo, che dunque tutto ciò infliggerebbe un colpo micidiale alla politica neomercantilista tedesca, è del tutto vero, ma la attuale classe dirigente che domina a Berlino - almeno fino alle prossime elezioni del 2013 - vuoi per mancanza di visioni lunghe, vuoi per tracotanza derivante dagli attuali rapporti di forza, è per ora in grado di fregarsene. Ma questo è un aggravante, non un attenuante come viene ridicolmente invocata nei salotti televisivi, da parte di chi vi va dietro, in primis il nostro governo.&lt;br /&gt;Il giro di vite del nuovo patto sta nella rigidità della diminuzione di un ventesimo annuo della differenza che separa gli attuali livelli di debito dal "virtuoso" 60%, nel fatto che lo sforamento del deficit strutturale annuo dello 0,5% debba essere immediatamente sanzionato in modo automatico - il che, al di là delle differenze fra deficit congiunturale e deficit strutturale che qui tralascio, rappresenta un enorme inasprimento rispetto al vincolo del 3% di Maastricht -, nella imposizione di controlli che espropriano la sovranità dei singoli stati. Persino Papadimos, messo lì dalla Ue, ha capito che qualche protesta la deve elevare sul fatto che il bilancio greco venga fatto direttamente a Bruxelles.Ma il problema riguarda tutti. La realtà è che siamo di fronte a un balzo in avanti nella espropriazione della sovranità dei singoli popoli senza alcuna compensazione in sistemi di governo democratico a livello europeo, visto che le decisioni sono saldamente in mano a organi non elettivi. Siamo al rovesciamento del principio liberale, sancito dalle celebri parole no taxation without representation che infiammarono la rivolta americana contro gli inglesi nella seconda metà del Settecento (i Boston tea party, ma quelli veri però). Abbiamo infatti una fiscalità senza rappresentanza democratica a livello europeo.&lt;br /&gt;Le conseguenze per l’Italia sono pesantissime. Il nostro debito si aggira poco sopra i 1900mld, il 120% del nostro attuale Pil. Portarlo al 60% significa ridurlo della metà. Farlo in ragione di un ventesimo all’anno, significa ridurre il bilancio del 3%. In termini monetari ciò significa prepararsi a manovre annue di riduzione nell’ordine di 48 mld. Ma se il nostro prodotto interno lordo è in discesa, come dice il Fmi che prevede una riduzione del 2,2%, la situazione peggiora ulteriormente. Non è una grande scoperta. E’ il cane che si mangia la coda. Solo molto più in fretta. L’austerità strangola l’economia, altro che "austerità espansiva" di cui parlano la Merkel e i suoi seguaci con un irresponsabile ossimoro. I dati raccolti recentemente da Paul Krugman (vedi il grafico in appendice) usando come fonti il Fmi e il gruppo degli studiosi fondato a Gottinga dal grande storico dell’economia Angus Maddison, dimostrano che la reazione dell’Italia alla crisi è molto più lenta e peggiore di quanto non fu nella recessione seguente al grande crollo del 1920!&lt;br /&gt;L’anno che abbiamo davanti sarà durissimo. Come comportarsi di fronte a questo è l’essenza della politica. Il resto sono chiacchiere e schermaglie. Poiché il moderno capitalismo ha scelto di separarsi dalla democrazia, la difesa strenua di quest’ultima può essere il classico granello di sabbia negli ingranaggi del primo.&lt;br /&gt;Bisogna quindi ridare la voce ai popoli sul nuovo trattato. Sappiamo che non è possibile ricorrere direttamente al referendum nel caso italiano - mentre già il 72% degli irlandesi lo richiedono -, in virtù dei vincoli posti dall’articolo 75 della nostra Costituzione. Ma è possibile progettare un referendum consultivo. Come successe nel 1989. Il che permetterebbe di risollevare, per assoluta analogia di materia, la questione del pareggio di bilancio in Costituzione già votato in prima lettura dalla Camera, ma in attesa di ulteriori passaggi parlamentari.&lt;br /&gt;E’ necessario organizzare iniziative di lotta, sia in Europa che da noi. Possiamo augurarci che la manifestazione nazionale della Fiom dell’11 febbraio contenga anche questo. In ogni caso non possiamo lasciare che contro questa governance a-democratica della Ue si scaglino solo i vari populismi di destra, indirizzando nella direzione sbagliata una sacrosanta protesta. L’Ungheria già ci dice che, seppure in forme nuove, il fascismo può anche tornare.&lt;br /&gt;Il punto zero sull’orizzontale indica l’anno 2007, inizio della crisi; il numero 100 sulla verticale indica la percentuale del Pil nel 2007; la linea azzurra indica l’andamento del Pil nel 1929 e anni seguenti; la linea rossa l’andamento del Pil dal 2007 in poi. Come si può vedere dopo sei anni di crisi (previsione a fine 2012) la moderna Italia, a differenza di quella degli anni trenta, non ha recuperato sul livello del Pil dell’inizio della crisi. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-4553233549207648806?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/4553233549207648806/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/contro-leuropa-dellausterita-ridare-la.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4553233549207648806'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4553233549207648806'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/contro-leuropa-dellausterita-ridare-la.html' title='CONTRO L&apos;EUROPA DELL&apos;AUSTERITA&apos;, RIDARE LA PAROLA AI POPOLI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-vR0-Lmna8aE/TzKDj0_pb7I/AAAAAAAARpI/5qv-eTcPjJg/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8361080925928816270</id><published>2012-02-07T13:58:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T15:14:59.607+01:00</updated><title type='text'>IL FISCAL COMPACT PRODURRA' DISOCCUPAZIONE DI MASSA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-zj2sHGJPM8A/TzKDCdKeyDI/AAAAAAAARo8/avQ4PkXZxFk/s1600/9.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706767756043405362" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 300px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-zj2sHGJPM8A/TzKDCdKeyDI/AAAAAAAARo8/avQ4PkXZxFk/s400/9.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;Intervista a Emiliano Brancaccio&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;I sindacati europei hanno detto che quanto deciso al vertice europeo del 30 gennaio è tutto fumo e niente arrosto. Condividi?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Non solo, direi che i sindacati sono stati pure troppo generosi: quel fumo è altamente tossico perché le decisioni che sono state prese sono comunque delle decisioni prevalentemente recessive, cioè renderanno ancora più rigida la disciplina dei bilanci pubblici e i tentativi di Mario Monti per non rendere troppo rigida la disciplina di bilancio hanno prodotto comunque risultati modesti. Ci sono meccanismi semi-automatici e la costituzionalizzazione rende sempre più difficile la gestione dei bilanci pubblici in fase di crisi. Quello che noi rischiamo di registrare nei prossimi mesi è l’inasprimento della recessione e il boom della disoccupazione che, come ci stiamo rendendo conto adesso, è fortemente asimmetrico. Comunque il sistema produttivo dell’Europa centrale sta addirittura consolidando le proprie posizioni mentre le aree periferiche stanno registrando forti incrementi della disoccupazione che vanno al di là delle stesse previsioni. Questo è chiaramente un sintomo di quella che gli economisti definiscono "mezzogiornificaizone", ovvero quel fenomeno in cui si realizza un processo di contrazione dei capitali e a volte dei livelli alti di occupazione verso le aree centrali, mentre le aree periferiche subiscono una desertificazione. Non è più una teoria ma un fatto.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;La divisione internazionale del lavoro e la conformazione geopolitica delle aree economiche si va quindi ridisegnando. Quale scenario per il Mediterraneo e quale ruolo per gli Usa?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Che la crisi generi conflitto tra capitali e quindi automaticamente tra stati nazionali è una cosa che era facile attendersi e che soltanto gli ingenui sostenitori della tesi della fine dello Stato-nazione potevano escludere. Francamente non credo che i problemi attuali dell’unione monetaria europea si possano più di tanto imputare all’azione delle agenzie di rating o della speculazione di marca statunitense. Le agenzie di rating agiscono secondo i loro schemi, tuttavia dobbiamo renderci conto che l’Europa è entrata in crisi e deve contare solo su se stessa. L’Europa, da questo punto di vista, è completamente autonoma. Per quanto riguarda i possibili sviluppi abbiamo già avuto una chiara evidenza in Libia. Lì si è in realtà giocata una partita post-coloniale che ha visto l’Italia e le sue postazioni di approviggionamento energetico perdere una partita contro la Francia. Ed è possibile ovviamente che nel prossimo futuro si registrino fenomeni simili. Una delle partite potenzialmente violente è quella degli approviggionamenti energetici che potrebbero preludere a comportamenti imperialisti, come si definiva una.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;Gli unici a banchettare sono i banchieri…&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La Bce ha realizzato una operazione di rifinanziamento delle banche private dei vari paesi europei per molti versi vantaggiosa per loro. Presta denaro all’un per cento e le banche ci acquistano titoli che rendono il 6%. Le banche private prendendo questi prestiti avrebbero potuto riorientare il credito verso le imprese. Questo era l’intento della Bce. Ma dai dati esce che le banche stanno comprando solo in misura limitata i titoli e non stanno prestando i soldi alle imprese. In più le risorse che restano disponibili vengono impiegate per operazioni ribassiste, che in molti casi operano in direzione contraria a quella che potremmo auspicare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8361080925928816270?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8361080925928816270/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-fiscal-compact-produrra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8361080925928816270'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8361080925928816270'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-fiscal-compact-produrra.html' title='IL FISCAL COMPACT PRODURRA&apos; DISOCCUPAZIONE DI MASSA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-zj2sHGJPM8A/TzKDCdKeyDI/AAAAAAAARo8/avQ4PkXZxFk/s72-c/9.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6503164736891682100</id><published>2012-02-07T13:57:00.003+01:00</published><updated>2012-02-08T14:51:03.829+01:00</updated><title type='text'>I SEI PILASTRI DELLA CONVERSIONE ECOLOGICA DELL'ECONOMIA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-Gwnl1_uMz1Q/TzJ9WDxTjcI/AAAAAAAARow/7F3dI19kJoA/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706761495754542530" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 266px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-Gwnl1_uMz1Q/TzJ9WDxTjcI/AAAAAAAARow/7F3dI19kJoA/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Guido Viale&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l'Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate - "salvaitalia" e "crescitalia" - non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po' di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine. D'altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama "riforme" e "modernizzazione". Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte più del prodotto lordo del mondo non c'è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il confronto con il governo Monti, con questa Europa e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all'ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo, ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici). Quei rapporti rendono indissolubile il nesso tra ambiente ed equità sociale (e intergenerazionale: esisterà, si spera, un mondo anche dopo gli alti e bassi dello spread). Se la crisi economico-finanziaria e la crisi ambientale segnalano, con la loro dimensione globale, l'urgenza di una svolta per tutto il pianeta, questa non può prescindere, e non può distinguersi, da una radicale conversione ecologica del modo in cui consumiamo (e quello che consumiamo, alla fine, è l'ambiente) e del modo in cui produciamo (e quel che produciamo è soprattutto diseguaglianza e sofferenze superflue). E siccome la conversione ecologica riguarda in egual misura i nostri atteggiamenti soggettivi verso l'ambiente e gli altri esseri umani, e l'organizzazione delle nostre attività "economiche" (che cosa produciamo, come, dove, con che cosa e perché lo produciamo), è un imperativo concreto partire da quello che ciascuno di noi può fare, o intende fare, qui e ora.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Quello che lega il nostro agire localmente - il nostro "progetto locale" - al pensiero globale che deve informarlo è la sua replicabilità: la possibilità che venga riprodotto, adattandolo alle diverse situazioni con la dovuta intelligenza del contesto, senza che le realizzazioni degli uni vadano a detrimento di quelle di altri; e sviluppando invece una potenza sinergica.Solo così i legami che si creano possono costituire la base - a diversi livelli, fino a ricoprire con una rete l'intero pianeta - sia di un programma generale, sia della formazione di una cittadinanza attiva (intersettoriale, interconnessa, internazionale, intergenerazionale), sia di organizzazioni che si candidino a esautorare, sostituire o integrare le strutture esistenti: a piccoli passi e a macchia di leopardo, per lo più; a salti improvvisi, a volte; ma sempre più spesso in contesti conflittuali, e fronteggiando rischi crescenti. Il "soggetto politico" di cui si è discusso - senza dirlo - nel recente convegno di Napoli sui beni comuni è parte di questo percorso, i cui pilastri mi sembrano questi:&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;1. La conversione ecologica è un processo di riterritorializzazione, cioè di riavvicinamento fisico ("km0") e organizzativo (riduzione dell'intermediazione affidata solo al mercato) tra produzione e consumo: processo graduale, a macchia di leopardo e, ovviamente, mai integrale. Per questo un ruolo centrale lo giocano l'impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e l'imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa. Le caratteristiche di questa transizione è il passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell'economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all'interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all'efficienza energetica, a un'agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;2. Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di "bracci operativi" con cui promuovere i propri obiettivi. Questi "bracci operativi" sono i servizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione. Per questo le risorse destinate alla conversione ecologica - cioè, tutte quelle non necessarie a sostenere i compiti di una supplenza centralizzata, nell'ambito di un approccio fondato su una vera sussidiarietà - dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto ad opera della cittadinanza attiva. Nell'immediato è decisivo che vengano sottratti ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive. Il debito pregresso contratto dalle amministrazioni locali, o dalle Spa che rientrano nel perimetro dei servizi locali del cui controllo deve riappropriarsi il governo del territorio, come il debito pubblico dello Stato nazionale dovranno essere ridimensionati, in forma contrattata, in misura sufficiente a non essere di ostacolo alla conversione produttiva. Le responsabilità di un rifiuto di questa negoziazione ricadono su chi la respinge, ma vanno studiate e predisposte fin da ora tutte le misure per attenuarne le conseguenze sulla cittadinanza. D'altronde è impensabile che si possa uscire dal caos in cui il liberismo ha precipitato l'economia del pianeta senza un radicale ridimensionamento della bolla finanziaria che sovrasta l'economia mondiale. Quali che ne siano le conseguenze.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;3. Il terzo pilastro è l'arresto del consumo di suolo: le nostre città e tutti i centri abitati, di qualsiasi dimensione, sono già sufficientemente costruiti per soddisfare con le strutture esistenti o con il recupero dei suoli occupati da strutture inutilizzabili, tutte le esigenze di abitazioni, di attività produttive e commerciali, di socialità e di promozione della cultura e del benessere di cui una comunità ha bisogno. Se queste strutture e questi suoli non vengono resi disponibili dal vincolo che lega il bene al suo proprietario occorre procede con una politica di espropri e rivendicare una legislazione che la renda praticabile. Se si vuole combattere la rendita che, come sostengono tutti gli economisti liberisti, abbatte la produttività, ecco un buon punto da cui cominciare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;4. Il suolo urbano libero da costruzioni e quello periurbano possono essere valorizzati da un grande progetto di integrazione tra città e campagna, tra agricoltura e agglomerati residenziali. Un'integrazione che è stata il pilastro delle civiltà di tutto il mondo prima dell'avvento della globalizzazione che ha preteso - grazie al basso costo del trasporto reso possibile dall'abuso dei combustibili fossili - di fare dell'agricoltura di tutto il pianeta il "contado" dei centri urbani, con il degrado progressivo sia degli uni che dell'altra. Le municipalità hanno molti strumenti (alcuni a costo zero) per promuovere una riconversione di questo rapporto: orti urbani, disseminazione dei Gas, farmer's markets, mense scolastiche e aziendali, marchi di qualità ecologica per la distribuzione, gestione dei mercati ortofrutticoli: quanto basterebbe per cambiare l'assetto dell'agricoltura periurbana e per ri-orientare l'alimentazione della cittadinanza con filiere corte.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;5. La mobilità sostenibile (attraverso l'integrazione intermodale tra trasporto di linea e mobilità flessibile: car-pooling, car-sharing, trasporto a domanda e city-logistic per le merci) e la riconversione energetica (attraverso la diffusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e la promozione dell'efficienza nelle abitazioni, nelle imprese e nei servizi) costituiscono gli ambiti fondamentali per sostenere le imprese e l'occupazione in molte delle fabbriche oggi condannate alla chiusura. La riterritorializzazione delle attività in funzione della domanda creata dalla conversione ecologica è una vera politica industriale che può salvaguardare e promuovere occupazione, know-how e potenzialità produttive in settori quali la fabbricazione di mezzi di trasporto, di impianti energetici, di materiali per l'edilizia ecosostenibile, di macchinari e apparecchiature a basso consumo. Crea domanda vera perché risponde alle necessità degli abitanti di un territorio, ma richiede condivisione e può essere sostenuta solo attraverso rapporti diretti tra produttori ed enti locali. (ha fatto qualcosa di analogo la Volkswagen producendo impianti di microcogenerazione piazzati direttamente in case e imprese attraverso un accordo con una società di distribuzione dell'energia. Lo possono fare i comuni italiani senza alcuna violazione delle norme sulla concorrenza).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;6. La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l'accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare a essere l'ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l'ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell'università, nell'educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6503164736891682100?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6503164736891682100/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/i-sei-pilastri-della-conversione.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6503164736891682100'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6503164736891682100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/i-sei-pilastri-della-conversione.html' title='I SEI PILASTRI DELLA CONVERSIONE ECOLOGICA DELL&apos;ECONOMIA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-Gwnl1_uMz1Q/TzJ9WDxTjcI/AAAAAAAARow/7F3dI19kJoA/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-4052383090051133760</id><published>2012-02-07T13:56:00.002+01:00</published><updated>2012-02-08T14:44:59.950+01:00</updated><title type='text'>LA GIUNGLA CHE MONTI FINGE DI NON CONOSCERE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-3AWFqtbm5DM/TzJ7-UYiiHI/AAAAAAAARok/LaMGHF1Y9J4/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706759988385581170" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 300px; CURSOR: hand; HEIGHT: 336px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-3AWFqtbm5DM/TzJ7-UYiiHI/AAAAAAAARok/LaMGHF1Y9J4/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffff33;"&gt;di Antonio Di Stasi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Chi, almeno in passato, è stato uno studioso dell’economia e della società, come il Professor Monti, non può non sapere che, da molti anni ormai, il 90% dei giovani viene utilizzato in attività lavorative con contratti precari o a termine. I giovani, cioè, da tempo sono costretti ad una "politonia" (non monotonia) di incarichi, attività, inattività non volontaria, colloqui presso le agenzie di somministrazione, oppure questo o quel collettore di clientela. E allora perché Monti non possa più presupporre circostanze non vere è necessario che conosca non solo questi dati statistici, ma anche che l’attuale legislazione permette di utilizzare il lavoro dei giovani senza garantire loro stabilità, tutele e certezze. L’elenco dei contratti atipici introdotti e tuttora vigenti della c.d. legge Biagi (d.lgs. n. 276/2003) sarebbe troppo lungo da elencare, arrivando quasi a quota cinquanta, per cui è sufficiente ricordare quelli più comunemente utilizzati per un supersfruttamento dei giovani. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il contratto di inserimento per chi ha tra i 18 e i 29 anni ha durata massima di 18 mesi, con formazione rimessa completamente alla discrezionalità del datore di lavoro, e viene stipulato sulla base di un indefinito progetto individuale di inserimento per l’«adattamento o adeguamento delle competenze professionali possedute al contesto lavorativo». Il lavoratore, può essere sottoinquadrato fino a ben due livelli, con conseguente abbattimento (malgrado più forte fisicamente e di più recente formazione) della retribuzione e contribuzione rispetto alla qualità e quantità di lavoro prestato, in evidente violazione del principio di proporzionalità della retribuzione previsto dall’art. 36 della Costituzione. La somministrazione di lavoro è un contratto con il quale l’agenzia si impegna nei confronti di un’azienda (c.d. utilizzatore) a inviare uno o più lavoratori subordinati assunti dalla prima per svolgere la propria attività a favore della seconda. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il rapporto tra somministratore e lavoratore è soggetto alla disciplina prevista dal d.lgs. n. 368 del 2001 per il contratto a tempo determinato, con possibilità di proroghe del termine nelle ipotesi e per la durata previste nel contratto collettivo delle agenzie di somministrazione. Inoltre, i lavoratori somministrati, in quanto dipendenti dell’agenzia, non vengono computati nell’organico dell’utilizzatore ai fini dell’applicazione delle discipline di legge e di contratto che presuppongono il raggiungimento di determinate soglie numeriche: ciò comporta un’ulteriore diminuzione dei rapporti di lavoro tutelati dalla stabilità reale dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (ad es. se un’azienda occupa nella stessa unità produttiva 20 lavoratori di cui 5 somministrati, non si applica la tutela reale dell’art. 18 contro i licenziamenti illegittimi). Il contratto a termine che, come si sa, nel momento in cui nasce ha già inclusa la lettera di licenziamento, può essere più volte prorogato e avere una durata fino a trentasei mesi (a quel punto di solito si propone di continuare il rapporto tramite l’agenzia di somministrazione). Il contratto a progetto altro non è che la reviviscenza delle co.co.co., ovvero delle collaborazioni coordinate e continuative, e prevede un livello di tutela per il lavoratore vicino allo zero. In caso di gravidanza, malattia e infortunio il rapporto di collaborazione rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo. La malattia e l’infortunio non comportano, salva diversa previsione del contratto individuale, una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza pattuita originariamente, a meno che il committente non receda prima. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La contribuzione previdenziale ha un’aliquota molto bassa, con pregiudizio della posizione previdenziale. Salutato inizialmente come il rimedio alla proliferazione di collaborazioni coordinate e continuative illecite, costituisce oggi l’archetipo della precarietà giovanile, dietro cui si nascondono progetti il più delle volte fittizi e rapporti di lavoro subordinato mascherato, con l’aggiramento delle relative tutele, tra le quali l’art. 18. Lo stesso Monti, e poco prima di lui Berlusconi, hanno aggravato la condizione dei giovani - che non vogliono essere "monotoni", ma lavorare - attraverso blocchi delle stabilizzazioni nell’impiego pubblico e del turn-over per lo smisurato allungamento dell’età di pensionamento, l’abrogazione della norma che tentava di arginare il fenomeno delle dimissioni estorte dal datore di lavoro all’atto della stipula del contratto di lavoro, la reintroduzione del lavoro a chiamata, l’utilizzo sempre più indiscriminato dei voucher per la retribuzione del lavoro subordinato. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Tutto questo Monti e la sua ministra del lavoro non possono non saperlo, iniziando già ad avere una fetta di merito nella distruzione delle aspettative e dei diritti dei giovani. È dunque chiaro che mentono quando vogliono far sembrare la loro scelta di abbattere (ancor di più) le tutele e i diritti di chi lavora e di chi aspira a lavorare come tecnica e non politica. Un economista dovrebbe sapere che il lavoro si crea con un piano di politica industriale, impedendo di portare all’estero macchinari e conoscenze, valorizzando il lavoro che, se viene svolto da chi può maturare anzianità ed esperienza, è più affidabile e più competitivo.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-4052383090051133760?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/4052383090051133760/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-giungla-che-monti-finge-di-non.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4052383090051133760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4052383090051133760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-giungla-che-monti-finge-di-non.html' title='LA GIUNGLA CHE MONTI FINGE DI NON CONOSCERE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-3AWFqtbm5DM/TzJ7-UYiiHI/AAAAAAAARok/LaMGHF1Y9J4/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6337131198436611275</id><published>2012-02-07T13:55:00.003+01:00</published><updated>2012-02-08T13:41:50.098+01:00</updated><title type='text'>NOIA E MONOTONIA DELL'OGGI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-wCbcHKZg1dI/TzJtWTGHsmI/AAAAAAAARoM/6-KMdkTDAxA/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706743907682333282" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 362px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-wCbcHKZg1dI/TzJtWTGHsmI/AAAAAAAARoM/6-KMdkTDAxA/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Marco D'Eramo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;«Che noia signore mio il posto fisso: non per niente il lavoro a vita gli antichi lo chiamavano ergastolo. I giovani sono proprio strani: non capisco proprio perché aspirino a una tale condanna. Perché non ambiscono a uno spassoso interinato? Lavorare deve darci il brivido degli amori fugaci: per me già un contratto Cococo è una routine insopportabile. E non mi venga a raccontare che in Italia il 31% dei giovani è disoccupato. Lo sono perché non vogliono rischiare l’inebriante esperienza del lavoro giornaliero. Non hanno l’audacia di allargare i loro orizzonti: i ruvidi caporali possono essere così affascinanti! Vuole mettere quanto è più stimolante un bel posto precario in nero, magari da sguattero a Porta Ticinese, rispetto al trantran di un travet? E per favore la smetta con la litania dei più di due milioni di italiani tra i 55 e i 65 anni che non lavorano più ma non hanno ancora diritto alla pensione: tanto da adesso dovranno aspettare fino a 67 anni. Lei dice che sono sul lastrico: invece vivono on the road». &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Deve essere questo il tenore delle conversazioni che il nostro sobrio premier Mario Monti intrattiene con i suoi amici di Goldman Sachs, almeno a giudicare dalla battuta che si è lasciato scappare in tv l’altro ieri (troppo tardi, peccato, per i nostri orari di chiusura). Una battuta tanto più rivelatrice perché gli è venuta spontanea. Gli è sgorgata dall’intimo. Come a Michel Martone quella su chi ancora non è laureato a 28 anni («sfigato»), o a Padoa Schioppa - a suo tempo - su chi è costretto a vivere a casa dei genitori («bamboccione»). Non si può nemmeno dire che Monti non sa in che mondo vive: perché il mondo in cui vive, lui lo conosce benissimo, anzi conosce solo quello. Il problema è che non sa nulla del mondo in cui viviamo noi. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Noi, come dicono i nostri omologhi statunitensi, che siamo il 99% della popolazione. Mentre il mondo dei Monti e dei Martone è quello dell’1%, che comunque il posto fisso ce l’ha e stoico si sorbisce questo supplizio di noia, tra una prima alla Scala, una cena di gala e un Forum a Davos (neanche il tempo di sciare!). E il bello è che Monti ci fa questa battuta quando in Italia si distruggono posti di lavoro (non solo fissi, ma anche precari) a decine di migliaia al mese, a milioni in tre anni. Ma Monti lo sa che senza posto fisso non ti danno un mutuo, non ti assicurano l’automobile, non ti affittano un appartamento e neanche ti permettono di comprare a rate gli elettrodomestici? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L’unico paragone che viene in mente è con la moglie del re di Francia Luigi XVI: il popolo si lamentava perché non aveva pane, e lei rispose «Allora dategli dei croissants»: poiché però non c’erano neanche cornetti, i francesi scesero in piazza e presero la Bastiglia. Ma noi siamo due secoli più avanti dei francesi e seguiamo il consiglio di Papa Ratzinger: «Il posto fisso non è tutto. Cercate dio»: quindi è sicuro che Mario non finirà come Maria (Antonietta).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6337131198436611275?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6337131198436611275/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/noia-e-monotonia-delloggi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6337131198436611275'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6337131198436611275'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/noia-e-monotonia-delloggi.html' title='NOIA E MONOTONIA DELL&apos;OGGI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-wCbcHKZg1dI/TzJtWTGHsmI/AAAAAAAARoM/6-KMdkTDAxA/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3018011435507834868</id><published>2012-02-07T13:54:00.001+01:00</published><updated>2012-02-08T14:41:09.519+01:00</updated><title type='text'>IL MINISTRO AMMIRAGLIO, GLI F 35 E GLI INTERESSI AL CONFLITTO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-XZvwupt5R28/TzJ7KNy-6nI/AAAAAAAARoY/GnI3esF7N8c/s1600/0.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706759093264247410" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 300px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-XZvwupt5R28/TzJ7KNy-6nI/AAAAAAAARoY/GnI3esF7N8c/s400/0.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Tommaso Di Francesco&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il fantasma del conflitto d'interesse - dimenticato quello storico di Berlusconi premier - è riapparso come uno spaventapasseri nell'era del governo "tecnico". Ha riguardato sottosegretari e ministri, da Malinconico a Clini fino a Profumo e non smetterà di "spaventare", tanto più che le dimissioni dei ministri in questione sembrerebbero voler dimostrare il valore "neutro" e perfino morale del nuovo esecutivo. Ma non sembra suscitare perplessità il conflitto d'interesse davvero pericoloso, anticostituzionale e amorale che è sotto gli occhi di tutti. La carica di ministro della difesa ricoperta per la prima volta da un generale in carica della Nato, Giampaolo Di Paola, presidente di tutti gli stati maggiori atlantici, è rivelatrice proprio della natura politica e di parte del governo Monti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Insieme alla vicenda degli F35, il caccia statunitense entrato di prepotenza nella manovra finanziaria governativa. Infatti, se il compito di questo esecutivo, di "salute pubblica" e a sostegno bipartisan, è quello di attivare processi nazionali e internazionali per riscattare il paese dalla crisi economica finanziaria, perché mai nella manovra c'è l'acquisto di ben 131 cacciabombardieri F-35 per più di 15 miliardi, una cifra che rappresenta quasi il 40% dell'ammontare dell'intera manovra? E perché mai questa scelta, che appesantirà il nostro debito pubblico, viene rappresentata nel governo dal ministro Di Paola, che è un generale della Nato in carica, e che nel 2002, come direttore nazionale degli armamenti, firmò al Pentagono il memorandum d'intesa che impegnava l'Italia a partecipare al programma degli F35? Sono domande legittime per diversi ordini di motivi. Perché il cacciabombardiere F-35 non è un giocattolo né un "servizio sociale" ma è tra i più micidiali strumenti di guerra. È soprannominato lightning perché, da depliant illustrativo, «colpisce il nemico come un fulmine, con una forza distruttiva e inaspettata». Ed è un cacciabombardiere di quinta generazione, concepito per le missioni di attacco, compreso il first strike, il primo colpo con missili armati anche di ordigni nucleari. Insomma, è un aereo che serve per la peggiore, nuova guerra. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Perché un impegno preso nel 2002 dallo stesso generale Di Paola dovrebbe essere esaudito ora in epoca di crisi, vacche magre e tagli? Eppure il vantato e irresponsabile Ponte di Messina, cavallo di battaglia del governo Berlusconi, è stato accantonato vista la drammaticità della situazione. Purtroppo c'è una sola risposta a queste domande. Ed è la guerra, la sua legittimità ritornata d'attualità dal 1999, nonostante la nostra Costituzione la «ripudi». Con una novità: la versione "costituzionale" dei militari recentemente spiegata in tv dal "pacifista" generale Vincenzo Camporini. Interrogato sull'utilità degli F-35, ha bellamente risposto: «Servono a fare quello che abbiamo fatto in Libia... difendere gli interessi dell'Eni vuol dire difendere l'Italia». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ci racconti allora quali magnifiche sorti e progressive hanno prodotto le guerre «umanitarie» nei Balcani, in Somalia, in Libia e in Afghanistan, dove il generale Di Paola era impegnato fino al 16 novembre scorso, tanto da non poter prestare giuramento con gli altri ministri davanti al presidente Napolitano. Tutti conflitti armati - mentre se ne annunciano di nuovi - nei quali il generale Di Paola ha avuto modo di mostrare il suo "interesse al conflitto". Così è certo che la Difesa, pronta a spendere per gli F-35 con sostegno bipartisan, taglierà "tecnicamente" caserme e stipendi dei troppi, inutili graduati. Ma la guerra no. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;La guerra, uscita dopo la Seconda guerra mondiale dalla Costituzione e dalla porta del nostro ordinamento democratico, rientra ora dalla finestra per interposto interesse petrolifero dentro la crisi. Sorretta dal governo dei "tecnici", dal presidente del Consiglio Mario Monti, ex consigliere della Goldman Sachs e della Coca Cola, e dal ministro della difesa, il generale in carica dell'Alleanza atlantica, Giampaolo Di Paola. La cui rimozione momentanea, perché potesse diventare ministro, è stata decisa con gli Stati Uniti, visto che la catena di comando della Nato è in mani Usa. L'Italia ora è una "tecnica democrazia atlantica" che, con una sorta di auto-golpe, promuove per la prima volta a ministro un generale in carica. A quando un generale presidente del Consiglio? &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3018011435507834868?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3018011435507834868/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-ministro-ammiraglio-gli-f-35-e-gli.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3018011435507834868'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3018011435507834868'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-ministro-ammiraglio-gli-f-35-e-gli.html' title='IL MINISTRO AMMIRAGLIO, GLI F 35 E GLI INTERESSI AL CONFLITTO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-XZvwupt5R28/TzJ7KNy-6nI/AAAAAAAARoY/GnI3esF7N8c/s72-c/0.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-5355550598609114687</id><published>2012-02-07T13:53:00.005+01:00</published><updated>2012-02-08T13:39:28.823+01:00</updated><title type='text'>LA DOTTRINA TEDESCA CHE DISTRUGGE L'EUROPA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-iZw8mxJhwEs/TzJswTheeKI/AAAAAAAARoA/b5JOM4YG_QU/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706743254962043042" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 250px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-iZw8mxJhwEs/TzJswTheeKI/AAAAAAAARoA/b5JOM4YG_QU/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Mario Pianta&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Nelle pieghe del "Patto fiscale" accettato a Bruxelles da 25 dei 27 paesi Ue (Londra e Praga esclusi) c’è una grande vittoria politica per Angela Merkel. La "dottrina tedesca" dell’austerità è diventata un obbligo per l’Europa; il pareggio di bilancio sarà scolpito nelle Costituzioni di tutti gli stati, sui deficit e sull’obbligo di riduzione del debito avrà poteri la Corte di Giustizia europea: "i limiti al debito saranno vincolanti e validi per sempre" ha dichiarato il cancelliere, "non si riuscirà mai a cambiarli attraverso maggioranze parlamentari". Grazie a questa vittoria, Merkel avrà il consenso dei tedeschi alla concessione del secondo finanziamento d’emergenza ad Atene, 130 miliardi di euro entro marzo, senza il quale la Grecia smetterebbe di funzionare.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lo sconfitto più immediato è Mario Monti. La nuova credibilità dell’Italia ha ottenuto soltanto modifiche minime al "Patto fiscale" e, facendo i suoi conti, il nostro Presidente del consiglio ha misurato ieri le dimensioni della sconfitta. Quest’anno l’Italia sperava di avere un Prodotto interno lordo intorno a 1600 miliardi di euro; secondo il Fondo monetario internazionale la recessione lo farà cadere del 2,2%, circa 35 miliardi in meno. Su una spesa pubblica vicina a 800 miliardi di euro, la recessione potrebbe significare 15 miliardi di minori entrate fiscali, e altrettante potrebbero essere le maggiori spese dovute al rialzo dei tassi d’interesse sui 1900 miliardi di debito pubblico italiano. L’impegno accettato a Bruxelles di rimborsare un ventesimo del debito l’anno vorrebbe dire per l’Italia 95 miliardi di euro di spesa ulteriore: in tutto 125 miliardi sottratti al bilancio dello stato rispetto al 2011: un sesto dell’intesa spesa pubblica, una cifra enorme. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Si può stimare che metà del rimborso del debito vada a creditori stranieri, sottraendo risorse al paese: la caduta del Pil a questo punto sarebbe dell’ordine del 6%, senza calcolare gli effetti indiretti del calo di redditi, spesa pubblica e consumi. L’Italia smetterebbe di funzionare. I dati di ieri sulla disoccupazione record in Italia non sono che l’inizio di un bollettino di guerra che potrebbe arrivare a oltre 800 mila posti di lavoro perduti, soprattutto nell’industria. A fronte di questo crollo dell’occupazione, da Bruxelles è venuto un "piano per la crescita e l’occupazione" che si affida a 82 miliardi di euro di avanzi di bilancio, di cui 8 miliardi per l’Italia. Una proposta ridicola. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Questi conti non si trovano nelle dichiarazioni dei ministri, ma danno la misura del rischio di grande depressione provocata dalla "dottrina tedesca". Siamo davvero alla ripetizione di tutti gli errori degli anni trenta.Tutto questo in un anno che dovrebbe portare alle elezioni politiche italiane. Con un ulteriore, massiccio impoverimento di lavoratori e classi medie, il paese potrebbe andare in pezzi. Potrebbe scoppiare una reazione populista antieuropea, cavalcata da centrodestra e Lega. La democrazia sarebbe a rischio. E, come l’Italia, potrebbe andare in pezzi l’Europa.A meno che. Siamo ancora in tempo per fermare la "dottrina tedesca". Perché non convocare a Roma un vertice dei paesi europei senza Berlino, per accordarsi su politiche diverse? Perché non convocare un incontro delle opposizioni ai governi di Merkel e Sarkozy per lanciare una politica alternativa alla grande depressione?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-5355550598609114687?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/5355550598609114687/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-dottrina-tedesca-che-distrugge.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5355550598609114687'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/5355550598609114687'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/la-dottrina-tedesca-che-distrugge.html' title='LA DOTTRINA TEDESCA CHE DISTRUGGE L&apos;EUROPA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-iZw8mxJhwEs/TzJswTheeKI/AAAAAAAARoA/b5JOM4YG_QU/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-1895342845132432851</id><published>2012-02-07T13:53:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T13:36:52.682+01:00</updated><title type='text'>COME FUNZIONA IL FISCAL COMPACT</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-xmMeElUgX8Q/TzJsKLjYnII/AAAAAAAARn0/LIzcY8NdQmo/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706742599987534978" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 300px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-xmMeElUgX8Q/TzJsKLjYnII/AAAAAAAARn0/LIzcY8NdQmo/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffff33;"&gt;di Giuseppe Pisauro&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Molti pensano che delle due regole approvate dall'Unione Europea, quella sulla riduzione del debito pubblico sia più gravosa del mantenimento del pareggio di bilancio. Le cose non stanno così. Se l'obiettivo finale è la crescita economica, ci sono buoni motivi per volere la riduzione del debito pubblico, specie in casi come quello italiano. Non ve ne sono altrettanti per imporre il pareggio di bilancio per sempre. Il fatto che oggi la prima regola possa richiedere il rispetto della seconda non è un buon motivo per vincolare la politica fiscale dei paesi europei nel prossimo decennio.&lt;br /&gt;Il fiscal compact, approvato ieri da venticinque paesi dell'Unione Europea, ridotto in pillole contiene due regole. La prima (da alcuni definita, non si capisce bene perché, golden rule) è il pareggio di bilancio, o meglio il divieto per il deficit strutturale di superare lo 0,5 per cento del Pil nel corso di un ciclo economico. La seconda regola fissa un percorso di riduzione del debito pubblico in rapporto al Pil: dovrà scendere ogni anno di 1/20 della distanza tra il suo livello effettivo e la soglia del 60 per cento.&lt;br /&gt;REGOLE, RECESSIONE E TEMPI NORMALI&lt;br /&gt;In che relazione sono tra loro queste due regole? A giudicare da molti commenti italiani sembra che quella sul debito sia la regola più severa. Così, si tira un sospiro di sollievo osservando che il fiscal compact prevede deroghe per "fattori rilevanti". La regola sul pareggio di bilancio, invece, apparentemente viene accettata senza troppe discussioni. Peraltro, una riforma costituzionale in tal senso è stata già approvata in prima lettura da un ramo del Parlamento.In realtà, se guardiamo un po’ oltre la contingenza attuale, la regola sul debito è in genere meno severa di quella del pareggio di bilancio. Se il bilancio è in pareggio, non si genera nuovo debito. In altre parole il debito in euro non cambia. Ogni variazione del Pil nominale si tradurrà, quindi, in una variazione del rapporto debito/Pil. Si può calcolare facilmente che per rispettare la regola di 1/20, con un debito al 120 per cento del Pil e il pareggio di bilancio è sufficiente che il Pil nominale cresca del 2,5 per cento; con un debito al 100 per cento del Pil basta una crescita nominale del 2 per cento; con un debito all’80 per cento è sufficiente l’1,25 per cento. In tempi appena normali sono valori bassi. Perché si verifichino basta un po’ di inflazione. Tanto per dare un’idea, nel 2000-2007, anni di crescita reale molto bassa, la crescita nominale del Pil in Italia è stata in media del 3,6 per cento l’anno.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Le cose vanno diversamente quando c’è una grave recessione: il Pil nominale può anche diminuire (in Italia, nel dopoguerra, è accaduto solo nel 2009) o crescere molto poco: intorno al 2 per cento nel 2010 e secondo le previsioni per il 2011-2013. Il sospiro di sollievo per l’attenuazione della regola del 1/20 può essere, quindi, giustificato oggi.In condizioni normali, tuttavia, dovremmo preoccuparci di più della regola del pareggio di bilancio. E forse nel valutare le nuove norme europee dovremmo considerare quale sarà il loro effetto in tempi normali dell’economia.Il primo grafico mostra la dinamica del rapporto debito pubblico/Pil in Italia a partire dal 2010: secondo le stime ufficiali (corrette con gli importi della manovra di dicembre) fino al 2014 e poi in discesa secondo la regola del 1/20. Si parte dal 118,4 registrato per il 2010. La discesa inizia a essere significativa, per effetto delle manovre già approvate, nel 2013 e poi prosegue, secondo la regola, a un ritmo decrescente: da una riduzione di 2,7 punti nel 2014 a circa 2 punti nel 2018, a circa un punto nel 2030. Per inciso, diversamente da quello che a volte si dice, la regola non richiede una riduzione del debito di 3 punti l’anno (un ventesimo della differenza tra 120 e 60) per vent’anni. Man a mano che il debito/Pil scende, la differenza tra il suo valore e la soglia del 60 per cento si riduce e, quindi, si riduce anche 1/20 di quella differenza. Naturalmente ciò allunga il periodo necessario per avvicinarsi al fatidico 60 per cento. Partendo dal livello attuale, la regola comporta per l’Italia nel 2033 un rapporto ancora all’80 per cento.Quale saldo di bilancio sarà necessario in futuro per ottenere questi risultati? Naturalmente dipenderà dal tasso di crescita del Pil e dal tasso di interesse sul debito. Il grafico 2 mostra l’avanzo primario e il saldo totale (indebitamento netto) necessari per rispettare la regola sul debito, proiettando nel futuro le ipotesi ufficiali per il 2014: crescita reale del Pil all’1 per cento, crescita nominale al 2,7per cento, costo medio del debito al 5,5 per cento (quest’ultimo maggiore di 1,3 punti rispetto al valore previsto per il 2011). Sono ipotesi che non appaiono ottimistiche in un’ottica di lungo periodo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Sotto queste ipotesi, l’avanzo primario dal 6,4 per cento previsto per il 2014 potrebbe scendere al 5,7 per cento l’anno successivo , al 4,5 per cento nel 2022 e così via. Ciò non richiederebbe il pareggio di bilancio, bensì sarebbe coerente con un disavanzo totale tra lo 0,5 e l’1 per cento del Pil lungo il periodo considerato. Ipotesi più favorevoli sulla crescita del Pil e sui tassi di interesse rendono renderebbero ancora meno necessario il mantenimento del pareggio di bilancio. Renderebbero possibile, sempre mantenendo gli obiettivi di riduzione del debito, l’adozione di una vera golden rule, quella che consente di finanziare in disavanzo le spese di investimento.I trattati e le regole dovrebbero essere pensati per durare. Se l’obiettivo finale è la crescita economica, ci sono buoni motivi per volere la riduzione del debito pubblico, specie in casi come quello italiano. Non ve ne sono altrettanti per imporre il pareggio di bilancio per sempre. Il fatto che oggi, in pratica, la prima regola possa richiedere il rispetto della seconda non è un buon motivo per vincolare in modo poco ragionevole la politica fiscale dei paesi europei nel prossimo decennio.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-1895342845132432851?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/1895342845132432851/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/come-funziona-il-fiscal-compact.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1895342845132432851'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/1895342845132432851'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/come-funziona-il-fiscal-compact.html' title='COME FUNZIONA IL FISCAL COMPACT'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-xmMeElUgX8Q/TzJsKLjYnII/AAAAAAAARn0/LIzcY8NdQmo/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-8411196600781974638</id><published>2012-02-07T13:52:00.003+01:00</published><updated>2012-02-08T13:35:02.964+01:00</updated><title type='text'>MONOTONIA PRECARIA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-Zqee6rbe0Lg/TzJr33fPNhI/AAAAAAAARno/kToLmu6LbeE/s1600/5.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706742285363787282" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 309px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-Zqee6rbe0Lg/TzJr33fPNhI/AAAAAAAARno/kToLmu6LbeE/s400/5.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Celeste Costantino&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Il "sobrio" Monti, insieme ad altri esponenti del suo Governo, comincia a registrare pesanti cadute di stile. Stranamente, direi. Perché non bisogna essere docente della Bocconi per capire che davanti a un Paese in enorme sofferenza determinati toni e l’uso di alcune parole devono essere totalmente bandite. E invece il professor Mario Monti, probabilmente preso dall’insofferenza verso i sindacati o qualche esponente politico che continua a mettere i bastoni tra le ruote nel suo tentativo di salvare l’Italia, ha sbottato. E lo ha fatto su uno dei temi più delicati in questo momento: il lavoro e diritti delle nuove (?) generazioni. Siamo passati dallo "sfigato" di Martone alla "monotonia" di Monti con in sottofondo un leitmotiv comune a tutti i rappresentanti di questo Governo, di Confindustria e di parecchi esponenti del centrodestra che dice: "L’art. 18 non può essere un tabù".&lt;br /&gt;Fa un po’ ridere sentire questa espressione dopo 16 anni di berlusconismo in cui sono stati abbattuti tutti i tabù possibili, anche quelli del comune senso del pudore. Capisco però che fa comodo fingere che tutto si riduca a una questione ideologica. Il mantra sull’articolo 18 potrebbe essere tranquillamente associato alla "colpa dei comunisti" di belusconiana memoria. Stili diversi, ma la sostanza non cambia. Per far passare la riforma del lavoro si ricorre al fantasma ideologico: quello che frena, blocca la crescita e distrugge quel poco di economia rimasta. Loro sono quelli consapevoli, responsabili, con una mission impossible da portare avanti, noi siamo esattamente il loro contrario, con in più un aggravante: siamo "politici", cioè quelli che non si possono permettere di parlare. E poco importa se abbiamo governato o eravamo all’opposizione, se siamo dentro o fuori il parlamento, il punto è: siamo tutti uguali, siamo tutti Luigi Lusi.&lt;br /&gt;Purtroppo tuttavia, bisogna ammetterlo, non hanno tutti i torti a essere nauseati da questa classe dirigente che, anche quando non è ladra, non sembra rendersi conto di quanto sia comunque privilegiata. Bene ha fatto Maurizio Crozza nel rivolgersi a Giovanna Melandri che non voleva tagliarsi lo stipendio da parlamentare perché considera questa misura "populista" che sostenere una cosa del genere è una "stronzata". Il populismo c’è eccome, ma non può essere il parafulmine a una situazione oggettiva di benessere economico rispetto a un Paese che sta sprofondando. Allarghiamo i tagli anche ad altre categorie, e non solo alla politica. Ma che ognuno faccia la propria parte.&lt;br /&gt;Compresi i giovani che non sono spettatori inermi in questa discussione, ma che hanno la possibilità di intervenire e agire conflitto dinanzi a una prospettiva che non migliora le proprie condizioni di vita. L’abbiamo fatto in passato, lo dobbiamo fare a maggior ragione adesso davanti a un governo che per la natura con cui è stato nominato trova un consenso trasversale in parlamento, compiacimento nei poteri forti e speranzosa attesa in buonafede tra la gente che fa sacrifici a causa dell’incubo recessione. Gli unici che possono determinare uno svelamento siamo noi giovani, veri e presunti. Ventenni, trentenni e quarantenni, che un lavoro non ce l’abbiamo e se ce l’abbiamo è precario insieme alle lavoratrici e ai lavoratori che rischiano di non averlo più. In questo senso l’11 febbraio, la manifestazione della Fiom, diventa una tappa fondamentale della messa in discussione di un modello che non risolve i problemi e annulla i diritti.&lt;br /&gt;Detto questo, le responsabilità non stanno sempre altrove. L’attacco in questi anni ai cosiddetti giovani è stato talmente pesante che l’atteggiamento che abbiamo assunto è stato di totale difesa di un mondo che forse davvero non ci appartiene più, se mai ci è appartenuto. La legge Treu è del 1995 e in questi anni la precarietà ci ha cambiati. Lo abbiamo detto fino allo svilimento: ci ha cambiati anche dal punto esistenziale, non è solo materialità della vita, è pensiero, è comportamento. Questo non può essere vissuto come senso di colpa. È stata conseguenza non voluta, certo. Tuttavia dentro questa dimensione, la precarietà non va solo subita ma agita. Nella crisi crolla il modello che abbiamo conosciuto attraverso i nostri genitori. Bene (?). Vorrà dire che ci dovremo attrezzare per costruirne uno nuovo, che non insegua più quello ma che nasca da ciò che siamo adesso e non dalla proiezione di quello che saremmo dovuti essere.&lt;br /&gt;Se ci raccontiamo da sfigati è difficile che poi qualcuno non si senta autorizzato a definirci così. Bisogna battersi per una società che sia messa nelle condizioni di poter decidere, decidere di firmare un contratto a tempo indeterminato con le garanzie e le tutele che questo comporta e decidere di firmare un contratto a tempo determinato avendo salvaguardati gli stessi diritti. Fermarsi e sapere che comunque c’è un reddito che in attesa di occupazione ti permetterà di non fare la fame. Bisogna difendere il posto fisso, ma ammettere senza vergogna che molti di noi quel posto fisso non lo vogliono più.&lt;br /&gt;Dalla precarietà nasce un nuovo diritto di cittadinanza che dobbiamo rivendicare come nostro fino in fondo perché basato su un’idea di giustizia sociale. La politica e i sindacati ragionano ancora per compartimenti stagni: modalità comprensibile quando si tratta di difendere il lavoro esistente, fuori dal tempo se si deve ragionare di crescita e di nuova occupazione. Bisogna fare i conti con questa trasformazione sociale, non nasconderla e adattarla. Denunciamo le storture di questo sistema, ma non per fare spazio a noi stessi. Piuttosto per decostruirlo totalmente, e ricostruirlo rispetto alle nostre esigenze. Non voglio prendere il loro posto, voglio un posto nuovo. Che sia dentro la politica, la scuola, l’università, la fabbrica anche fin dentro le mura domestiche. Ieri un’amica ricercatrice universitaria mi raccontava di non avere un posto, una scrivania dove poter scrivere e lavorare perché gli uffici sono ancora occupati dagli ordinari in pensione che, alla tenera età di 75 o 80 anni, hanno piacere la mattina di farsi un giro in ateneo e continuare a esercitare il loro potere di baroni. Io spero tanto che la mia amica possa prima o poi entrare in quell’ufficio, ma mi auguro pure che finita la sua esperienza vada via e non faccia parte di quel sistema perché insieme a me lo vuole cambiare.&lt;br /&gt;Oggi noi non dobbiamo rivendicare solo l’accesso, ma la costruzione. Qualità del lavoro e continuità di reddito. Quanto pesa oggi licenziarsi da un contratto a tempo indeterminato di un call center? Tantissimo, e infatti il più delle volte non lo fai. Sei lì a doverti considerare un privilegiato quando invece vorresti urlare che non lo sei. "Io non ci sto", ci ha ricordato un difensore della Costituzione attraverso la sua morte. Basta essere depressi, ora è tempo di essere rivoluzionari.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-8411196600781974638?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/8411196600781974638/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/monotonia-precaria.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8411196600781974638'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/8411196600781974638'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/monotonia-precaria.html' title='MONOTONIA PRECARIA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-Zqee6rbe0Lg/TzJr33fPNhI/AAAAAAAARno/kToLmu6LbeE/s72-c/5.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2180876792035673740</id><published>2012-02-07T13:51:00.005+01:00</published><updated>2012-02-08T13:31:07.497+01:00</updated><title type='text'>IL PARTITO PADRONE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-jMpAnmY8k0U/TzJqyLPS53I/AAAAAAAARnc/CKPryXlXUiY/s1600/11.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706741088074786674" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-jMpAnmY8k0U/TzJqyLPS53I/AAAAAAAARnc/CKPryXlXUiY/s400/11.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Michele Prospero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Con un tesoriere appena sorpreso con le mani nel sacco, la campagna di delegittimazione dei partiti assume toni sempre più parossistici. Mentre i media colpiscono il ventre molle di partiti indifendibili percepiti come custodi di cospicui tesoretti, è quasi unainsensata provocazione provare a riflettere con freddezza sul nesso accettabile tra politica e denaro pubblico. Per affrontare la controversa faccenda dei costi della politica è opportuno anzitutto chiedere: i partiti servono o no? Per molti osservatori la risposta è negativa. Il sogno dei grandi apparati industriali e mediatici è quello di scacciare i partiti per determinare non solo l’agenda politica, ma anche per designare comodamente il personale politico più gradito cui affidare in appalto la leadership.Cosa è successo nella Seconda Repubblica? Un’azienda mediatica è diventata un partito-personale con un centro assoluto di comando proteso alla cura di interessi parziali. Gli altri media hanno provato gusto nel chiedere la tessera numero uno, nel raccomandare la costruzione di partiti liquidi sui quali esercitare più agevolmente un potere di direzione, consiglio, rimbrotto, scambio. Alla catastrofe italiana ha condotto proprio il perverso condominio per cui da un lato opera un’impresa che si è fatta partito per meglio proteggere i beni e dall’altro agiscono imprese concorrenti che sfidano ogni serio tentativo compiuto dai capi della sinistra per ritrovare una forte autonomia politica. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il trattamento riservato dai media "amici" verso Bersani è davvero esemplare. Cosa c’è dietro? Lo chiarisce bene la vicenda della riforma del mercato del lavoro, la gestione della precarietà, la sorte dell’articolo 18. La posizione dei media svela un conformismo di classe (si può ancora dire così?) illuminante. Tolto questo giornale e pochi altri fogli di minoranza, tutti gli altri quotidiani (da Repubblica al Corriere della Sera, dal Sole 24 ore alla Stampa), i settimanali (dall’Espresso a Panorama), i media pubblici e privati (dalle reti Mediaset a quelle Rai, da Sky a la7) hanno con forza sposato le ragioni dell’impresa e dato addosso ai sindacati. Cosa infastidisce? L’esistenza di soggetti politici che difendono valori e interessi collettivi in contrasto con quelli inseguiti dalle potenze economico-mediatiche dominanti. Nelle condizioni attuali (ma era così anche nell’età d’oro del partito di massa) anche un partito non omologato alle esigenze dei capitali non può realisticamente poggiare solo sull’autofinanziamento garantito dai militanti. Il contributo pubblico si rivela per tutti indispensabile. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Non si possono nascondere però le ambiguità (accedono a pubbliche risorse ben 67 partiti e movimenti politici), le stravaganze (ci sono stanziamenti in favore di organizzazioni ormai sepolte o di forze senza alcuna rappresentanza), le opacità (anche chi promuove il referendum contro il finanziamento ottiene in cambio cospicue somme di denaro statale), le distorsioni (i partiti più anticasta si dedicano a investimenti immobiliari, a speculazioni in Tanzania). È agevole prendere spunto dalla generosa cronaca odierna per affondare colpi micidiali. Quello che deve risultare chiaro è però che gli abusi, le pratiche deteriori, gli scandali, affondano le loro radici non in una (ormai evanescente) realtà di partito che avrebbe sprigionato degli appetiti smisurati di dominio ma nella (costosa) mediatizzazione integrale della politica e nella crescente personalizzazione della leadership. Proprio i media che sollecitano i partiti ad assumere le vesti soffici della narrazione leaderistica sono quelli che poi li infilzano come i dissipatori di ogni trasparenza. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;In nome della elezione diretta del premier, i partiti sono diventati dei pallidi simulacri privi di una intensa vita associativa. Come anime perse, i partiti si agitano sprovvisti di una organizzazione ramificata nei territori e di una battaglia delle idee capace di selezionare i nuovi ceti politici. I partiti del leader hanno fondi per media, manifesti e sondaggi e però sono smarriti nella società, sono ombre nei territori dispersi dove ogni carica elettiva costruisce la propria inaccessibile microfisica del potere. Prima ancora di nuove leggi (sulla certificazione dei bilanci, sui controlli efficaci non solo di forma ma di sostanza, sulla trasparente funzione degli iscritti) occorre un grande e visibile mutamento del modo di essere dei soggetti politici. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Serve un convinto investimento, in termini di cultura e di organizzazione, per la rinascita del partito. Se non si ricostruiscono vitali agenzie di partito ogni riforma di legge apparirà un cedimento opportunistico o un adattamento camaleontico. Un partito politico rimodellato è una aperta sfida lanciata contro il conformismo di questi brutti tempi. Il fallimento della Seconda Repubblica rivela che la ricomparsa di una politica organizzata è la prima necessità storica della democrazia italiana. Il denaro pubblico non è affatto un rubinetto a fondo perduto se i denari elargiti incoraggiano la ricomparsa di grandi serbatoi di cultura politica, agevolano momenti di organizzazione strutturata (per la selezione di classi dirigenti affidabili, per la costituzione di canali di partecipazione e sedi permanenti di confronto), sorreggono vicende di socializzazione (per recuperare radici, legami, codici per un apprendimento collettivo). &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Solo la cattiva coscienza può sostenere che tutte queste preziose funzioni democratiche non giustifichino un esplicito e non dissimulato (nelle vesti ingannevoli di rimborsi elettorali) finanziamento pubblico dei partiti. Accanto ai soldi dello Stato devono pervenire però contributi volontari degli eletti, sacrifici della militanza, introiti delle attività, delle feste, quote del tesseramento. Un partito vivo non si lascia sorprendere dai giochi pericolosi di un tesoriere.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2180876792035673740?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2180876792035673740/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-partito-padrone.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2180876792035673740'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2180876792035673740'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-partito-padrone.html' title='IL PARTITO PADRONE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-jMpAnmY8k0U/TzJqyLPS53I/AAAAAAAARnc/CKPryXlXUiY/s72-c/11.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2853322410965543336</id><published>2012-02-07T13:49:00.006+01:00</published><updated>2012-02-08T13:28:15.430+01:00</updated><title type='text'>ANCHE L'ITALIA DEI "TECNICI" VA ALLA GUERRA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-W_cuBBL-bjo/TzJqRNKOhpI/AAAAAAAARnQ/VWx0EDJKjD0/s1600/1.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706740521654716050" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 283px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-W_cuBBL-bjo/TzJqRNKOhpI/AAAAAAAARnQ/VWx0EDJKjD0/s400/1.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Gennaro Migliore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Se ai tecnici non piace essere disturbati mentre fanno "il bene del paese", figuratevi quanto sia infastidito un militare, per di più ancora in piena attività! Allora non stupiamoci delle sbrigative consegne che l’ammiraglio Di Paola, che era fino a poche settimane fa presidente del Comitato militare della Nato e nel frattempo è diventato ministro della Difesa, ha trasmesso ai "civili" seduti in Parlamento e, di conseguenza, a tutti noi.&lt;br /&gt;Si è trattato di un vero e proprio fuoco di fila e lo scenario non poteva essere più marziale di quello di Naquora, sede del quartier generale dell’Onu nel sud del Libano, proprio mentre il comando della missione Unifil passava di nuovo in mani italiane, quelle del generale Paolo Serra. Lì, invece di trovare il tempo di esaminare le diverse attività delle truppe italiane all’estero, magari evidenziando come la missione Unifil avesse consentito di preservare il cessate il fuoco per oltre cinque anni, a differenza di altre che sono state solo una avventura militare senza uscita (non a caso il governo Berlusconi ne voleva venir fuori, proprio mentre era impegnato nei bombardamenti contro i libici), ecco che l’ammiraglio parla di cambi nella gestione operativa del supporto aereo in Afghanistan, ribadendo quanto già aveva avuto modo di riferire alle commissioni parlamentari di Camera e Senato congiunte. Bombe sugli Amx per «usare ogni possibilità degli assetti presenti in teatro, senza limitazione», compresi i bombardamenti, naturalmente. Si tratta di un’affermazione grave, che tradisce l’intenzione di modificare definitivamente il ruolo della politica interna in tutta la proiezione internazionale del nostro paese: sul piano economico lasciando a Monti le mani libere per trattare con i potenti da pari a pari, su quello militare per non farsi condizionare da fastidiosi caveat che hanno per lungo tempo caratterizzato la discussione sui decreti di rifinanziamento delle missioni militari. Eppure, quei caveat sono stati il modo attraverso il quale si è dato conto della adesione, almeno alla lettera se non alla sostanza, al dettato costituzionale. Si potrebbe obiettare che il vero problema sia andarsene da quel teatro di guerra, cosa che dovremmo fare al più presto, ma l’esperienza ci dice che nulla di ciò che costituisce uno strappo rispetto alla gestione della presenza militare possa essere sottovalutato senza che vi siano conseguenze ancora peggiori.&lt;br /&gt;Leggiamo tutti che nel 2014 Obama intenda ritirarsi da una guerra che non si può né si deve vincere, da un paese in cui ci sono meno alquaedisti di qualsiasi grande metropoli occidentale. E l’ammiraglio che fa? Rilancia e promette bombardamenti. Del resto, deve piacere molto la guerra tecnologica a Di Paola, visto che, in tempi di risparmi, ha chiarito che il programma di acquisto e parziale costruzione dei 135 F35 non si taglia mentre i risparmi potranno realizzarsi sul versante della riduzione dei soldati: dagli attuali 180 mila ad un futuro di 130 mila o meno. Non conta nulla, per lo zelante militare, neppure l’evidenza che quei mostri distruttori siano pieni di difetti, che altri paesi abbiano abbandonato il programma e che per ogni F35 ci toccherà chiudere un ospedale o tagliare ancora le pensioni (basti sapere che con soli due aerei si poteva risparmiare quanto è stato tagliato alle pensioni dei lavoratori precoci nati nel ’52/’53). Insomma, un nuovo modello di difesa che si basa tutto sulla capacità di "offesa", i tagli alla truppa senza toccare i privilegi della casta dei generali e degli ammiragli (in Italia ce n’è uno ogni trecento militari contro uno ogni duemila negli Stati Uniti), la difesa sempre più legata a macro budget industriali per inseguire chimere tecnologiche che costano uno sproposito ai cittadini, invece di iniziare un serio percorso di riconversione delle avanzatissime tecnologie militari.&lt;br /&gt;Nulla da dire, invece, per indicare un modello di difesa pienamente europeo ed integrato, dove basterebbe un esercito molto ridotto, con una conseguente ridiscussione del ruolo e della funzione della Nato. Ma, ritornando "a bomba" sul ruolo dei tecnici e del Parlamento, cosa ne dicono di queste esternazioni Monti e i partiti che dovranno esaminare il decreto di rifinanziamento delle missioni che in questi giorni è in votazione? Non sarebbe il caso di correggere, smentire, riportare la discussione nella disponibilità dei cittadini e non solo nel campo dell’arbitrio dei militari?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2853322410965543336?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2853322410965543336/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/anche-litalia-dei-tecnici-va-alla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2853322410965543336'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2853322410965543336'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/anche-litalia-dei-tecnici-va-alla.html' title='ANCHE L&apos;ITALIA DEI &quot;TECNICI&quot; VA ALLA GUERRA'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-W_cuBBL-bjo/TzJqRNKOhpI/AAAAAAAARnQ/VWx0EDJKjD0/s72-c/1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-4790758225534306451</id><published>2012-02-07T13:49:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T13:25:03.549+01:00</updated><title type='text'>DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI CRISI</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-jlzjfjBUU-s/TzJpXaThYZI/AAAAAAAARm4/tV9cRGIq8SM/s1600/22.bmp"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706739528750948754" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 250px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-jlzjfjBUU-s/TzJpXaThYZI/AAAAAAAARm4/tV9cRGIq8SM/s400/22.bmp" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Lanfranco Caminiti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;* Nella Compagnia degli uomini, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce - il testo è del 1990 - il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è Il mercante di Venezia di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su - diremmo oggi - un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?&lt;br /&gt;* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto Too big to fail, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del quantitative easing, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: "C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare". Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.&lt;br /&gt;Anche Margin call, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di Americani [Glengarry Glen Ross, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c’è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.&lt;br /&gt;Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è Wall Street di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con Wall Street. Il denaro non dorme mai, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità - la greed, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party - si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.&lt;br /&gt;*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti - come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là - sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello The Corporation [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente anche sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, si capisce narrativamente come non succede altrimenti.&lt;br /&gt;Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di La 25a ora di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.&lt;br /&gt;* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale - la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti -, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. Inenarrabile. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.&lt;br /&gt;(…)&lt;br /&gt;* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò Cosmopolis, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, overnight] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città - e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot - su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte - giuste o sbagliate, giuste e sbagliate - degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.&lt;br /&gt;In un testo su «Die Zeit», La fine del capitalismo, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola Crisi finanziaria». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.&lt;br /&gt;* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare qualcosa, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale - si può essere insieme narratori e lettori - che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?&lt;br /&gt;Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.&lt;br /&gt;* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma delle misure varate dai governi europei contro la crisi. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell’intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale - quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico - si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos per uscire dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del "giallo", che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], The Global Minotaur. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una Modest proposal for overcoming the euro crisis. Il titolo Modest proposal è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.&lt;br /&gt;* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della controcrisi. Sembra quasi la stessa cosa, ma in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso - le misure contro la crisi - non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso - le misure contro la crisi - non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.&lt;br /&gt;* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per convenzione narrativa, essi incarnano la soluzione del problema, sono la riforma. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato - contro cui gridare: We are the 99% -, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.&lt;br /&gt;Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura - mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot -, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.&lt;br /&gt;In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla controcrisi, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica - il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica - si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente credibile. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio - è la proposta sul tavolo in Grecia - dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?&lt;br /&gt;* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla "fine del capitalismo" col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa - la distruzione, la scomparsa, la perdita - è sicuramente una situazione altamente narrativa. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo - cui finiamo per affidare un valore nel tempo - molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo - non solamente in un "giallo" - toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia - momentaneo, certo -, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.&lt;br /&gt;* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della lectio, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di ragionevolezza, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi - la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà - assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.&lt;br /&gt;La catastrofe finanziaria americana - la voragine, lo smarrimento - è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’insourcing, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come salvezza le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.&lt;br /&gt;La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 - per tutti, cito Manhattan Transfer di Dos Passos, o Sherwood Anderson - [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?&lt;br /&gt;* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato - questo più o meno dice -, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in Sunset Park.&lt;br /&gt;Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha già parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi - Storie della mia gente - che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. La dismissione il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. Il declino dell’impero Whiting [Empire Falls] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?&lt;br /&gt;* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo - basti pensare all’Arcipelago Gulag o a Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz - può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.&lt;br /&gt;Viviamo già in questa impossibilità?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-4790758225534306451?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/4790758225534306451/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4790758225534306451'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/4790758225534306451'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di.html' title='DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI CRISI'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-jlzjfjBUU-s/TzJpXaThYZI/AAAAAAAARm4/tV9cRGIq8SM/s72-c/22.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-7864029547745890866</id><published>2012-02-07T13:48:00.006+01:00</published><updated>2012-02-08T10:22:09.728+01:00</updated><title type='text'>NON SI CURA LA CRISI CON L'AUSTERITA'</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-tx_igbR0ANY/TzI-d4sdaHI/AAAAAAAARms/CGOFFC4lMzs/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706692360987830386" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 300px; CURSOR: hand; HEIGHT: 336px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-tx_igbR0ANY/TzI-d4sdaHI/AAAAAAAARms/CGOFFC4lMzs/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Paul Krugman&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Nelle pieghe del "Patto fiscale" accettato lunedi a Bruxelles da 25 dei 27 paesi Ue (Londra e Praga esclusi) c’è una grande vittoria politica per Angela Merkel. La "dottrina tedesca" dell’austerità è diventata un obbligo per l’Europa; il pareggio di bilancio sarà scolpito nelle Costituzioni di tutti gli stati, sui deficit e sull’obbligo di riduzione del debito avrà poteri la Corte di Giustizia europea: "i limiti al debito saranno vincolanti e validi per sempre" ha dichiarato il cancelliere, "non si riuscirà mai a cambiarli attraverso maggioranze parlamentari". Grazie a questa vittoria, Merkel avrà il consenso dei tedeschi alla concessione del secondo finanziamento d’emergenza ad Atene, 130 miliardi di euro entro marzo, senza il quale la Grecia smetterebbe di funzionare.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Lo sconfitto più immediato è Mario Monti. La nuova credibilità dell’Italia ha ottenuto soltanto modifiche minime al "Patto fiscale" e, facendo i suoi conti, il nostro Presidente del consiglio ha misurato ieri le dimensioni della sconfitta. Quest’anno l’Italia sperava di avere un Prodotto interno lordo intorno a 1600 miliardi di euro; secondo il Fondo monetario internazionale la recessione lo farà cadere del 2,2%, circa 35 miliardi in meno. Su una spesa pubblica vicina a 800 miliardi di euro, la recessione potrebbe significare 15 miliardi di minori entrate fiscali, e altrettante potrebbero essere le maggiori spese dovute al rialzo dei tassi d’interesse sui 1900 miliardi di debito pubblico italiano. L’impegno accettato a Bruxelles di rimborsare un ventesimo del debito l’anno vorrebbe dire per l’Italia 95 miliardi di euro di spesa ulteriore: in tutto 125 miliardi sottratti al bilancio dello stato rispetto al 2011: un sesto dell’intesa spesa pubblica, una cifra enorme. Si può stimare che metà del rimborso del debito vada a creditori stranieri, sottraendo risorse al paese: la caduta del Pil a questo punto sarebbe dell’ordine del 6%, senza calcolare gli effetti indiretti del calo di redditi, spesa pubblica e consumi. L’Italia smetterebbe di funzionare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;I dati resi noti in questi giorni sulla disoccupazione record in Italia non sono che l’inizio di un bollettino di guerra che potrebbe arrivare a oltre 800 mila posti di lavoro perduti, soprattutto nell’industria. A fronte di questo crollo dell’occupazione, da Bruxelles è venuto un "piano per la crescita e l’occupazione" che si affida a 82 miliardi di euro di avanzi di bilancio, di cui 8 miliardi per l’Italia. Una proposta ridicola. Questi conti non si trovano nelle dichiarazioni dei ministri, ma danno la misura del rischio di grande depressione provocata dalla "dottrina tedesca". Siamo davvero alla ripetizione di tutti gli errori degli anni trenta.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Tutto questo in un anno che dovrebbe portare alle elezioni politiche italiane. Con un ulteriore, massiccio impoverimento di lavoratori e classi medie, il paese potrebbe andare in pezzi. Potrebbe scoppiare una reazione populista antieuropea, cavalcata da centrodestra e Lega. La democrazia sarebbe a rischio. E, come l’Italia, potrebbe andare in pezzi l’Europa.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;A meno che. Siamo ancora in tempo per fermare la "dottrina tedesca". Perché non convocare a Roma un vertice dei paesi europei senza Berlino, per accordarsi su politiche diverse? Perché non convocare un incontro delle opposizioni ai governi di Merkel e Sarkozy per lanciare una politica alternativa alla grande depressione?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-7864029547745890866?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/7864029547745890866/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/non-si-cura-la-crisi-con-lausterita.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/7864029547745890866'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/7864029547745890866'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/non-si-cura-la-crisi-con-lausterita.html' title='NON SI CURA LA CRISI CON L&apos;AUSTERITA&apos;'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-tx_igbR0ANY/TzI-d4sdaHI/AAAAAAAARms/CGOFFC4lMzs/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-9219680790259569083</id><published>2012-02-07T13:48:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T10:20:06.771+01:00</updated><title type='text'>IUS SOLI. UN DIRITTO ELEMENTARE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-ZVqjuZAtY2Y/TzI9_y9PYSI/AAAAAAAARmg/jt1R9BYJfac/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706691844051525922" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 392px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-ZVqjuZAtY2Y/TzI9_y9PYSI/AAAAAAAARmg/jt1R9BYJfac/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Carlo Galli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;È difficile essere cittadini. In ogni tempo sono stati molti, e assai diversi fra loro, gli ostacoli che sbarrano l'accesso alla cittadinanza o che ne condizionano e vanificano l'esercizio. Pare che non si possa includere alcuni nello spazio politico senza escludere o discriminare altri. In Grecia, infatti, la cittadinanza era ristretta a una sola parte del corpo sociale, ai maschi liberi figli di liberi, e - se si trattava di una democrazia - consisteva nella partecipazione diretta agli affari della città attraverso la pubblica deliberazione in assemblea.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L'esclusione, o meglio l'inclusione subalterna e differenziata, di classi, ceti e generi (gli schiavi, le donne, i meteci, ossia gli stranieri residenti) era netta. Invece Roma si differenzia dal mondo greco perché concepisce la cittadinanza come uno spazio non etnico ma giuridico e istituzionale, all'interno del quale possono essere accolti (naturalmente, dopo dure lotte civili) ceti subalterni e genti diverse, politicamente sottomesse; certo, anche questa cittadinanza riguarda solo i maschi liberi, e perde progressivamente il significato di partecipazione politica via via che Roma si trasforma in un impero mondiale.Il mondo cristiano medievale predica la cittadinanza universale del regno dei cieli ma in questo mondo conosce cittadinanze plurime, particolari, gerarchizzate. La sua cifra è la differenza (fra nobili, clerici, plebei); solo nelle città si aprono spazi di conflitto e di lotta per l'accesso alla cittadinanza di larghe fette di popolo, a sua volta diviso fra ricchi e poveri. Che la cittadinanza sia un'inclusione che implica un'esclusione, o una discriminazione, resta confermato (si pensi non solo alle donne, ma anche agli eretici, o agli ebrei).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;È la modernità che si incarica di affermare la cittadinanza universale, l'uguaglianza civile e politica, senza esclusioni. Più che di lotte, ora, si deve parlare di autentiche rivoluzioni che azzerano le discriminazioni; il cittadino dei tempi nuovi vive un'universale appartenenza alla repubblica.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Eppure, quel cittadino è al tempo stesso un borghese; ovvero, dal godimento di quella cittadinanza sono per lungo tempo esclusi i non-proprietari, i poveri, ancora e sempre le donne, e tutto il mondo coloniale. Sono state ancora necessarie lotte durissime perché i diritti di cittadinanza diventassero effettivi, perché la cittadinanza fosse davvero inclusiva, perché ai diritti civili e politici si affiancassero i diritti sociali.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma anche quest'ultima fase della storia della cittadinanza, che coincide con la democrazia e con lo Stato sociale, ha i suoi problemi e le sue contraddizioni. Prima di tutto all'esercizio della cittadinanza: ciò che il mondo d'oggi produce è più un apatico consumatore che un cittadino. Ma un altro rischio sovrasta la cittadinanza moderna. L'attuale crisi dello Stato sociale è di fatto crisi della cittadinanza: la frammentazione della società, la marginalità, la precarietà, sono infatti espulsioni dalla sfera pubblica; la cittadinanza non è più appartenenza ma si rovescia in rancore, in frustrazione; e, ancora una volta, in esclusione.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;A ciò si aggiunge il fatto che la cittadinanza moderna è sì universale, ma è determinata dallo Stato, che prescrive le modalità con cui si diventa cittadini; se prevale l'elemento della nascita, della cittadinanza dei genitori, vige lo ius sanguinis, mentre se prevale il territorio in cui si nasce o in cui si vive, vale lo ius soli. In Italia il primo è assai più importante del secondo: lo straniero residente può chiedere la cittadinanza solo dopo molti anni di permanenza e di lavoro. E i figli degli stranieri non diventano italiani neppure se nascono e vivono in Italia.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Quando la società era omogenea, quando lo Stato coincideva con la nazione, i problemi erano relativamente pochi: di solito, si nasceva in Italia, da genitori italiani. Ma oggi l'età globale implica la coesistenza, in dosi massicce, su un medesimo territorio di diverse culture, etnie, lingue, religioni. E la prevalenza dello ius sanguinis fa sì che nel medesimo spazio si creino differenze rilevantissime fra residenti cittadini e quantità sempre maggiori di residenti non-cittadini, molti dei quali nati in Italia, che come nuovi meteci condividono la nostra vita quotidiana ma non la nostra cittadinanza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Nasce così un'assurda società post-moderna, in cui la diversità culturale è disuguaglianza civile e politica; una società che non fa convivere le differenze ma le stratifica, le gerarchizza. Ritorna, insomma, la difficoltà della cittadinanza, secondo una modalità che sembrava superata; non si tratta più del suo cattivo esercizio, ma di uno sbarramento all'accesso.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L'argomento che allargando i casi di acquisizione della cittadinanza tramite lo ius soli si snaturerebbe l'identità italiana è del tutto erroneo: non c'è in Costituzione alcun accenno a una necessaria base naturale o culturale della repubblica, che è fondata solo sul lavoro e sui principi della democrazia. La cittadinanza esige non uniformità né omogeneità, ma uguaglianza e pari dignità.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;In realtà, chi chiede oggi la cittadinanza non universale ma selettiva e diseguale, propugna una sorta di uscita a ritroso dalla modernità, verso un nuovo feudalesimo delle disuguaglianze, verso nuove servitù. E, al contrario, la lotta per la cittadinanza degli stranieri residenti, può essere un'occasione per riaprire una stagione di partecipazione politica anche per chi la cittadinanza già ce l'ha, ma non ne fa buon uso. Non sono solo gli stranieri, ma tutto il Paese, ad averne bisogno.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-9219680790259569083?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/9219680790259569083/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/ius-soli-un-diritto-elementare.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/9219680790259569083'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/9219680790259569083'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/ius-soli-un-diritto-elementare.html' title='IUS SOLI. UN DIRITTO ELEMENTARE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-ZVqjuZAtY2Y/TzI9_y9PYSI/AAAAAAAARmg/jt1R9BYJfac/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-6212043002572945152</id><published>2012-02-07T13:47:00.004+01:00</published><updated>2012-02-08T10:18:07.620+01:00</updated><title type='text'>CHIESA E CAPITALISMO</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-d71HOXckhzg/TzI9gHDCoSI/AAAAAAAARmU/OxEVQJJxhMY/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706691299688751394" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 303px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-d71HOXckhzg/TzI9gHDCoSI/AAAAAAAARmU/OxEVQJJxhMY/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Raniero La Valle&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;C’è una novità nella Chiesa italiana. Uscita dall’ "attonito sbigottimento" enunciato a settembre dal cardinale Bagnasco di fronte alle ultime convulsioni del governo Berlusconi, la Chiesa italiana a livello dei vescovi ha ritrovato la lucidità necessaria per sottoporre ad analisi l’attuale "capitalismo sfrenato" e la finanza internazionale, giungendo a un giudizio estremamente severo, cui nemmeno la sinistra storica è ancora pervenuta in Italia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Per il cardinale presidente, che ne ha fatto oggetto della sua prolusione al Consiglio permanente della CEI il 23 gennaio scorso, la crisi del sistema va ben oltre la crisi economica, anzi la stessa parola "crisi" è inadeguata ad esprimerla, quando piuttosto siamo "entrati in una fase inedita della vicenda umana". Ma, al contrario di quanto di buono avrebbe dovuto esserci nell’ "uomo inedito" intravisto a suo tempo da padre Balducci, questo "inedito" che oggi si affaccia sulla scena non ha nulla che sia più umano e promettente, anzi rappresenta uno scacco dell’idea stessa di progresso quale era stata introdotta a partire dal XVIII secolo, cioè dall’Illuminismo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Non si potevano usare parole più gravi. Vuol dire che qualcosa di grave è avvenuto a livello profondo dei rapporti sociali. Secondo il cardinale Bagnasco è avvenuto che il sistema complessivo nel quale da poco tempo si inscrive la vita del mondo, cioè la globalizzazione, ha perduto ben presto il suo significato positivo, quando l’ "altro" (che nel linguaggio del cardinale non può che essere ciascuna persona umana), è stato "sostituito da funzioni e reti". Dunque resta un meccanismo, ma l’uomo non c’è più: "il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro, il lavoro stabile" (che Monti ha poi definito "monotono") "e preferendo ad esso il lavoro-campeggio: si va dove momentaneamente l’industria sta meglio come se l’ ‘altro’ non esistesse".Ma non si tratta solo di questo. Il cardinale conosce l’intreccio tra capitalismo e speculazione, quello che Luciano Gallino ha chiamato il "Finanzcapitalismo" (Einaudi, 2011), e sa anche lui che questo capitalismo speculativo si è mangiato la politica, ed anche la democrazia. Come ha spiegato Gallino le transazioni sui mercati finanziari globali erano giunte nel 2007 a 75 volte il PIL del mondo, cioè l’intera ricchezza prodotta, arrivando a 4050 trilioni di dollari (dollari che in realtà non esistevano), e si è prodotto un sistema che rappresenta una negazione sostanziale della democrazia in ogni settore dell’organizzazione sociale, sia a livello locale che a livello globale; esso fa sì che le chiavi di tutte le politiche (da quella economica a quella finanziaria, ambientale, del lavoro) siano in mano di organizzazioni del tutto a-democratiche quali l’OCSE, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, la Banca europea, la Banca per i regolamenti internazionali, la Commissione Europea e così via: "nel connubio tra finanza e politica - scrive Gallino - appare essersi definitivamente consumato il divorzio tra democrazia e popolo. Privatizzato sotto la spinta del nuovo capitalismo, il potere ha lasciato lo Stato sul ciglio della strada" infliggendo gravi danni "ai sistemi che sostengono la vita", dalle pensioni, alla sanità, alla scuola.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Sulla stessa linea il cardinale Bagnasco denuncia "il formarsi di coaguli soprannazionali talmente potenti e senza scrupoli, da rendere la politica sempre più debole e sottomessa. Mentre invece dovrebbe essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e renderla irrilevante, e quasi inutile… Quando il criterio è il guadagno più alto e facile nel tempo più breve possibile, allora il profitto non è più giusto, ma diventa scopo a se stesso, giocando sulla vita degli uomini e dei popoli". "Va detto che la politica è assolutamente necessaria" afferma invece il cardinale: "Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo".&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il dubbio è che si voglia proprio dimostrare ormai l’incompetenza dell’autorità politica rispetto ai processi economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse prevalere sulle forme della democrazia fin qui conosciuta, dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall’imperiosità del mercato". Contro tutto ciò, il cardinale invita la classe intellettuale del Paese a un confronto, che abbracci temi come la famiglia e il lavoro ma giunga fino a porre il tema della politica e della rappresentanza.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Pochi giorni prima una Nota del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, denunciava l’ "apriorismo economico" di un "liberismo senza regole e senza controlli" e reclamava una riforma dell’intero sistema. Segno che Bagnasco non è isolato, e c’è una Chiesa che sta prendendo coscienza della misura del problema. E in più c’è la crisi della fede, riconosciuta a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ma quali risposte all’altezza della sfida? Todi? I cattolici obbedienti in politica con una parure di principi non negoziabili? Le giornate mondiali della gioventù? Il catechismo da giocare contro il Concilio nell’anno della fede? La dottrina sociale pensata in un’altra fase, precedente, della vicenda umana? No, non così. Bisogna "rifondarsi su pensieri lunghi e alti": Bagnasco lo dice ai partiti, ma questo vale anche per la Chiesa.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-6212043002572945152?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/6212043002572945152/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/chiesa-e-capitalismo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6212043002572945152'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/6212043002572945152'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/chiesa-e-capitalismo.html' title='CHIESA E CAPITALISMO'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-d71HOXckhzg/TzI9gHDCoSI/AAAAAAAARmU/OxEVQJJxhMY/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-2308173428562693502</id><published>2012-02-07T13:46:00.002+01:00</published><updated>2012-02-07T17:06:18.190+01:00</updated><title type='text'>IL FURBETTO DELL'ARTICOLO 18</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-eSoDHkoPkMM/TzFLujp1GGI/AAAAAAAARl8/ircXJVKhFRU/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706425466071881826" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 275px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-eSoDHkoPkMM/TzFLujp1GGI/AAAAAAAARl8/ircXJVKhFRU/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Loris Campetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Cambiare tutto perché nulla cambi. Ora c’è il governo dei professori e ai politici non resta che votare. Monti è educato, non fa le corna e sa stare nella buona società, mica come prima. E’ sobrio, a tal punto che per non sembrare troppo noioso si è messo a fare le battute. Anche lui. Allora siamo sempre al punto di partenza. Neanche l’autodifesa, dopo averne sparata una che ha fa perdere la pazienza a intere generazioni, è molto diversa rispetto ai fasti e nefasti berlusconiani. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ha detto sì che il posto fisso è monotono, ma se la prende con un uso di questa «battuta» «fuori contesto» che avrebbe dato origine a un equivoco. È un modo di esprimersi da professore che però ricorda le accuse del suo predecessore ai giornalisti di avere frainteso o, peggio, strumentalizzato le sue parole. Ma le continuità - sempre, sia chiaro, all’interno di una grande discontinuità di stile - non si fermano alla forma. Questo governo concepisce il lavoro come una variabile dipendente del profitto, cioè del mercato in chiave odierna, liberista. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;A differenza di quel che capitava al governo precedente, fortemente osteggiato da Repubblica, questo riceve i complimenti di Eugenio Scalfari anche quando esprime gli stessi concetti del trio Berlusconi-Tremonti-Sacconi. Non esistono più variabili indipendenti, così come non devono esserci tabù. Se vi ho offeso scusatemi, ma volevo dire che fa bene cambiare e andare all’estero è formativo. Anche gli altri volevano cambiare e costringevano i giovani talenti o semplicemente laureati a emigrare, essendo preclusa ogni possibilità di trovare lavoro in un paese in cui la cultura non si mangia. In era Monti se ne devono andare lo stesso, ma con gioia perché così cresceranno, matureranno, miglioreranno. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Se Monti ha cambiato un sacco di lavori nella sua vita, perché non dovrebbe fare lo stesso un dottore in chimica impiegato come precario in un call center, o un’operaia della Fiom di Pomigliano che in fabbrica non la prendono e resta aggrappata alla cassa integrazione invece di darsi da fare e imitare il suo presidente cambiando lavoro? Consigli importanti, tutt’altra cosa da quelli berlusconiani di trovarsi un marito ricco. Monti è un tecnico e, non dovendo prendere voti alle prossime elezioni, può finalmente realizzare il sogno di chi è venuto prima di lui: liberarsi del padre di tutti i tabù, l’art. 18. Magari entro marzo perché ai sindacati bisogna pur consentire di fare un po’ di ginnastica «democratica». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Il concetto è semplice, e non dite che l’avete già sentito: c’è chi ha troppi benefici, leggi privilegi, leggi tutele, e chi non ne ha alcuno. Siccome il governo Monti è il governo dell’equità, si toglie da una parte e si mette dall’altra. Prima si toglie, poi si trovano i soldi per mettere. Anche questa l’avete giù sentita? Ieri il presidente del consiglio si è lasciato interrogare dai lettori di Repubblica.it e queste cose ha detto. Vi abbiamo proposto un sunto a parole nostre, tanto anche se avessimo messo il virgolettato sarebbero state frasi «fuori contesto». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Ps. Monti ha detto che, essendo il suo un governo tecnico, ha meno bisogno di comunicare di un governo politico, perché «non ci presenteremo alle prossime elezioni» (qui le virgolette le mettiamo). Però, aggiunge, comunicare è più necessario perché «non essendo stati eletti dobbiamo conquistare la fiducia dei cittadini». Ecco spiegato perché non c’è trasmissione televisiva, radiofonica, giornale, sito in cui ogni giorno non compaiano un paio di sottosegretari e almeno un ministro. Chissà quanto consenso sta portando al governo dei professori loquaci questa grande esposizione mediatica.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-2308173428562693502?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/2308173428562693502/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-furbetto-dellarticolo-18.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2308173428562693502'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/2308173428562693502'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-furbetto-dellarticolo-18.html' title='IL FURBETTO DELL&apos;ARTICOLO 18'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-eSoDHkoPkMM/TzFLujp1GGI/AAAAAAAARl8/ircXJVKhFRU/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-3608159037540903069</id><published>2012-02-07T13:45:00.008+01:00</published><updated>2012-02-07T18:41:31.462+01:00</updated><title type='text'>IL PATTO FISCALE EUROPEO. BASTONATA ALLA DEMOCRAZIA E MASSACRO SOCIALE</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706426406080053426" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 226px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-IkZel5hJBZs/TzFMlRdPgLI/AAAAAAAARmI/BC1Wwaz_V2M/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Franco Russo&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Del Trattato su stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, firmato da 25 capi di Stato e di governo il 30 gennaio a Bruxelles, va formulato subito un giudizio: esso dà un ulteriore colpo di piccone alla democrazia, anche a quella rappresentativa.&lt;br /&gt;Il senso del Trattato è espresso dal Titolo III, che porta a sua intestazione Fiscal Compact (‘Patto fiscale’), chiesto esplicitamente dal Presidente della BCE, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011.Le modalità autoritarie non sono dovute solo al fatto che una banca centrale, la BCE, chieda e ottenga dai governi la definizione di un nuovo patto fiscale; è che, a differenza delle stesse rivoluzioni borghesi del 1688-89, del 1776 e del 1789, i governi siglano un patto fra di loro al posto dei cittadini.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Nelle rivoluzioni borghesi si conveniva un patto tra cittadini e monarchi affinché il potere fiscale fosse di competenza dei parlamenti, della rappresentanza. Ora i governi si auto-conferiscono il potere fiscale per imporre, per gli anni a venire, le politiche di austerità in modo da scaricare i costi della crisi economico-finanziaria sui popoli europei.Il secondo fatto, che colpisce al cuore i principi democratici, è l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio di bilancio’, ciò che impone una nuova ‘costituzione economica’ comportando la cancellazione della possibilità da parte delle istituzioni pubbliche di intervenire nella gestione dell’economia con provvedimenti anticiclici, che hanno caratterizzato i paesi capitalistici del Secondo dopoguerra dove si è accettato il ‘compromesso keynesiano’ con la gestione della domanda pubblica e la costruzione del Welfare State. Si afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: «devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale». &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Con un Trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni così da legittimare nella legge fondamentale, la prima nella gerarchia delle fonti, il liberismo con le sue politiche dell’offerta tese all’espansione del mercato e dell’impresa privata. Il Parlamento italiano ha già votato, in prima lettura, la modifica dell’articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio. Sarà la Corte di Giustizia dell’UE a verificare l’avvenuto inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8).: la Costituzione è resa vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari.Il terzo fatto, che mina alla radice la stessa democrazia rappresentativa, è che a decidere le politiche fiscali non saranno più le rappresentanze elette ma la tecnocrazia della BCE e dei governi riuniti nel Consiglio europeo con la collaborazione della Commissione e del Vertice Euro. Infatti saranno questi organismi, seguendo le procedure definite dal Patto Euro Plus e i parametri indicati dal Six Pack, a decidere ‘la sostenibilità delle finanze pubbliche’ dei paesi membri per garantire anno dopo anno il consolidamento fiscale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Siamo oltre il Trattato di Maastricht perché questo prevedeva il limite del 3% del deficit annuale e il 60% del PIL come limite massimo del debito; prevedeva sì le procedure di disavanzo eccessivo, ma non l’accentramento delle decisioni delle politiche fiscali, che ora si è creato. Entrate e spese sono sottoposte al vaglio del Consiglio Europeo, della Commissione e del Vertice Euro, con l’attiva partecipazione della BCE, in modo che il deficit annuale strutturale non oltrepassi lo 0.5% del PIL. Nel caso si oltrepassi questo limite, afferma sempre l’art. 3, interviene la Commissione per imporre un’azione correttiva. Azione correttiva che viene letteralmente imposta altrimenti scattano non solo pressioni ma sanzioni come previsto dalle procedure del ‘semestre europeo’.Intanto, per spingere gli Stati a ratificare questo nuovo Trattato si afferma, in un ‘considerando’, che il sostegno finanziario previsto dal Meccanismo europeo di Stabilità (noto con la sigla inglese ESM) scatterà solo se sarà approvato dai rispettivi Parlamenti..L’articolo 4 impone l’abbattimento del debito pubblico, per la quota che eccede il 60% del PIL, un ventesimo all’anno. Per l’Italia ciò significa un abbattimento di circa 47 miliardi l’anno, quasi il 3% del PIL!L’articolo 5 prevede l’attuazione, in partnership con l’UE, di un programma relativo sia al bilancio sia alla politica economica che ‘includa una descrizione dettagliata di riforme strutturali’. Intendendo con ‘riforme strutturali’ quelle del mercato del lavoro, dei servizi pubblici, della previdenza. È il programma che sta realizzando il governo Monti: prima il taglio alla previdenza con l’allungamento della stessa età pensionabile, poi le liberalizzazioni e privatizzazione dei servizi partire da quelli a rete, poi il mercato del lavoro, per facilitare ancor di più licenziamenti e flessibilità.L’articolo 6 prevede che la stessa programmazione della collocazione dei titoli di debito pubblico deve essere comunicata ex ante all’UE per coordinarla a livello europeo. Inutile ricordare che l’emissione dei titoli è una delle ‘prerogative’ più incisive dei ministeri del Tesoro, che ora di fatto viene spostata a Bruxelles.Le procedure di governance previste dal Titolo V del Trattato sono la razionalizzazione di quelle già assunte con il ‘semestre europeo’, che voglio rapidamente ricordare.Il Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010, ha modificato il Codice di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del ‘semestre europeo’, avviato nel gennaio 2011. La loro novità è nella discussione e nell’indicazione ex ante delle politiche di bilancio, le cui fasi principali sono: a metà aprile quando gli Stati membri sottopongono i Piani nazionali di riforma (PNR, elaborati nell’ambito della nuova Strategia UE 2020) e contestualmente i Piani di stabilità e convergenza (PSC, elaborati nell’ambito del Patto di stabilità e crescita), tenendo conto delle linee-guida dettate dal Consiglio europeo; a inizio giugno quando, sulla base dei PNR e dei PSC, la Commissione europea elabora le Raccomandazioni di politica economica e di bilancio rivolte ai singoli Stati membri; nella seconda metà dell’anno quando gli Stati membri approvano le rispettive leggi di bilancio, sulla base delle Raccomandazioni ricevute. In un’indagine annuale la Commissione dà conto dei progressi conseguiti dai paesi membri nell’attuazione delle Raccomandazioni stesse.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;L’impianto procedurale del semestre europeo ha, dunque, già prodotto scelte operative e atti legislativi costituendo il modus operandi della governance economica europea. Questa, con il Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011, si è arricchita del Patto Euro Plus, che lo stesso governo italiano ha riconosciuto essere un ‘momento di innovazione costituzionale’: «Gli effetti del Patto non sono e non saranno limitati alla dimensione economica […] ma esteso alla dimensione politica. Effetti destinati a prendere la forma di una sistematica e sempre più intensa devoluzione di potere dagli Stati-nazione ad una comune nuova e sempre più politica entità europea».&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Approvato il 4 ottobre 2011, il Six pack prevede un deposito dello 0.2% del PIL per lo Stato che infrange le regole del limite del deficit annuale del 3% trasformabile in una multa, prescrivendo altresì il rientro del debito nel limite del 60% del PIL nell’ordine di un ventesimo ogni tre anni (previsione ripresa dal nuovo Trattato).Se messe insieme queste regole - inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, deficit annuale allo 0.5% del PIL, abbattimento dello stock del debito per riportarlo al 60% del PIL, ‘riforme strutturali’ per ampliare il ruolo del mercato -, ci accorgiamo che l’altro pilastro che mancava all’euro, la gestione delle politiche fiscal ed economiche, è stato costruito. I bilanci dei paesi membri saranno definiti e gestiti dall’oligarchia di Bruxelles e la moneta dalla BCE, con l’obiettivo della stabilità finanziaria per rendere certi e promuovere gli scambi di mercato e gli investimenti privati a livello continentale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#ffffff;"&gt;Abbattimento della rappresentanza politica e distruzione dei diritti sociali sono i figli gemelli del nuovo ‘patto fiscale’, per questo l’opposizione alla sua ratifica fino alla richiesta di un referendum di indirizzo per sottoporlo al giudizio popolare, come quello tenutosi nel 1989, è un passaggio cruciale per dare forza alla resistenza contro le misure di austerità e per porre le basi di un’altra Europa - l’Europa democratica dei/delle cittadini/e.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6563407848805821213-3608159037540903069?l=rifondazionecomunistatadino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/feeds/3608159037540903069/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-patto-fiscale-europeo-bastonata-alla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3608159037540903069'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6563407848805821213/posts/default/3608159037540903069'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.com/2012/02/il-patto-fiscale-europeo-bastonata-alla.html' title='IL PATTO FISCALE EUROPEO. BASTONATA ALLA DEMOCRAZIA E MASSACRO SOCIALE'/><author><name>la sinistra per Gualdo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201618041730356810</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://2.bp.blogspot.com/-ERVbnL_zTag/TeyXv-ng3hI/AAAAAAAAKao/F3b4N1eE7_o/s220/111'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-IkZel5hJBZs/TzFMlRdPgLI/AAAAAAAARmI/BC1Wwaz_V2M/s72-c/1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6563407848805821213.post-668758969063669094</id><published>2012-02-07T13:45:00.005+01:00</published><updated>2012-02-07T17:02:26.223+01:00</updated><title type='text'>IL DEBITO VERSO LA BIOSFERA</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-U5ePBU6ElAI/TzFKzgTlVgI/AAAAAAAARlw/TETNIab3UMg/s1600/1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706424451560986114" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; HEIGHT: 331px; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-U5ePBU6ElAI/TzFKzgTlVgI/AAAAAAAARlw/TETNIab3UMg/s400/1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="color:#ffff33;"&gt;di Giuseppina Giuffreda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;Stati, banche, imprese, cittadini: una mutazione mondiale si è compiuta, dall'etica del risparmio all'economia del debito. La prima ondata di problemi internazionali sul debito ha riguardato il Terzo Mondo, un percorso a tappe. Nel 1973 i Paesi produttori di petrolio bloccano la produzione provocando austerità nel Nord industriale, un balzo nel prezzo del barile, l'invasione di petroldollari. Le banche in eccesso di liquidità offrono prestiti a tassi sempre più bassi ai paesi del Sud, che s'indebitano senza migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Pessime le politiche delle classi dirigenti locali: grandi progetti, armamenti, corruzione. Arriva la seconda stretta sul petrolio, e la Federal Riserve degli Stati Uniti dal 1979 decide di alzare i tassi. Il dollaro sale, gli interessi del debito lievitano, aumenta l'inflazione. Crollano i prezzi delle 
